Caschi Bianchi Cile

Quattordici prigionieri proseguono lo sciopero della fame

Le modifiche previste dall’accordo proposto dal governo cileno non cambierebbero di fatto alcuni nodi cruciali nella questione dei processi agli atti di rivendicazione dei Mapuche. Le motivazioni dei prigionieri che portano avanti lo sciopero da più di 83 giorni.

Scritto da Irene Antonietti, coordinatrice Caschi Bianchi per il servizio Giustizia e Pace di Apg23 a Santiago del Cile

Venerdí scorso la maggior parte dei prigionieri Mapuche ha deciso di terminare lo sciopero della fame che stavano portando avanti da 83 giorni, ma 3 prigionieri del carcere di Temuco, 10 prigionieri del carcere di Angol e 1 minore incarcerato nel centro di detenzione Provissoria del Servizio Nazionale dei Minori in Chol Chol continuano in sciopero perché non ritengono risolutive le proposte fatte dal Governo nel documento di accordo.

Perché i prigionieri mantengono la loro posizione?

L’accordo dichiara che il Governo ha promosso cambiamenti nella riforma alla legge antiterrorista e alla giustizia militare e che questa volontá di cambiamento rappresenta parte del programma di governo, poichè “risponde a convenzioni e principi democratici previsti dall’ordinamento giuridico, che si ispira nella Costituzione, alle norme del diritto internazionale, dei diritti umani, e all’Accordo 169 dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro, cosí come alle raccomandazioni di organismi internazionali”[1].

I prigionieri che riufiutano di accettare l’accordo con il governo dichiarano che i progetti inviati al Congresso non apportano sostanziali miglioramenti alla legislazione in vigore e che di fatto non rispondono alle raccomandazioni e alle decisioni della comunitá internazionale, che sono orientate a garantire un processo di giustizia per i Mapuche.

In questo senso le modifiche alla Legge Antiterrorista hanno l’obiettivo di migliorare la sua applicazione, ma non garantiscono che non continui a essere applicata la legge rispetto ad atti di protesta e rivendicazione del popolo mapuche, cosí come raccomanda il relatore speicale dell’ ONU, James Anaya. Di fatto le modifiche alla legge non adeguano la legge alle richieste internazionali.

L’accordo inoltre prevede che il Governo ritirerá le querele terroriste a carico dei prigionieri in sciopero. Di fatto però il ritiro delle querele da parte del potere esecutivo non cambia la situazione processuale dei prigionieri. Infatti è Il Ministro Pubblico l’organo deputato a pronunciarsi a tale rispetto, dichiarando se i processi verranno condotti in base al diritto penale comune oppure no. Pertanto se la sua decisione fosse negativa, il Governo non potrebbe fare nulla e i prigionieri non otterebbero ció che speravano firmando l’accordo.

L’altra modifica alla legge – secondo l’accordo- che riguarda i processi a civili in tribunali militari, permetterà di evitare il doppio giudizio ai prigionieri politici mapuche, ma di fatto continuerà a essere applicata per i delitti che gli agenti di polizia commettono contro i civili. In definitiva quando un poliziotto commetterá un delitto, sará la giustizia militare a processarlo, non la giustizia civile come esige il diritto internazionale.

Questo è un aspetto che genera preoccupazione nei difensori dei diritti umani, considerando la repressione costante portata avanti dai carabinieri e dalla polizia d’investigazione contro le comunità mapuche, repressione che rappresenta un attentato sistematico ai diritti umani. Inoltre esistono casi di impunità per poliziotti o carabinieri coinvolti nella morte di comuneros mapuche.

In questi ultimi anni sono stati molteplici le denunce agli organismi internazionali per atti di violenza commessi dalla polizia contro le comunitá mapuche, tra i quali ricordiamo: sequestro e interrogatorio di bambini, perquisizioni senza permesso, tortura e castigo verso i prigionieri.

Un altro nodo problemático per i prigionieri di Angol riguarda la possibilità di utilizzare nei processi testimoni a volto coperto. Anche se nelle modifiche alle legge viene inserita la possibilitá di controinterrogare il testimone da parte della difesa, va sottolineato che la presenza di questi tesimoni è di fatto ostacolo alla realizzazione di processi giusti. La maggior parte delle accuse del Ministero Pubblico infatti si basano su testimonianze di persone a volto coperto.

In un comunicato pubblico i prigionieri di Angol dichiarano che dal loro punto di vista lo sciopero della fame non aveva un fine giuridico, indipendentemente dal fatto che loro stessi aspirino a un giudizio giusto che provi la loro innoncenza. Si legge nel comunicato: “ questo sciopero è fortemente connesso con quello che speriamo per il futuro del nostro Popolo e  della Nazione Mapuche. Le differenti comunitá mapuche continueranno a lottare per il diritto al loro territorio, continueranno a difendere il diritto a vivere come mapuche e a non voler essere assorbiti dalla cultura cilena, il che continuerá a generare conflitti con la giustizia”.

Per queste ragioni i prigionieri hanno dichiarato di essere disposti a continuare lo sciopero della fame fino alle estreme conseguenze, fintanto che lo Stato non troverá soluzione a tutti i punti contemplati all’inizio della mobilitazione. Tutto questo mentre il silenzio torna a regnare sui mezzi di comunicazione, che di fatto hanno chiuso il sipario nel momento in cui si è raggiunto l’accordo tra Stato e parte dei prigionieri mapuche.

Piñera ha dichiarato di essere contento per la fine dello sciopero, anche se sa che 14 Mapuche continuano a portare avanti la protesta. Il presidente ha dichiarato che il governo ha agito nel conflitto con “energia, decisione coerenza” e che il dialogo con chi stava in sciopero della fame ha permesso di salvaguardare due valori fondamentali: “il valore della vita e dello Stato di Diritto”[2].

La domanda a questo punto è:  quale valore ha la vita di queste 14 persone che continuano in sciopero?

Note:

[1]. Per il testo dell’accordo vedi articolo collegato.
[2]. http://www.elciudadano.cl/2010/10/04/huelga-de-hambre-mapuche-continua-en-pie

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