Dal villaggio palestinese di Bil’in, un esempio di azione nonviolenta contro la costruzione del Muro di separazione e l’espansione del blocco di colonie di Modi`in Illit.

Da quattro anni oramai, ogni venerdì gli abitanti del villaggio palestinese di Bil’in inscenano una protesta nonviolenta contro la costruzione da parte di Israele del Muro di separazione e l’espansione del blocco di colonie di Modi`in Illit. Queste azioni, entrambe palesi violazioni del diritto internazionale (risoluzioni ONU, convenzioni sui diritti umani, Corte Internazionale di Giustizia, Quarta Convenzione di Ginevra), espropriano al villaggio circa 200 acri di terra coltivabile. Tutti quegli olivi, tutte le cure che hanno meritato, il sudore versato, la fatica, la raccolta, l`olio: niente rimane. La terra, fonte essenziale per il sostentamento del villaggio, non c`è più. Altre colonie israeliane che verranno inglobate dal Muro di separazione, vengono costruite su parte della terra espropriata. Il giallo metallico delle gru, il bianco accecante delle nuove costruzioni, i movimenti di terra che sventrano avidi le colline: eccovi la frenesia folle della colonizzazione della Palestina.

Arrivati al villaggio i dirigenti del comitato di resistenza locale ci accolgono nella “casa degli internazionali”, dove si radunano gli attivisti. Le foto delle scorse dimostrazioni appese alle pareti della stanza fanno un certo effetto: le ruspe israeliane, le demolizioni delle case, le bandiere e la speranza, le lotte, il filo spinato, il fumo, le sconfitte. Proiettili d’acciaio rivestiti di plastica dura e lacrimogeni raccolti durante le dimostrazioni riempiono interi barili: ci affondo le mani, come per esorcizzare tutta quella violenza ormai impolverata. Finita la preghiera, dalla moschea escono i fedeli: “abbiamo anche la benedizione di Dio”, penso…

Si comincia il tragitto di circa un chilometro che dal villaggio conduce al tracciato dove sarà costruito il Muro. Bandiere, cori, proteste, discussioni, passi fermi e pugni stretti. Poco a poco, negli occhi la dolcezza sfuma in rabbia. Si scende lungo un sentiero tra campi di olivi, inebriati dai colori e dai suoni di questa bella giornata invernale che invita alla speranza. Le dimostrazioni di Bil’in hanno avuto una certa risonanza all’estero, ci sono giornalisti locali e non, attivisti internazionali ed israeliani che si battono contro l’occupazione militare della Palestina. Scintillano le macchine fotografiche. E` importante la presenza internazionale: per gli abitanti del villaggio che non si sanno soli, per noi attivisti che vogliamo capire e dimostrare ai soldati che questa gente ha il sostegno della società civile mondiale. La coscienza del mondo fiorisce a Bil’in.

A Bil’in si fa spesso “resistenza creativa”: questa volta abbiamo indossato casacche a strisce bianco e nere, con uno stemma giallo a forma di Gaza appuntato sul petto, a ricordare gli ebrei nei campi di concentramento nazisti. L’intenzione è fare un parallelo tra l’olocausto degli ebrei nella Seconda guerra mondiale e la tragedia che stanno vivendo gli abitanti di Gaza a causa dell’embargo e della guerra scatenata da Israele.

Ci siamo avvicinati alla recinzione, “il cantiere della vergogna” viene chiamato qui, reclamando il diritto degli autoctoni a vivere in pace sulla propria terra, chiedendo di spostare il tracciato del Muro e smantellare la colonia israeliana che priva il villaggio delle sue terre e gli abitanti della libertà di movimento. Tra l’altro anche la Corte Suprema israeliana ha dichiarato che il tracciato del Muro, dettato in base ai piani di espansione futura delle colonie e non per motivi di sicurezza, danneggia gravemente il villaggio e deve essere modificato. Naturalmente il Ministero della Difesa e l’esercito non hanno la minima intenzione di conformarsi alla decisione della Corte.

I soldati ci intimano di sgombrare la zona entro 10 minuti, azionando una sirena assordante, e si preparano in assetto antisommossa. Tutte le armi, le divise e gli sguardi duri dei soldati puntati verso di noi non fanno altro che evidenziare la superiorità morale della resistenza nonviolenta a Bil’in rispetto alla brutalità di un esercito occupante. La protesta continua. Ci avviciniamo alla barriera: c’è chi alza le mani in segno di nonviolenza, chi canta, chi protesta. I soldati avanzano ed arrestano due attivisti israeliani (padre e figlio) e tre palestinesi. I ragazzi, professionisti della fionda, cominciano a tirare sassi verso i soldati: raddrizzano sempre più la mira, ma quei sassi non feriscono. “Che importa”, mi dico, “se un’azione non reca un effetto immediato e tangibile, non per questo perde di significato”. La risposta degli shabab serve da pretesto ai militari per scatenare una pioggia fittissima di lacrimogeni, bombe sonore e altri tipi di armi. Ci disperdiamo, indietreggiamo, viene colpito persino il furgone della tv “English AlJazeera”. Gli scontri si fanno più violenti, i soldati cominciano a sparare proiettili di acciaio rivestiti di plastica dura, mentre continua il lancio di lacrimogeni: alla fine si conteranno alcuni feriti per l’inalazione di gas tossico. Dopo più di un’ora la dimostrazione finisce, gli animi si placano, lenti risaliamo la collina che porta al villaggio, esausti ed accaldati. Anche oggi, come ogni venerdì, il popolo più paziente del mondo ha rinsaldato il legame con la propria terra, ci ha fatto di nuovo l’amore; sa custodirla. In questa terra si fa tanto presto a perdere la fiducia negli esseri umani quanto a riacquisirla.

Il messaggio dei militari è chiaro: chi alza la testa riceverà indietro dieci volte tanto. Così avviene anche a Gaza. Ma la dignità di questa gente non ha un prezzo, non si misura a violenza, ed a Bil’in le proteste continueranno, così come è stato per anni, diventando un modello di resistenza nonviolenta per molti altri villaggi della Palestina occupata. Torno a casa con un filo in più di speranza: non riavrete i vostri olivi forse, ma portate il mento alto, un cuore generoso, e non avete tradito la vostra terra.
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