Caschi Bianchi Tanzania

Al centro nutrizionale

Testimonianza dell’impegno al centro nutrizionale. Il difficile accompagnamento di mamme e bimbi che rischiano la vita a causa della malnutrizione.

Scritto da Stefania Corradini

Scrivo seduta sul mio letto con la zanzariera piena di buchi… è sera, sabato, e mi trovo in Tanzania ormai da 4 mesi. Iniziato il mandato di casco bianco, mi hanno affidato il progetto del Centro Nutrizionale, centro a pochi metri dalla casa famiglia in cui vivo.

Il centro nutrizionale in cui vado tre volte a settimana, accoglie bambini al di sotto di 5 anni, affetti da malnutrizione, inviati al progetto dall’ospedale o su suggerimento di famigliari e persone che sono a conoscenza del Centro Nutrizionale.

La malnutrizione in Tanzania, come in tante altre parti dell’Africa e un problema molto presente, e spesso associato e correlato a malattie e problemi legato al bambino. Qui a Iringa è presente un solo centro Nutrizionale che è appunto quello gestito dalla Comunità Papa Giovanni 23. In passato era stato proposto dal governo della Tanzania un programma che tutti gli ospedali avrebbero dovuto seguire, secondo cui veniva distribuita una farina ipernutriente ai bambini affetti da malnutrizione.. .purtroppo questa proposta non è mai stata attuata.

Il progetto del Centro Nutrzionale consiste nell’incontrare tre volte alla settimana i bambini e le mamme, o la persona che accompagna il bambino al progetto, e seguirli rispetto all’alimentazione e alla crescita del bambino. È fondamentale perciò la relazione che si instaura con il bambino, ma soprattutto con la madre, al fine di aumentare la consapevolezza del problema della malnutrizione, come si può curare e quali sono le attenzioni che si devono avere nei confronti del bambino.

Quando un bambino viene inserito si effettua una prima visita rispetto al peso, all’altezza e al regime nutrizionale, per vedere come indirizzare la madre rispetto ai problemi del bambino.

Le giornate in casa e presso le sedi dei progetti sono sempre piene, intense, e credo sempre lontane dal mio quotidiano lasciato a casa. Da poco tempo è stata inserita nel Centro Nutrizionale una bambina di 11 mesi gravemente denutrita, e dopo la visita iniziale ho cominciato a seguirla tutte le mattine andando a casa sua, per aiutare la madre e affiancarla nel darle la colazione, pasto fondamentale.

Ho passato due settimane fa un momento di sconforto, di rabbia, di impotenza. Da un mese questa bambina continuava a dimagrire, rimettere quel poco che mangiava, le medicine, e nonostante io e la mamma cercassimo di farla mangiare con tutti i trucchi possibili e immaginabili tutte le mattine, nell’ultimo mese era passata da 4 chili e 9 a 4 chili e 4… a quel punto abbiamo pensato con Marina, la mamma di casa famiglia, di chiamare una dottoressa inglese che lavora qua a Iringa, per farle fare una visita, data la situazione davvero allarmante. Ecco, il momento della visita è stato davvero pesante, per la mamma soprattutto. La dottoressa ha concluso la visita dicendo che se la bambina non avesse mangiato, sarebbe stata ricoverata e le sarebbe stato messo il sondino per poter essere nutrita e curata, perché il suo stato era davvero al limite. La mamma 22 anni, nonostante a prima vista sembri una “dura”, a quel punto è scoppiata e si è assolutamente rifiutata di dare il suo consenso nel mettere il sondino alla bambina. Sono rimasta stupita da questo suo rifiuto e nel momento in cui ero sola con la mamma le ho chiesto quale fosse il motivo, e la sua risposta è stata che qui si crede che se a un bambino viene messo il sondino per mangiare significa che da li a poco il bambino morirà… e dicendomi questo è scoppiata a piangere, probabilmente buttando fuori tutta quella durezza apparente che fa vedere a tutti.. ecco, quello è stato il momento in cui anche io ho provato un insieme di sensazioni, emozioni tutte insieme. Ero arrabbiata, con quel Qualcuno che sceglie per noi, mi chiedevo il perché, perché proprio una bambina, perché non potevo fare niente.. ho toccato se ben in piccola parte, la sofferenza della mamma, la paura che aveva di vedere morire sua figlia, la fatica di una mamma sola, il suo stare male per la sua bambina, e ho fatto davvero fatica a trattenere quei due goccioloni che mi stavano per scendere dagli  occhi.. mi è venuto da prenderle una mano, guardarla, non nascondere la preoccupazione che avevo anche io per la bambina, ma allo stesso tempo pensare, dire alla mamma: ce la facciamo. Non spetta a noi sapere niente, ma ce la facciamo.

La mamma distrutta è tornata a casa e l’ho salutata dicendole, come tutte le volte, “tutaonana kesho asubuhi”, che significa “ci vediamo domani mattina”.

Dopo qualche giorno la bimba ha cominciato a mangiare dei pezzi minuscoli di pane, e la prima volta che la mamma l’ha vista anche solo di mangiare un pezzettino davvero microscopico, l’ha guardata con un sorriso pieno di tenerezza. La piccola ha cominciato pian piano a migliorare, tant’è che proprio oggi, sabato, al Nutritional, peso tutti i bimbi per controllare il peso e la bambina da 4 chili e quattro è passata a 4 chili e sette! Ho guardato la mamma, la bambina,  e.. non so.. è stata un’emozione. Credo di essermi affidata, di aver affidato la bambina e la mamma a quel Qualcuno su cui  spesso mi interrogo. Non voglio chiedermi il perché succeda a lei, perché credo che a una risposta non arriverò mai..  parlando con Giuseppe, missionario che vive qui da anni, pochi giorni dopo la visita alla bambina, pensavo e mi confrontavo sul fatto che il vedere la sofferenza, viverla in minima parte, condividendo un pezzo di strada con la vita dei poveri, ti smuove, ti pone delle domande, ti fa star male, ti fa letteralmente incazzare a volte, ma non puoi fare altro che fare del tuo meglio, non puoi fare altro che esserci , non puoi fare altro che volergli bene ancora di più.

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