Caschi Bianchi Kosovo

Nel Kosovo indipendente una stella parla turco

Difficile definire quanti turchi vivano oggi in Kossovo. I censimenti hanno rappresentato spesso uno strumento di potere, e i passaggi di identità etnica sono stati frequenti. Si sa per certo che molti hanno abbandonato la propria identità o sono partiti, ma che c’è anche chi è rimasto e ha proclamato i propri diritti. Intervista a Enis Subi, funzionario del partito turco con sede a Prizren, uno dei tre rappresentanti turchi nell’Assemblea della Municipalità

Scritto da Sara Cossu

I paradossi della storia dei Balcani, le contraddizioni e le relazioni non sempre facili tra le varie etnie non hanno risparmiato i turchi del Kossovo.
Niente di strano che sotto gli ottomani i cristiani siano diventati musulmani, o che, una volta entrati a far parte del Regno di Jugoslavia, molti turchi, passati dalla parte dei conquistatori a quella dei conquistati, si siano dichiarati serbi o comunque “altro da se stessi”.
I censimenti hanno rappresentato uno strumento di potere che si è fondato su statistiche e percentuali, che a loro volta servivano a legittimare la spartizione del potere su base etnica, a seconda del numero di appartenenti che ciascun gruppo poteva vantare. E i turchi, almeno quanto le altre etnie, non sono stati esonerati da questa lottizzazione.

Niente di strano che con la nascita della Repubblica socialista di Jugoslavia e l’avvio dei non ottimi rapporti con la Turchia, dichiararsi turco fosse rischioso e che solo un migliaio ebbe il coraggio di farlo. O che nel 1953, agli esordi della guerra fredda e con la distensione dei rapporti con la Turchia, 35.000 siano improvvisamente tornati a essere turchi per ottenere il visto e partire a Istanbul. O che nel 1991 molti di essi si siano dichiarati albanesi, sull’onda degli eventi del 1989.
E paradossalmente, invertendo quelle logiche che fino ad allora erano state valide, il censimento è riuscito a trasformarsi in un vero e proprio strumento di ricatto nelle mani della “minoranza”. Così fu nel 2000, quando i turchi boicottarono il censimento OSCE per ottenere lo status di lingua ufficiale nel Kossovo “liberato” dai serbi, per smettere di essere invisibili agli occhi della comunità internazionale che in quei tempi teneva i fari puntati su quel fazzoletto di terra bombardato dalla Nato, ma non si era ancora ben accorta di loro.
Niente di strano che siano state coniate parole come albanizzazione e slavizzazione per spiegare i “passaggi di identità etnica”, che servivano da un lato ad aumentare il volume della componente più forte in grado di esercitare pressioni su quelle più fragili, dall’altro a non perdere il posto di lavoro, a continuare a frequentare la scuola, a non andare incontro a esclusione sociale e marginalizzazione, o peggio persecuzioni e torture. Moschea a Prizren, Kossovo.

E niente di strano infine che alcuni abbiano scelto di lasciare il Kossovo, rincorrendo i confini dell’Impero ottomano che indietreggiavano guerra dopo guerra, restringendosi fino a diventare con Atatürk, nel 1923, quelli di una semplice repubblica. Nel 1913 furono più di un milione e mezzo a partire alla volta di Istanbul. Dopo la nascita della Repubblica Turca fino al 1939, altre centinaia di migliaia di turchi lasciano il Kossovo. Oggi ogni famiglia turca in Kossovo ha dei parenti in Turchia con cui trascorrere il Bayram, la festa di rottura del mese di digiuno del Ramadan.
Non deve sorprendere che nessuno sappia quanti turchi oggi vivano in Kossovo. E che non lo sappiano neanche loro. Si sa per certo che le strade che spesso hanno seguito sono state due: abbandonare la propria identità o partire, mantenendo dentro il cuore la memoria storica della propria gente o i dolci suoni della lingua turca, cercando il momento più opportuno per farli venire nuovamente a galla e farli risuonare con forza e determinazione.
E forse ora per i turchi del Kossovo questo momento è arrivato. E questo lo si deve soprattutto a chi ha scelto una terza via ed è rimasto gridando a gran voce il diritto di potersi chiamare turco. E l’ha fatto rigorosamente in turco.

Cerco di farmi spiegare come da Enis Subi, giovane funzionario del Kosova Demokratik Türk Partisi – Kossovo Turkish Democratic Party (KDTP), partito turco con sede a Prizren, la città kossovara con il maggior numero di cittadini turchi (circa 9.000 su una popolazione totale di 240.000 abitanti, secondo un recentissimo rapporto OSCE), con tre rappresentati nell’Assemblea della Municipalità, di cui uno è proprio lui. Nonostante padroneggi l’albanese come se fosse la sua lingua madre, sceglie volutamente e per ovvie ragioni di parlarmi in turco e di far tradurre in inglese da un ragazzo rom che mi accompagna.

Lo incontro nel suo ufficio dove sulle mensole troneggiano busti di Mustafa Kemal Atatürk, e sulle pareti i suoi ritratti, ma anche l’inno nazionale della Turchia, che fu scritto da un turco del Kossovo, e ancora immagini di Erdogan, primo ministro turco, Gül, presidente turco fra i maggiori esponenti del KDTP, che siedono in parlamento o al governo kossovaro. I noti volti della politica kossovara mancano invece all’appello, forse sono appesi in qualche angolo remoto di questa sede di partito, che ha quasi le sembianze di un’enclave turca che addirittura non manca di una ben fornita biblioteca dove sono presenti persino i volumi contenenti i versi mistici di Mevlana Celaleddin Rumi, grande poeta sufi del XIII secolo del quale un ristorante di Prizren ha preso il nome, persiano che trascorse quasi tutta la sua vita in Anatolia, fondatore della famosa confraternita dei dervishi danzanti.

I turchi rappresentano una delle minoranza in Kossovo. Vi sentite davvero tali?
I Turchi non arrivarono in Kossovo con l’Impero ottomano, ma molto prima. Non siamo soddisfatti di essere considerati minoranza. Le leggi che ci sono oggi sono ereditate dall’Impero ottomano. Ovunque ci sono i segni dell’Impero ottomano. Il Kossovo era una regione dell’Impero ottomano. Nello specifico Prizren ne era la città più importante.
Per questo non possiamo sentirci una minoranza. Non siamo ospiti o inquilini in Kossovo! Siamo indigeni. È casa nostra.
Non possiamo sentirci tali anche se, quando i serbi cominciarono a spostarsi massicciamente verso il Kossovo, noi turchi insieme agli albanesi e a gruppi di altre etnie cominciammo a diventare “minoranze”. Dopo che Tito divenne leader, noi turchi e gli albanesi ottenemmo i nostri diritti, vivevamo insieme e non c’erano differenze tra noi. Dopo il 1989, con la politica di Milosevic in Kossovo, le cose cambiarono di nuovo.

Nel 1992 durante i colloqui per discutere sulla situazione della Bosnia Herzegovina insieme a Milosevic e Karadzic, Lawrence Sidney Eagleburger, segretario americano per gli Affari Esteri chiese a Hikmet Cetin, ex Ministro turco degli Affari Esteri: “Come avete fatto a restare in questi terribili posti per 500 anni?”. Gli storici hanno trovato una motivazione e la chiamano pax ottomana. Che cosa significa?
Durante il periodo ottomano turchi e albanesi vivevano insieme, e non c’erano differenze tra le etnie e religioni. Convivevano in pace musulmani e cristiani. Semplicemente, questa era la pax ottomana.

Il fatto che a Prizren si concentri il maggior numero di turchi ha permesso di preservare le caratteristiche di una tipica città ottomana?
Il problema è sempre stato proteggere tutto questo patrimonio! Prizren è una città dove le persone possiedono un grado elevato di cultura e desiderano proteggere la loro storia. Lo fanno cercando di salvaguardare e tutelare il patrimonio storico artistico. Nello specifico ci sono alcuni istituti che se ne occupano. Ma voglio sottolineare che non ci sono solo siti ottomani, ma anche albanesi e di altre culture che hanno il diritto di essere protetti.

Moltissimi turchi scelsero di partire per Istanbul quando il Kossovo divenne parte del Regno di Jugoslavia nel 1913, smettendo di essere provincia dell’Impero ottomano come era stato dal 1389, quando gli ottomani sconfissero i serbi, nella famosa battaglia di Kossovo Polje. È vero che la popolazione di origine kossovara che vive in Turchia è più numerosa di quella che vive in Kossovo?
I turchi partirono in alcuni momenti storici particolarmente difficili. Per esempio sotto Rankovic, un leader serbo. Forse più di 100.000 persone lasciarono il Kossovo, insieme a molti albanesi, anch’essi vittime della situazione. Tanti scappavano da infelici situazioni politiche e in tanti partirono verso Istanbul. Non è vero che la popolazione di origine kossovara in Turchia supera la popolazione del Kossovo. Ma siamo vicini!

Oggi una delle vostre battaglie si combatte sul fronte dello status della lingua turca, perché?
Nel 1948 gli albanesi cominciarono a usare la propria lingua nelle scuole e anche i turchi.
Nel 1951 abbiamo iniziato a usare la nostra lingua sempre di più e nel 1974, grazie alla nuova Costituzione, il turco divenne lingua ufficiale, insieme all’albanese e al serbo-croato. Avevamo gli stessi diritti. Questo fino agli anni Novanta. Con il regime di Milosevic, il serbo divenne la sola lingua ufficiale. Dopo la guerra del 1999, l’UNMIK arrivò e disse: “Qui non ci sono turchi!” Poi si disse che eravamo solo 10.000. Ma queste sono le cifre dell’UNMIK. Non quelle vere.
Noi stiamo combattendo per i nostri diritti. I diritti dei turchi. Chiediamo che la nostra lingua fosse riconosciuta come terza lingua ufficiale. Il turco è lingua ufficiale solo a Prizren, ma non in tutto il Kossovo.
I documenti ufficiali del governo sono solo in serbo e in albanese. Dovrebbero essere tradotti anche nella lingua dei bosgnacchi e dei rom. Ma come turchi, noi siamo presenti con un numero maggiore, e prima di queste lingue deve esserci la nostra.

Perché l’UNMIK e tanto meno la Costituzione del Kossovo, Stato indipendente, votata all’unanimità il 9 aprile 2008 anche da rappresentanti turchi, non ha accolto la vostra richiesta e all’articolo 5 ha dichiarato lingue ufficiali solo il serbo e l’albanese, e solo a livello municipale turco, bosgnacco e rom?
Questo bisogna chiederlo ai rappresentanti dell’UNMIK, non a me! Stiamo cercando di ottenere lo status. Abbiamo anche a Prishtina i nostri rappresentati, anche al Governo. Non siamo contrari alla nuova Costituzione, vogliamo solo che il turco diventi lingua ufficiale.

Le autorità lamentano il fatto che non riusciate ancora definire con precisione il numero dei turchi in Kossovo. Ma realmente quanti siete?
Forse 70.000.

Il mancato status di lingua ufficiale può avere come motivazione il nazionalismo albanese?
I problemi oggi sono con i serbi, non con gli albanesi. Se teniamo conto delle questioni politiche, la nostra priorità è ottenere lo status di lingua ufficiale. Non siamo contro gli albanesi. Siamo contro i documenti che non vengono redatti anche nella nostra lingua.

Quali sono le battaglie politiche del KDTP?
Status di lingua ufficiale per il turco, educazione e cultura in turco. Questi i principali punti all’ordine del giorno nel programma del nostro partito.
A Prizren ci sono asili, elementari, superiori, università dove si insegna in turco. Anche a Prishtina, all’università, alcuni insegnamenti sono in turco. Molti ragazzi vengono incoraggiati a proseguire gli studi in Turchia grazie a borse di studio. Questa possibilità non è data solo ai turchi ma a bosgnacchi, albanesi, a tutti.

Come si colloca la Turchia rispetto all’indipendenza del Kossovo? La Turchia aiuterà i turchi del Kossovo a far brillare di luce migliore la loro stella sulla nuova bandiera?
La Turchia è in Kossovo con i suoi militari KFOR e con i suoi funzionari OSCE. È stato uno dei primi Stati a sostenere e riconoscere l’indipendenza. Sventolava anche la bandiera turca, a Prizren, la notte prima della dichiarazione d’indipendenza.
La nuova bandiera del Kossovo è stata prodotta in Turchia, a Istanbul, ed è arrivata il 17 febbraio con gli aerei della Turkish Airlines, atterrando in un Kossovo indipendente appena da qualche ora.
E la Turchia ha sempre sostenuto il Kossovo. L’ha sempre aiutato. Vuole avere ottime relazioni con gli albanesi e vivere bene con loro. La Turchia sostiene l’educazione e la cultura turche, quindi anche la nostra stella.

Note:

Link: http://www.kdtp.org/kdtp/

GALLERUA FOTOGRAFICA di Sara Cossu

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