Caschi Bianchi Cile

Il futuro incerto della Patagonia

Intervista a Juan Pablo Orrego, rappresentante del Consiglio di Difesa della Patagonia, in occasione della sua visita in Italia.

Scritto da Elena Ferro

Di recente la compagnia italiana Enel è diventata la depositaria di un progetto ferocemente criticato di sfruttamento idroelettrico nella Patagonia Cilena. Il progetto si chiama Hidroaysen ed è stato pensato durante gli anni della dittatura di Pinochet. In quel periodo i diritti di sfruttamento non consuntivo delle acque nei fiumi cileni (e della Patagonia specialmente) finirono nelle mani di pochi sostenitori del regime. Gli ambientalisti e le popolazioni locali lo hanno duramente combattuto e ora si è in attesa di un giudizio definitivo.

“Il progetto”, dice Juan Pablo Orrego, rappresentante del Consiglio di Difesa della Patagonia “è stato pensato per produrre energia idroelettrica con la costruzione di 5 dighe lungo i fiumi Baker e Pascua. Sarebbe collegato ad una linea di trasmissione che attraverserebbe 2400 km, 9 regioni, 74 comuni e 14 aree protette dello stato”. I toni sono molto chiari quando definisce il tutto “una barbarie e una mercificazione dell’acqua, acqua che è stata rubata ai cileni dalla dittatura”. Spiega, inoltre, senza mezzi termini che poche volte si è trovato di fronte ad un progetto che passerebbe sopra a tanti interessi diversi, senza guardare in faccia a nessuno. Questa idea viene presentata come la risposta ad un crescente bisogno di energia elettrica del Cile. In realtà grattando un po’ la superficie liscia delle cose, la patina si screpola ed appaiono i problemi e le ragioni sostanziali di questa speculazione. “I rischi sono molti”, è chiaro il ritratto che emerge dalle parole di Orrego, “sembra quasi incomprensibile che stiano pianificando tutto questo in un luogo in cui c’è un tale problema sismico, vulcanico, di svuotamento di laghi glaciali”. Come sottolinea “la Patagonia è una regione giovane, molto instabile, dove esiste un problema fisico concreto. L’area in cui vorrebbero costruire la linea di trasmissione è inoltre difficilmente controllabile e questo potrebbe provocare reazioni forti da parte delle popolazioni indigene contrarie all’esecuzione del progetto, come verificatosi in passato in situazioni simili”. Il gioco di specchi delle finanze e il labirinto degli investimenti creano a volte un vortice di situazioni quasi surreali. Anche quando si è convinti di essere giunti alla verità ci si accorge che quello che si guarda è solo un riflesso. “L’energia prodotta in Patagonia” tuona il nostro interlocutore “è destinata ad andare altrove, non è un progetto pensato per rispondere ai bisogni delle popolazioni locali ma per rifornire le imprese minerarie del Nord e parte del territorio di Santiago”.

L’opposizione del Comitato di Difesa della Patagonia è agguerrita in Cile e nonostante il silenzio del governo, spesso ingabbiato in giochi di potere che coinvolgono interessi privati, si stanno tentando molte strade. “Sono già in corso tre cause contro distinti aspetti del progetto”, puntualizza Juan Pablo Orrego. “Gli enti pubblici che hanno emesso lo studio di impatto ambientale hanno fatto 3000 osservazioni molto critiche al riguardo. Inoltre, a quanto attestano recenti sondaggi, la maggioranza della popolazione cilena non lo appoggia. La sua realizzazione”, continua, “è in mano a una compagnia costituita da due partner: Endesa Cile (prima spagnola ed ora di proprietà dell’Enel) e Colbun, impresa Cilena. Imprevedibilmente il progetto è diventato italiano”, è il suo commento a bruciapelo, “e stiamo cominciando a dare voce anche qui alla campagna Patagonia Sin Represas. Con l’appoggio di CRBM (Campagna per la Riforma della Banca Mondiale n.d.r.) e la Fondazione di Banca Etica ci siamo potuti riunire con i rappresentanti dei sindacati che si sono dimostrati molto interessati e molto motivati nel prendere in considerazione la situazione”. Le riunioni sono poi proseguite incontrando i rappresentanti della responsabilità sociale e impresariale dell’Enel, di Intesa San Paolo e di Unicredit. “Vogliamo cercare un confronto con loro”, conclude, “per far capire i problemi insiti in questo progetto e i pericoli che sono stati sottovalutati, perché vogliamo fermarlo. Sindacati ed Enel si sono dimostrati molto interessati a venire in Cile e visitare la Patagonia.”

Sembra infatti che solo chi non conosce questi luoghi possa pensare di utilizzare le risorse idriche per ragioni di profitto commerciale. Goccia dopo goccia le acque dei cileni rischiano di essere sfruttate indiscriminatamente senza nessun rispetto nei confronti di chi, soprattutto, in quei posti ci vive.

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