Caschi Bianchi Ecuador

Cacao: oro nero o cibo degli dei?

Una speranza per tante famiglie Ecuatoriane

Scritto da Valeria Rogledi

Dalle antiche civiltà il cacao era considerato la bevanda degli Dei. Maya e Aztechi furono grandi consumatori di questa delizia del palato. I Maya lo preferivano liquido e con molta schiuma, come testimoniano alcune incisioni dell’epoca, mentre gli Aztechi lo consumavano freddo con l’aggiunta di miele, vaniglia, chili o fiori di magnolia. Secondo un documento che risale al 1545, il chicco di cacao era moneta ufficiale di cambio. Un chicco di cacao valeva quanto un grosso pomodoro, tre chicchi un avocado appena colto e duecento un coniglio della foresta.

Ma chi si è mai chiesto come nasce un chicco di cacao? Forse nemmeno il più goloso consumatore. Vi assicuro che non c’è nessuna mucca lilla che lo produce, tantomeno laboriose marmottine che si dedicano al confezionamento. Il cacao è un frutto di forma ellittica, cresce su una pianta ad alto fusto e matura mediamente in 22 giorni. Una pianta di cacao produce da 30 a 50 frutti ed ogni frutto contiene all’incirca quaranta chicchi. Ora capite perché veniva chiamato Oro?
Non pensiamo che le cose siano rimaste immutate: oggi il cacao non ha questo grande valore. Non si sopravvive coltivando solo cacao. I campesinos che hanno la fortuna di possedere o affittare un piccola una striscia di terra introducono nel campo quante più coltivazioni possibili, sperando che madre natura sia generosa con loro e regali un discreto raccolto. I frutti della terra e del duro lavoro vengono venduti sul mercato locale. Il modesto ricavo viene presto investito in qualche libbra di riso e, se proprio siamo fortunati, in un pezzo di carne.

Per darvi un immagine delle condizioni di vita di una famiglia media nel campo, vi racconterò un episodio di vita quotidiana. Insieme a un collega passo per la proprietà di una signora a controllare la crescita di alcune piante innestate di recente. Ci troviamo nella sua casa all’ora di cena e ancor prima di entrare, la signora aggiunge due piatti in tavola, scusandosi per la scarsa cena. I nostri piatti sono, ovviamente, i più ricchi, gli unici nei quali si trova carne. E’ impossibile descrivere l’ospitalità di questa gente. Chiedo di utilizzare un bagno e prontamente una delle figlie si offre di accompagnarmi. Attraversiamo il cortile nel buio assoluto, io attenta a non calpestare una gallina, mentre la ragazza mi guida verso il retro della casa, giusto al lato della porcilaia. Qui sorge una minuscola costruzione, quattro assi di legno formano le pareti e una lastra di alluminio funge da tetto. Non c’è luce né acqua corrente, solo una buca nel terreno fangoso e alcuni blocchi di cemento delimitano quella che, con tanta immaginazione, può sembrare una latrina. Al nostro arrivo i maiali si agitano, sperando che anche per loro sia ora di cena.

Questa è solo una delle tante immagini che non riesci a cancellare, anche la sera quando torni a casa ed è tutto finito, ti ritorna in mente il ragazzino scalzo che guarda incredulo la tua calcolatrice, alta tecnologia, o la signora che ti abbraccia con il sorriso perenne sulle labbra e ti offre un arancia.
E’ proprio per questi piedi scalzi e per tutti i sorrisi che la gente ti regala senza pretendere nulla in cambio che cerchi di impegnarti e dare il massimo per questi campesinos. Forse un progetto di coltivazione di cacao organico non risolleverà le sorti dell’economia ecuatoriana, ma c’è la speranza che assicuri almeno un futuro a questo sciame di bambini che popolano le sperdute casupole della verdeggiante campagna ecuatoriana.

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