L’inadeguatezza nel raggiungimento degli obiettivi della guerra rivela come quest’ultima rappresenti una totale sconfitta per Israele.

Articolo di Gideon Levy tratto dal quotiano Ha’aretz del 22/01/2009

All’indomani del ritorno dell’ultimo soldato israeliano da Gaza, possiamo affermare con certezza che le truppe sono andate lì invano. Questa guerra si è conclusa con una sconfitta totale per Israele.

Questo va al di là di una profonda sconfitta morale, che di per sè sarebbe già una cosa grave, ma riguarda l’inadeguatezza nel raggiungere gli obiettivi prefissati. In altre parole, il dolore non bilancia il fallimento. Non abbiamo guadagnato niente da questa guerra se non centinaia di tombe, alcune molto piccole, migliaia di persone menomate, molta distruzione, e abbiamo infangato l’immagine di Israele.Quella che all’inizio della guerra sembrava una sicura sconfitta per una manciata di persone, lo diventerà per molte altre, quando il grido di vittoria sarà scemato. L’obiettivo iniziale della guerra era mettere fine al lancio di razzi Qassam. Questo non si è arrestato fino all’ultimo giorno di battaglia. L’obiettivo è stato raggiunto solo dopo che è stato decretato il cessate-il-fuoco. Gli ufficiali della difesa stimano che Hamas abbia ancora 1,000 missili.

Nemmeno il secondo obiettivo della guerra, la prevenzione del contrabbando, è stato raggiunto. Il capo del servizio di sicurezza interna Shin Bet ha stimato che ricomincerà entro due mesi.

La maggior parte del contrabbando che avviene oggi ha lo scopo di rifornire di cibo una popolazione sotto assedio, non di ottenere armi. Ma anche se accettassimo la campagna allarmistica sul contrabbando, con tutte le sue esagerazioni, questa guerra è servita a dimostrare che solo armi rudimentali e di bassa qualità sono passate attraverso i tunnel che collegano la Striscia di Gaza con l’Egitto.

Anche il raggiungimento del terzo obiettivo è in dubbio: la deterrenza. La dissuasione che avremmo dovuto ottenere con la seconda guerra in Libano non ha avuto il minimo effetto su Hamas, e quella che avremmo dovuto ottenere ora non sta facendo di meglio: il lancio sporadico di missili dalla Striscia di Gaza è continuato negli ultimi giorni.

Il quarto obiettivo, che rimane non dichiarato, non è stato raggiunto. L’IDF non ha ristabilito la sua credibilità. Non avrebbe potuto, in una quasi – guerra contro organizzazioni miserabili e mal equipaggiate che contano su armi artigianali, i cui combattenti hanno a malapena incitato alla lotta.

Le descrizioni eroiche e i poemi di vittoria scritti sul “trionfo militare” non serviranno a cambiare la realtà. I piloti hanno volato in missioni di esercitazione e le forze di terra sono state impegnate in esercizi come arruolarsi e sparare.

I generali e gli analisti che si sono fatti carico dell’operazione, la descrivono come “una conquista militare”, è ridicolo.

Non abbiamo indebolito Hamas. La maggioranza dei suoi combattenti non è stata ferita e il supporto popolare è di fatto cresciuto. La loro guerra ha intensificato la filosofia della resistenza armata e determinato la loro resistenza agli attacchi. Un paese che ha curato un’intera generazione con la filosofia di alcuni versetti dovrebbe saperlo apprezzare al giorno d’oggi. Non c’era dubbio su chi fosse Davide e chi Golia in questa guerra.

La popolazione a Gaza, che ha subito un così duro colpo, non diventerà più moderata adesso. Al contrario, ora più di prima, il sentimento nazionale diventerà ostile contro chi ha inflitto quel colpo – lo Stato di Israele. Come l’opinione pubblica pende a destra in Israele dopo ogni attacco contro di noi, così farà Gaza in seguito al duro attacco che abbiamo scagliato contro la Striscia.

Se qualcuno è stato indebolito da questa guerra è Fatah, la cui fuga da Gaza e il cui abbandono hanno acquistato un significato particolare. La sfilza di fallimenti di questa guerra deve includere anche, certamente, quello della politica dell’assedio. Dobbiamo prendere atto che è del tutto inefficace. Il mondo boicottava, Israele assediava, e Hamas governava (e lo fa tuttora).

Ma il bilancio di questa guerra, per quanto riguarda Israele, non si esaurisce nell’assenza di successi. Ci ha caricato di un peso enorme, che graverà sulle nostre spalle per lungo tempo. Quando si tratterà di definire la posizione di Israele a livello internazionale non dobbiamo permettere di farci abbindolare dalla parata dei leader europei in nostro supporto, essi sono venuti per farsi scattare qualche foto d’occasione col Primo Ministro Ehud Olmert.

Le azioni di Israele hanno inferto un duro colpo al consenso pubblico allo stato israeliano. Questo fatto non ha effetti immediati, l’onda d’urto arriverà prima o poi. Tutto il mondo ha visto le immagini. Hanno scioccato chiunque le abbia viste, anche se hanno lasciato freddi molti israeliani.

La conclusione è che Israele è un paese violento e pericoloso, privo di ogni ritegno, che ignora apertamente le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e se ne infischia del diritto internazionale. Le indagini sono iniziate.

Ancora più grave è il danno morale che peserà sulle nostre spalle. Esso scaturirà da domande difficili come “cosa ha fatto l’IDF a Gaza”, nonostante il tentativo di offuscamento dei media assoldati.

Quindi cosa si è ottenuto in fin dei conti? Se era una guerra mossa per soddisfare ragioni di politica interna, in questo senso l’operazione ha avuto successo oltre le aspettative. Il leader del Likud Benjamin Netanyahu si sta rafforzando nei sondaggi. E perché?
Perché non riusciamo mai ad averne abbastanza della guerra.

Note:

Per l’articolo in lingua originale:

www.haaretz.com/hasen/spages/1057670.html

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