Caschi Bianchi Kenya

Baba Yetu, Padre nostro

Quotidianità della casa di accoglienza di Soweto, baraccopoli alla periferia di Nairobi.

Scritto da Gian Paolo Chiecchi, Casco Bianco a Nairobi

Qualcuno l’ha definito un porto di mare, qualcun’altro un dispensario di speranze. Senza dubbio è un punto di riferimento per le persone di Soweto che non mancano mai di essere presenti, di chiedere, a volte anche di pretendere. D’altronde l’hanno visto crescere dall’interno, l’hanno accompagnato nel modificarsi ed evolversi. Con il passare degli anni ha preso sempre più forma ed ora muove i suoi passi da solo. “Baba Yetu” che in lingua Swahili significa “Padre Nostro” è il nome della casa-missione nella quale vivo insieme ad altri volontari che hanno scelto di trascorrere qui un’esperienza più o meno lunga. Le mura di fango e legno sostengono le pareti dove manca la lamiera arrugginita. Questo scheletro fragile racchiude un tesoro prezioso…le storie di molte persone. Infatti prima ancora che il sole sorga, Soweto è gia sveglia. E prima che la maggior parte di noi si alzi dal letto c’è già una fila di donne fuori dalla porta in attesa di un lavoro. Lavorare in “Baba Yetu” significa ricevere un salario buono, non avere ritmi stressanti, ma soprattutto fare qualcosa per gli amici della missione. Così c’è sempre una calca di persone che sperano di essere scelte da Macharia, un signore che ci aiuta. A rotazione si cerca di dare un po’ di lavoro a tutti senza preferire uno o l’altro. E dal momento in cui vengono scelti alcuni di loro comincia il via-vai che terminerà la sera. Da una parte è un dono poter incontrare così tante persone, dall’altra ti accorgi che il peso che portano, delle volte è grande e ti scende un po’ di tristezza.

In Baba Yetu la mattina è in prevalenza il turno dei malati. Mamme giovani e premurose, portando i loro piccoli sulla schiena, chiedono di poter essere viste da un dottore o di poter andare in qualche ospedale per un controllo. Questi pargoletti moccolosi a volte si spaventano alla vista di un bianco e piangendo danno voce alla casa. Le madri cercano di calmarli con più o meno successo, mentre noi scegliamo le medicine o il provvedimento migliore per aiutarle in modo adeguato. Nel frattempo entra dalla porta, sempre aperta, il vecchietto dal nome impronunciabile che ti vende le banane. Ti viene in mente che ne hai già a sufficienza e ti dispiace dirgli di no. Così, magari, opti per comprargliene la metà anziché tutte, e non sai come farglielo capire perché non conosce una parola di inglese. Sai che per lui un “no”, significherebbe quasi un’offesa più che un rifiuto e allora con un sorriso gli spieghi come stanno le cose. E nel frattempo, come un vero porto di mare, la signora del pesce (Mama Samaki) ti porta 3 kg di questo come da accordi e dietro di lei si intrufola il solito ubriacone di turno, creando un po’ di proteste e scompiglio tra le persone presenti. Così, mentre prendi il pesce e lo porti in cucina ti si mette davanti Bernard, il bimbo di una cuoca, che tendendoti la mano ti mostra un tappo di bottiglia. In quel momento diventa lui la persona più importante della casa e non puoi rifiutargli una carezza. Metti una mano in tasca e tiri fuori una caramella che diventa subito molto più importante del tappo trovato in qualche angolo oscuro della cucina. La mamma del bimbo moccoloso reclama anche lei una “sweet” per il suo pargoletto, che sarà pur malato ma la forza per ciucciare una caramella ce l’ha sempre. Ti giri e scopri che l’ubriaco si è comodamente seduto sul divano e con aria soddisfatta si guarda intorno cercando invano di attaccare bottone con qualcuno a caso. Uno dopo l’altro si cerca di dare una risposta a tutti.

Tra i vari incontri ce n’è uno che mi smuove il cuore ogni volta. Ed è quello con la piccola Waithera, che con i suoi occhioni grandi e un sorriso gigante, le mancano i 4 denti incisivi, mi chiede “Gianpi, give me baloon”. E a lei so che non posso dirle di no, perché mi ci sono affezionato tanto, e anche perchè ora ha imparato a chiedermi “please”.
E così tra tanti incontri si strappano sorrisi e qualche lacrima a coloro che passano a bussare alla porta di “Baba Yetu”. Provare a mettersi a servizio non significa perderci, ma in questo caso si vince sempre. Si vince uno sguardo, un sorriso, che valgono molto di più di una lotteria. E nella lotteria di Baba Yetu i premi sono le emozioni che ogni giorno ti riempiono il cuore di gioia attraverso coloro che bussano alla porta.

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