Caschi Bianchi Ecuador

Lettera ad un’amica

Otto mesi di impegno a fianco dei giovani del nord dell’Ecuador: i loro sogni personali, l’ideale di democrazia partecipativa e la fatica della realtà con cui quotidianamente si scontrano.

Scritto da Dario Giuffrida, Casco Bianco a Ibarra

Incredibile ma già sono passati quasi 8 mesi da quando mi hai chiesto: “Raccontami la tua avventura compagno!”. Almeno è così che mi ricordo le tue parole. Adesso con un sotto fondo di salsa sono qui a casa con tanta voglia di farlo. La mia immagine, o meglio detto la mia identità di psicologo, in questa America Latina è continuamente distrutta e ricostruita su nuove basi allo stesso tempo. A tutti piace la figura dello psicologo però saltando indietro nel tempo, è associata a quella dimensione quasi di santone che con i suoi poteri psichici può guidare le menti dei comuni mortali.
Alla luce di ciò, nascondo la mia professione e mi limito a dire che faccio parte di un gruppo di giovani volontari italiani che lavorano per migliorare la situazione dei giovani di questa bellissima provincia del nord dell’Ecuador, ed in fondo non dico altro che la verità.

Assieme alle mie compagne siamo stati i primi ad arrivare in questa parte della cordigliera andina e così abbiamo avuto anche la fortuna di scontrarci, senza filtri forniti da altri, con tutti i pregiudizi e preconcetti che portiamo dentro di noi e che danno un’interpretazione occidentale della realtà in
cui viviamo. Passo così gran parte del tempo a tentare di frenare queste interpretazioni e cercare di vivere le esperienze a cui ci troviamo di fronte nella maniera più trasparente, anche per sentirmi coerente con quelle ricerche che ho fatto durante i miei ultimi mesi universitari. Qui le rappresentazioni sociali che ci portiamo dentro escono fuori in maniera dirompente e se a volte ti aiutano ad affrontare tutto sempre nel beneficio del dubbio, altre volte senza dubbio limitano la nostra esistenza. Così mi sforzo di ridurre al minimo questi limiti, ma sono certo che anch’io senza rendermene conto ne sono vittima. Ma non mi lamento, a differenza di molti altri giovani che mi circondano. Mi rendo sempre più conto che non accettare le differenze è la via più rapida per il razzismo e la discriminazione. Un giorno mi scrissero di un tale che poggiava dei fiori sulla tomba della moglie e guardava lontano un uomo dai tratti somatici orientali che nella tomba della propria moglie le poggiava un piattino di riso, incuriosito l’uomo occidentale gli chiese se mai sua moglie avrebbe mangiato quel riso e lui gli rispose che sarebbe avvenuto lo stesso giorno che sua moglie avrebbe odorato i suoi fiori. Accettare le differenze e dare spazio all’umiltà spesso calpestata dalle ambizioni nostrane è il più grande insegnamento che la montagna mi sta offrendo.

La mia dimensione professionale è arricchita enormemente ad iniziare dal fatto che acquisire la capacità di parlare con disinvoltura di fronte a centinaia di giovani occhi sbarrati che ti guardano non è facile neanche per i più estroversi, specie poi quando sei all’inizio di un percorso tutto in salita dove nessuno prima di te ha spianato minimamente la strada. E così ci dilettiamo in quelli che sono Talleres o Capacitaciòn ossia corsi di formazione sulle principali problematiche dei giovani del luogo: sessualità, pianificazione familiare, alcolismo, abuso di droghe. Poi però dedichiamo parecchio spazio al tempo libero che è quello che realmente fa soffrire di più questi giovani, che nella mancanza di poter fare qualcosa che apra le loro menti e coscienze ancora facilmente influenzabili, si dedicano apertamente a qualunque vizio che li possa distrarre. Alcol, mariuana, cocaina e ancora peggio il bazuco, che sarebbe lo scarto della cocaina (ovviamente è più economico), gironzolano a tutti gli strati sociali e a tutte le età creando un cocktail di confusione nella mente. La Capoeira continua ad essere parte della mia vita così è quello che ho cercato di condividere di più con questi giovani ed i risultati sono molto interessanti: in soli tre mesi sono riuscito a creare un gruppetto di una dozzina di ragazzi e ragazze che mostrano un interesse in costante crescita rispetto ad un arte che nella spiritualità, resistenza sociale ed integrazione delle differenze trova il suo fondamento.
Poi c’è anche il cineforum che è una delle attività principali di questo spazio conosciuto qui ad Ibarra come Casa de la Juventud che a poco più di un anno della sua costituzione cerca di dare ai ragazzi della città e della provincia un altro punto di vista. Ibarra è una città di 160 mila abitanti nella quale i giovani non hanno neanche la possibilità di andare al cinema. Così le associazioni come la nostra si impegnano nell’offrire delle pellicole di qualità che possano far riflettere molto più di quanto faccia la TV spazzatura che incalza a ritmi vertiginosi anche alla latitudine 0°.

Dimenticavo il processo di Democrazia Partecipativa! La principale ragione per la quale ci troviamo qui. Il modello di sviluppo socio-economico nato a Porto Alegre e che ha preso piede in quasi tutto il latino america e adesso anche in Europa.
All’inizio ne ero tanto affascinato e avevo voglia di farne parte, all’interno di un continente che quotidianamente brinda ad un nuovo socialismo, all’idea di un mercato comune ispanoamericano questa nuova forma di fare politica sembrava la soluzione. Questa esperienza rende tutto più chiaro. Realmente, dando per scontato che la politica istituzionalizzata debba esistere, cosa che non tutti affermano da queste parti (le correnti marxiste leniniste maoiste per esempio che qui sguazzano come delle paperelle) fare politica sia dall’alto o dal basso, non è per tutti e la gente o la massa utilizzando un’espressione che realmente ha un suono che faccio difficoltà ad accettare, deve essere educata nel fare qualcosa, fare politica attivamente, che oltre ad un diritto spesso è un dovere per chi decidere di vivere in questi agglomerati eterogenei di persone chiamate città.
La democrazia partecipativa esiste, compie lentamente i suoi passi e lentamente significa che ancora è dipendente dalla politica rappresentativa che vede nei Leader politici una figura insostituibile. In questo processo dove i cittadini dovrebbero essere coscienti di far parte di una dinamica circolare nella quale tutti coloro che hanno la forza di parlare ed esprimere le proprie necessità, sono dei leader le speranze sono forti ed io confido sul fatto che siamo solo all’inizio.
I giovani con cui lavoriamo sono così considerati parte dei cinque settori vulnerabili della democrazia partecipativa ed io concordo perfettamente in questa classificazione. In effetti i giovani sono molto più influenzati e a tratti manovrati da correnti anarchico-insurrezionaliste che nelle fantasie guerrigliere danno sfogo a tutta la loro ansia adolescenziale.

Il mio occhio psicologico costantemente alle emozioni della gente che mi circonda non rimane indifferente di fronte alla tristezza ed insoddisfazione che leggo negli occhi dei giovani che mi circondano. Giovani ancora divisi tra due mondi, giovani pronti a mettersi un’arma in spalla per tentare di cambiare prima il loro paese e poi magari il mondo, giovani che poi da questo stesso mondo si fanno cambiare bruciando il loro tempo in una sigaretta che chiamano maduro (ossia un mix di marijuana e base di coca, uno schifo!) o in interi fine settimana attaccati al collo di una bottiglia alla ricerca di una laguna mentale nella quale annegare i propri sogni.
Forse proprio questi sogni sono la chiave di tutto; sogni che forse non sono stati mai loro sogni; sogni che sono stati imposti da un sistema senza volto; sogni neo-liberali, sogni globalizzati, sogni che in ogni modo non fanno parte di questa fetta del mondo che da sempre ha cercato di ribellarsi ad ogni forma di imperialismo.
Quelli di Simon Bolivar, Antonio Josè Sucre e Eloy Alfaro per poi passare ai contemporanei Che Guevara e Fidel Castro sono i veri sogni che dovrebbero continuare a vivere e che spero sempre di poter incontrare negli occhi dei giovani che popolano questa bellissima terra.
Purtroppo queste tradizioni storiche costituiscono l’eredità culturale di giovani che sentono, senza forse saperlo, di portarsi dentro dei “veri” sogni che poi sono spesso manovrati da interessi di politici corrotti che trascinano tante coscienze con il solo scopo di poter raggiungere una carica politica nella quale stare comodamente seduti a guardare, mangiandosi la loro fetta di torta.
Però saranno sempre questi i giovani che noi volontari continueremo ad amare, con cui cercheremo di migliorare il loro ed il nostro mondo e che spero tanto che coloro che ci succederanno in questa difficile missione riusciranno ad interpretare al meglio.
Con instancabile passione.

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