Nomika Zion racconta in questa intervista la realtà nonviolenta del gruppo Other Voice e dei tentativi per costruire un ponte di pace tra Gaza e la cittadina di Sderot.

“Questa Guerra non mi ha fatto sentire nè sicura nè tranquilla. Mi spaventa vedere la città vestita a festa, con bandierine israeliane che sventolano ad ogni angolo”. Le parole pronunciate meno di mezz’ora fa da Nomika Zion, coraggiosa donna israeliana, membro del gruppo Other Voice, mi rimbombano nella testa mentre, in cima a una collina, osservo le morbide linee verdi che conducono il mio sguardo verso Gaza City. In cielo due palloni aereostatici controllano la situazione, dal momento che il cessate il fuoco non permette all’aviazione israeliana di sorvolare la zona.

Davanti a me si stendono i 360 km² più densamente popolati del Medio Oriente: la Striscia di Gaza. 1.500.000 palestinesi che dal 2007, dalla vittoria di Hamas contro Fatah, vivono intrappolati nella loro stessa terra, con l’embargo di Israele e senza quasi poter ricevere gli aiuti umanitari dalla comunità internazionale, dal momento che il loro partito di Governo è nella lista dei movimenti terroristici. Un pezzettino di terra dove, secondo i dati delle Nazioni Unite, il tasso di disoccupazione è del 50% e dove il 78% delle famiglie vive sotto la soglia di povertà, dove a causa dell’embargo scarseggiano, fino a mancare del tutto, petrolio, gas, acqua ed elettricità. Un pezzettino di terra dove i prezzi di qualunque alimento sono altissimi e dove le code per il pane possono durare anche cinque ore . Si è creata una vera e propria crisi umanitaria, da cui gli abitanti di Gaza non possono nemmeno decidere di fuggire: i confine sono chiusi, sigillati. Non si passa in Israele e non si passa nemmeno in Egitto.

Dall’altra parte della collina, alle mie spalle, Sderot. Cittadina tristemente famosa per essere il bersaglio dei razzi qassam, lanciati dai guerriglieri palestinesi, in risposta all’embargo e alle incursioni dei soldati israeliani.
Sderot, 20.000 abitanti, di tutte le etnie e provenienti dalle più diverse parti del mondo. “Una citta’ multitribale e multiculturale” come l’ha definita Nomika stessa durante il nostro incontro, avvenuto nella sua casa, uno dei nuclei dell’urban kibbutz Migvan, il cui nome significa appunto diversità. Una citta’ di 20.000 abitanti. Il 45% della popolazione è costituito da ebrei immigrati dall’ex Unione Sovietica, dalla Georgia, dalla Repubblica Ceca, dalla Cecenia. Il 30% è costituito dai fondatori, la classe media, proveniente dal Marocco. Un piccolo 3% da etiopi a cui si aggiungono 400 Palestinesi che hanno collaborato con la Shabbak, la polizia segreta israeliana. Il resto della popolazione è formato da Orangisti (sionisti nazionalisti che fino al 2005 abitavano negli insediamenti all’interno della Striscia e che sono stati evacuati) e estremisti religiosi appartenenti al movimento Habbad. “Un mosaico complicato dove però ci sono due cose che tutti abbiamo in comune: i razzi qassam e l’amore per Sderot. Per parlare in termini psicologici si può dire che tutti gli abitanti di questa città vivono in condizioni traumatiche da 8 anni. Le sirene che avvertono dell’arrivo dei qassam, 15 secondi per raggiungere il più vicino bunker di sicurezza, la continua incertezza per i nostri figli, la paura…lo stress emotivo, i bambini in depressione clinica che non hanno mai visto una realtà diversa, l’abbassamento del sistema immunitario” racconta Nomika, mentre noi sette la ascoltiamo silenziosi nel suo salotto. Un salotto che dall’inizio della Guerra a Gaza ha visto decine e decine di interviste. Perchè la voce di questa donna è una delle pochissime voci che a Sderot si oppongono alle politiche di sicurezza di Israele e alla Guerra.

“Certi giorni si arriva anche a sessanta razzi al giorno, un inferno. Con la consapevolezza che a pochi kilometri da noi i nostri vicini vivono un altro inferno, a causa delle ripercussioni di Israele e delle condizioni disumane a cui sono costretti. Un anno fa, a gennaio, un gruppo di venti di noi abitanti di Sderot si è incontrato per la prima volta per parlare dei nostri sentimenti, della nostra situazione. Individui provenienti da diverse realtà, di destra e di sinistra, religiosi e non, giovani e vecchi. Per la prima volta non mi sono sentita sola. Ci siamo accorti che nessuno di noi vedeva gli abitanti di Gaza come dei nemici, ma come esseri umani con cui era assolutamente necessario costruire ponti, creare dei canali di comunicazione”. E’ così che sono nate le riunioni di Other Voice, con un cellulare sul tavolo per parlare con gli amici di Gaza, condividere le sofferenze e raccontarsi le vite quotidiane, sotto attacco e sotto assedio. Ed è nato il blog http://gaza-sderot.blogspot.com dove due uomini, uno di Gaza e uno di Sderot, hanno iniziato a scriversi, nascosti dietro l’anonimato di Peaceman e Hopeman.

Parla quasi per un’ora Nomika Zion, è un fiume di lucide emozioni mentre ci racconta tutti i tentativi fatti per costruire un ponte di pace e speranza tra Gaza e Sderot, a prescindere dalle politiche monolitiche, nazionaliste e militariste del suo stesso governo. “L’unica volta in cui ho sentito che il mio governo mi stava veramente difendendo è stata durante il cessate il fuoco di giugno. Per la prima volta ci siamo sentiti sicuri. Ma è stata un’occasione sprecata. Poteva essere un tempo per cercare la pace. Ma a questo punto non credo che i nostri leader vogliano davvero la pace. Hanno davvero fatto di tutti per cercare una negoziazione? Hanno davvero cercato di risolvere la questione dei confini e dell’embargo? Hanno davvero cercato in capo al mondo i mediatori più adatti alla situazione? E mi domando, se anche riuscissero a cancellare Hamas, chi prenderebbe il suo posto? Al Qaeda?”. Nomika è preoccupata per quella che definisce la sua fragile democrazia. “Durante la Guerra è stato fatto un sondaggio qui al Siper College. Il 40% degli studenti ha detto che alle elezioni voterebbe Avigdor Lieberman, rappresentante dell’estrema destra più razzista. Sono davvero terrorizzata per quello che sta succedendo, ripongo le mie speranze in Barak Obama”.

L’8/8/08, primo giorno dei giochi olimpici di Pechino, una data simbolica, i membri del gruppo Other Voice hanno provato a incontrarsi con i loro amici di Gaza. Una biciclettata fino alla collina dove mi trovo adesso, indossando magliette con una semplice scritta in arabo, ebraico e inglese: “Ciao Gaza, Sderot è qui”. “Avevamo pensato a un gesto simbolico durante il cessate il fuoco, un modo per poter provare a guardarci in faccia, anche se separati da un confine. I bambini avevano portato degli aquiloni. Ma purtroppo dall’altra parte non è arrivato nessuno. Avevano troppa paura di Hamas. Siamo solo persone che vogliono la pace, che vogliono stare insieme, e vengono fermate da due leadership che tutto vogliono fuorchè la pace”.

Mentre me ne sto appollaiata sulla collina penso che, in condizioni normali, si impiegano 25 minuti da Sderot per raggiungere il cuore di Gaza. Penso alla bellezza del significato simbolico di un aquilone. E ricordo che Nomika ci ha raccontato, riportando le parole dei fondatori di Sderot provenienti dal Marocco, che c’è stato un tempo in cui gli abitanti di questa città andavano al mare a Gaza, che gli abitanti delle due zone più vicine e più lontane di tutto il Medio Oriente studiavano insieme al Siper College. Mentre ora non possono neanche vedersi in faccia.

Il taxi mi aspetta per tornare verso Gerusalemme. Mentre mi lascio alle spalle le inquietanti bandiere israliane che inneggiano alla guerra per le strade di Sderot penso ai due anonimi senza volto Peaceman e Hopeman. Penso che non vedo l’ora di leggere le loro parole sul blog.
E poi penso a Nomika, penso al fatto che un pezzo del suo cuore è rimasto nel mio quando ha detto: “Il mio cuore è diviso in tre. Una parte tutta mia, stanca di vedere le strade vuote mentre corre verso le stanze di sicurezza. Una parte per l’esercito. Per quei padri, figli, mariti, fratelli, amici, che avranno per sempre l’anima inquinata dall’odio. E una parte per i miei amici di Gaza. Quando hai nomi e volti dall’altra parte di un confine e sai che soffrono tremendamente, il cuore sembra essere troppo piccolo per contenerli tutti”.

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