Siamo Jehona e Alessia e stiamo svolgendo il nostro servizio civile a Mansa, nel nord dello Zambia. Durante questi mesi abbiamo avuto il piacere di entrare a far parte del coro della chiesa locale. Qui siamo state accolte a braccia aperte e abbiamo avuto la possibilità di incontrare persone e conoscere storie molto diverse tra loro. Tra queste c’è quella di Lucy, una donna intraprendente ed energica che ha deciso di condividere con noi la sua esperienza.
Dopo aver studiato economia all’università, essersi sposata e aver lavorato per diversi anni come impiegata bancaria, Lucy ha deciso di mettersi in proprio, collaborando con il Governo nella costruzione di strutture scolastiche. Ha avuto due figli, uno dei quali ha manifestato fin da subito difficoltà cognitive. Portarlo a scuola è sempre stato problematico: le insegnanti non si sentivano preparate a gestirlo e, in una classe di 30 alunni, veniva considerato un ostacolo al normale svolgimento delle lezioni.
Fin dai primi segnali, Lucy ha cercato un supporto medico per comprendere la situazione del figlio e poter intervenire in modo adeguato. Tuttavia, nonostante i periodi trascorsi nella capitale per rivolgersi ai migliori specialisti, la diagnosi di autismo è arrivata solo all’età di otto anni.
Durante questo difficile percorso, Lucy ha dovuto affrontare anche un’altra grande sfida: il confronto quotidiano con lo stigma associato alla disabilità. In Zambia, infatti, i ragazzi con disabilità vengono spesso nascosti, considerati motivo di vergogna agli occhi della società. Anche la sua famiglia ha impiegato anni prima di presentare il bambino alla comunità, con il desiderio di offrirgli una vita il più possibile normale, al di fuori delle mura domestiche.
In Zambia, secondo i dati raccolti dalle Nazioni Unite, circa il 10-11% della popolazione vive con una forma di disabilità e affronta quotidianamente grandi difficoltà nell’accesso all’istruzione, al lavoro e ai servizi sanitari, soprattutto nelle aree rurali, dove discriminazione e pregiudizi sono ancora molto diffusi.
Oggi Mutale ha 13 anni e frequenta una classe speciale insieme ad altri 35 bambini con differenti disabilità. Il sistema educativo zambiano prevede infatti tre principali modalità di istruzione per gli studenti con disabilità: le Special Schools, scuole interamente dedicate; le Special Education Units, cioè classi speciali inserite all’interno di scuole ordinarie, come quella frequentata da Mutale; e infine il modello di educazione inclusiva, che mira a integrare gli studenti con disabilità lievi o moderate nelle classi comuni.
Sebbene il percorso compiuto finora rappresenti un importante traguardo, Lucy è consapevole che i bisogni del figlio richiederebbero un supporto molto più specifico. Attualmente, infatti, in Zambia mancano ancora percorsi educativi e terapeutici adeguati alle diverse forme di disabilità. Di conseguenza, i progressi di Mutale sono lenti e non sufficienti a garantirgli, almeno per ora, una piena autonomia futura.
Conoscere Lucy ci ha permesso di vedere entrambe le facce della sua quotidianità: da una parte una donna forte, determinata e piena di energia; dall’altra una madre fragile, spesso sola nella ricerca di risposte e sostegno per il proprio figlio. La sua storia ci ha aiutato a comprendere quanto lo Zambia sia ancora impreparato ad accogliere pienamente la disabilità e ad accompagnare le famiglie lungo un percorso tanto complesso.
Nonostante le difficoltà, si intravedono però alcuni segnali di cambiamento. Anche se nella zona in cui viviamo non esistono associazioni specificamente dedicate alla disabilità, sono presenti realtà educative che cercano di sensibilizzare le famiglie e incoraggiare i genitori a non nascondere i propri figli. Si tratta di piccoli passi, ancora insufficienti, ma importanti per contrastare gli stigmi sociali che restano profondamente radicati soprattutto nelle aree più periferiche del Paese.
TAG: Disabilità, Educazione, Inclusione
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