Caschi Bianchi Zambia

La dolce attesa

Una giornata al centro nutrizionale: donne, bambine e le loro storie. Fotografia di un incontro.

Scritto da Claudia Corrado

Evelin ha un vestito rosa con il pizzo, su cui sono ricamati dei fiori. La sua mamma si chiama Margaret. Sono entrambe molto belle. Hanno lo stesso naso un po’ all’insù. Evelin ha 5 anni, è disabile ma così abile nei suoi sorrisi da farmi sprofondare nel suo mondo. L’ho incontrata stamattina. Mercoledì 2 Aprile 2008. Al centro nutrizionale di Pamosi. Ndola. C’erano altri 40 bambini, venuti con le loro mamme o nonne per il controllo del peso e per verificare il procedere del programma contro la malnutrizione.

L’ho vista subito, ha una faccia furbetta. Lei non parla, ma sa che il suo corpo, le sue espressioni comunicano per lei. Aiuto a pesare i bambini, arriva il suo turno. La bilancia consiste in una bilancina a cui all’estremità è attaccato un marsupio. Evelin si muove tutta e penso che nemmeno io vorrei infilarmi in quel’arnese così scomodo. Pesa 10 kg. ”E’ aumentata!”.Sorridiamo tutte e tre insieme, Margaret la sfila dal marsupio e si allontana.
Nel frattempo una volontaria del centro prepara il porridge per i bambini. C’è una sedia libera accanto a Margaret. “Posso?” non vorrei disturbarla mentre mangia, ma sembra che la mia presenza sia utile nel far stare ferma Evelin. “Siediti”. Osservo Margaret. Soffia su ogni cucchiaiata, ne mette una puntina in bocca e quando è sicura che il porridge sia tiepido, con delicatezza lo pone davanti alla bocca di Evelin, che si apre senza esitazioni. Caldo o freddo che sia, il porridge le piace davvero molto.

Mi prende la mano e ce la teniamo stretta stretta l’una con l’altra. Forte. Margaret nel frattempo chiacchiera con la mamma vicina, credo che sia qualcosa di divertente perché ride con piacere. Sembra felice di stare lì, di passare qualche ora con altre donne. È felice perché Evelin è aumentata di peso. Si gira verso di me, e le chiedo conferma: “Si,oggi sto bene!” Sorriso reciproco. “Solo oggi? “ replico chinando un po’il capo.” No, non solo oggi. Alcuni giorni sono un po’ più complicati…ma in qualche maniera si va avanti, e poi c’è Evelin.” L’amica la richiama a sé e scusandosi Margaret riprende la sua chiacchierata. Credo sia abbastanza riservata e non voglio essere troppo invadente. Finito il pranzo, la madre le pulisce la bocca con l’estremità della sua gonna colorata e ripone il piatto per terra. Ora aspetta di fare la visita di controllo, ma l’attesa sarà breve, intanto Evelin appoggia la testolina sul petto della madre per fare un piccolo sonno, e la sua mano è sempre legata alla mia. Anch’io appoggio la testa tra il davanzale della finestra e la spalla di Margaret. Poco dopo sento muoversi, è il loro turno, mi sposto e lascio con una smorfia alla bocca la mano di Evelin, dicendole con gli occhi “ti aspetto qui fuori”. Alzo le gambe sopra la sedia e le stringo forte a me, metà del mio viso è nascosto. Le guardo, tutte davanti, con i loro bambini, con gli abiti sgargianti, le treccine o i turbanti sui capelli. La maggior parte di loro è già entrata per la visita di controllo, ma di certo non se ne vanno via subito. Aspettano che tutte l’abbiano fatta, poi parlano e si consigliano, se c’è qualche mamma in difficoltà cercano insieme una soluzione. Infine devono fare la preghiera e chi abita nello stesso villaggio tornerà a casa insieme.

Giro lo sguardo verso la porta dell’ambulatorio, intravedo i piedi di Evelin che sbucano dalla schiena della mamma su cui è accoccolata. Margaret sorride e la cosa le riesce benissimo perché ogni volta ti regala un emozione, per non parlare di quando lo fa la figlia.
Rimaniamo ancora un po’ sedute su quelle sedie scrostate di un azzurro cielo, non faccio nemmeno in tempo ad assicurarmi della stabilità della seduta, che Evelin ha già preso la mia mano. Chissà cosa pensa, spero non mi consideri una bambolina bionda con gli occhi blu, per carità che brutto pensiero..invece credo di piacerle, almeno un po’.
È l’ora della preghiera. Il bemba si fonde con qualche pianto di bambino e il rumore assordante dei camion scassati che passano nella strada accanto.
Margaret comincia a sistemare le sue cose, apre la carrozzina di Evelin, si sfila piano la stoffa con cui tiene la piccola sulla schiena e con un movimento così dolce ed elegante la fa sedere sulla carrozzina. Dopodiché mi chiede: “Vuoi fare una foto con lei?”, indicandomi la bambina. Quel giorno non avevo la macchina fotografica con me, avrei potuto chiedere ad un’altra volontaria ma non so perché non mi andava. Quelle ore erano state superbe e non avevano bisogno di nessuna foto. Avevo paura che Evelin si spaventasse per il flash, che pensasse “Ecco, ora ha fatto una foto e non si ricorderà più di me”.
Le rispondo: “No, non ti preoccupare, sarà difficile dimenticarvi”. Abbassando lo sguardo mi avvicino al suo orecchio e le sussurro “Spero di diventare una mamma brava come te.”
Come dirvi che la sua risposta fu un sorriso.

Bacio Evelin e lei ricambia con uno così forte da sentire lo scrocchio. Do la mano a Margaret, lei si avvicina carezzandomi il viso.
Qualche tempo dopo, parlando di quel centro con una volontaria, mi racconta che la mamma di Evelin è un’ex prostituta e che dalla relazione con un cliente era nata la piccola. Ora lavorava lì, nello stesso centro, due giorni a settimana, con altre donne uscite dalla strada creando dolci oggetti per bambini che poi cercano di vendere tramite il progetto. Ciò non cambiò nulla per me, pensai solo a quelle due creature meravigliose che in poche ore mi avevano stregata e mi avevano insegnato una dolce attesa.
Tutto è indelebile come il mio tatuaggio, e qualche volta se sono triste lo rispolvero e riemergono Margaret, Evelin, il suo vestito e l’odore del porridge. Forse, pensandoci, avrei voluto fare una foto alla sua mano.

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