Caschi Bianchi Kenya

Dalla periferia del mondo…

“Volevo andare in una zona di conflitto, ma non ho impiegato molto a capire che anche qui, in mezzo ai poveri, sono in guerra, e nello slum sono in prima linea…”. Da uno slum alla periferia di Nairobi, è possibile tradurre i dati e le cifre della povertà in facce che si incontrano ogni giorno. E il pensiero non sfugge subito all’ultimo album del cantante preferito.

Scritto da Luca Luccitelli, Casco Bianco a Nairobi

Quando ho cominciato il servizio ero convinto di andare in Cecenia, o comunque di andare in una zona di guerra, poi ho pensato che a un neolaureato in scienze economiche facesse solo bene stare un po’ di tempo in uno slum, e vivere e vedere gli effetti del formidabile sistema economico mondiale. di fatto non ho impiegato molto tempo a capire che anche qui sono in guerra. e qui, nello slum, siamo in prima linea. del resto in quanti paesi al mondo muoiono 700 persone di AIDS ogni giorno, ogni giorno? in quanti paesi ci sono più di 1 milione di orfani? in quanti paesi la polizia può tranquillamente uccidere “sospetti” e rimanere impunita?
Beh, questo fratelli è il Kenya: il quinto paese al mondo per corruzione, il secondo per peggiore distribuzione del reddito, dove cioè è maggiore la differenza tra ricchi e poveri, dove ministri e missionari scomodi vengono fatti fuori.
Il problema è che per me queste non sono cifre, di fronte alle quali mi indigno per 10 minuti, e poi penso già all’ultimo album di Madonna. Queste sono le persone che io conosco, che incontro ogni giorno.
ieri mattina, finita la preghiera, Milcah entra e ci dice “Patrick è morto”. Patrick era un piccoletto che non poteva camminare e che viveva davanti a casa nostra, Andrè, il responsabile dei progetto in cui sono inserito, gli aveva comprato una carrozzina e abbiamo sempre cercato di aiutare la madre.
La settimana scorsa la piccola Njoki è stata violentata, suo padre mi aveva chiesto di accompagnarli alla polizia; il fratello di Kibe si è impiccato, e via così…
2 settimane fa ero a casa di Mama Henry, la quale sta perdendo la vista a causa dei diserbanti: la donna lavora in una coltivazione di fiori, i bellissimi fiori che adornano le nostre chiese (il Kenya è il secondo esportatore al mondo di fiori, è il business del giorno, e tutti i politici, al governo e all’opposizione ci sono dentro). Del resto per 80 scellini (= 1 $) al giorno non si può richiedere molto di più!E ovviamente ti possono licenziare quando cavolo vogliono. Poi leggo articoli di illustri economisti che dicono che non è vero che i paesi ricchi sfruttano quelli poveri. si vede che non sono mai stati in una piantagione di te o di caffè o di fiori, dove lavori come una bestia per un $ di merda al giorno, col quale ti ci compri un po’ di polenta e verdura, basta. Se poi devi pagare la scuola ai bambini o ti ammali, sono cazzi tuoi.
Beh quando leggo questi illustri commenti, ringrazio Andrè, che ha scelto di utilizzare i giornali vecchi come carta igienica.
Dicevo che ero a casa di questa donna per sapere di più sul suo lavoro; arriva una donna e ci dice che suo figlio, il figlio di Mama Henry, è stato ricoverato all’ospedale. il giorno dopo è morto. Sono andato al suo funerale.
Il racconto di queste ultime due settimane basterà per farvi capire come sono stati i miei cinque mesi qui.
A volte torni a casa stanco e non ne puoi più di tutto questo dolore, e preghi il Dio dei diseredati di aiutarti, perché io sono venuto qui per mettere la mia spalla sotto la croce della gente, qui a Soweto. Ma ci sono sere, come ieri sera, in cui prego il Signore di aiutarmi , perché questa croce è troppo pesante, anche per me.
Sappiate però che qui non c’e’ solo dolore e morte: c’è anche una gran voglia di ballare, di cantare e suonare tamburi (e il suono del tamburo ti prende allo stomaco). Amo quando al tardo pomeriggio passeggio per Soweto, con i bambini che mi corrono incontro, mi fermo a parlare con la gente e semplicemente mi offrono una tazza di chai (tè).E poi, quando la sera scende, c’è un cielo bellissimo, e ti sembra di essere più vicino alle stelle, nonostante qui siamo nei sotterranei della storia, alla periferia del mondo.

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