Il servizio civile qui a Brema è ricco e variegato, fatto di tante attività che ogni giorno aprono finestre nuove sulla vita degli altri e sulla propria: i pranzi e le cene in strada con la comunità di Sant’Egidio, il banco alimentare della Raphael Oase, il punto di incontro della comunità al Raphael Café, e il servizio al porto di Brake con l’Apostolato del Mare Stella Maris. In queste prime settimane di servizio civile a Brema sto imparando che il lavoro più importante non si svolge fuori, ma dentro di noi. Prima ancora di tendere la mano all’altro, siamo chiamati a fare spazio nel nostro cuore: la relazione d’aiuto, infatti, non è mai un’esperienza alla pari. Essa è un incontro che richiede consapevolezza, capacità di restare, anche quando l’altro sembra rifiutare l’aiuto. Il rischio è quello di pensare di “salvare” qualcuno: in realtà, il primo passo avviene nella riconoscenza dei propri limiti e delle proprie aspettative.
In effetti, durante la formazione pre-partenza, abbiamo a lungo riflettuto su quanto l’aiuto autentico non consista tanto nel “fare” qualcosa per l’altro, quanto nello “stare” con lui. La nostra presenza, ben più che le nostre azioni, è in grado di aprire finestre nella loro vita: in questo è fondamentale non giudicare, non aspettarsi risultati, tantomeno immediati, e accettare che la relazione sia fatta di passi avanti e indietro, come il cammino del gambero. È fondamentale ricordarsi che le persone che incontriamo, anche chi vive la povertà, la dipendenza, l’emarginazione, restano soggetti liberi, responsabili della propria vita.
Questa consapevolezza si è intrecciata con un’esperienza personale in cui ho toccato con mano la fatica di stare con l’altro in modo autentico. Quando qualcuno rifiuta il pane che gli offri o preferisce cadere in una dipendenza invece di mettersi in fila per un pasto caldo, è lì che si misura davvero la motivazione profonda del nostro desiderio di mettersi al servizio. È proprio in momenti come questi che si gioca la relazione, specialmente nella capacità di non giudicare, di rimanere presenti, di riconoscere la dignità dell’altro. Essere Casco Bianco mi ricorda che non sono qui per risolvere problemi, ma per esserci: l’importante è che l’altro sappia che domani sarò ancora lì, seduta accanto a lui, anche se nulla sembra cambiare.
Sto capendo, poco alla volta, che significa anche mettere la nostra vita dentro quella degli altri, condividendone un pezzo di strada. Dietro ogni conflitto, ogni impressione scomoda, ogni fastidio che provo si nasconde un bisogno inespresso, o un giudizio che parla molto più di me che dell’altro. Ed è proprio questo il valore profondo dell’esperienza: imparare a donare senza aspettarsi nulla in cambio, assaporando la gioia semplice e vera della condivisione. Il Servizio Civile, allora, diventa un’occasione per conoscere se stessi, per lavorare sul proprio cuore, per imparare a incontrare le altre persone come soggetti liberi e non come “oggetti passivi” del nostro buon fare. È un cammino che richiede tanta capacità di ascolto e di condivisione, nella consapevolezza che solo questa disponibilità del cuore può fare la differenza, ben più del nostro allungare la mano per offrire qualcosa di materiale (per quanto importante anche questo!).
I poveri, specialmente nella benestante Europa del nord, hanno bisogno di relazione, più che di beni materiali: è per questo che la relazione autentica è ciò che più manca. Un cammino relazionale, proprio in quanto coinvolgente in maniera profonda, non può darsi esclusivamente in un semplice scambio di servizi o di assistenza… la relazione implica tempo, consapevolezza del proprio ruolo, dei propri limiti, delle proprie motivazioni. Non siamo chiamati a “salvare” nessuno, quanto a camminare insieme, alleggerendo il più possibile il nostro zaino, e portando nella relazione solo ciò che conta davvero. La metafora dello zaino, di cui abbiamo parlato in formazione, è stata per me particolarmente significativa in queste prime settimane di servizio civile: “cosa mi serve mettere nello zaino per camminare con questa persona?” e soprattutto, “cosa devo lasciare andare?”.
Un altro punto centrale è stato il principio di non giudizio: stare con l’altro senza aspettative, senza volerlo cambiare, accettando anche il suo rifiuto, la sua fatica, il suo dolore, tutti elementi che fanno parte del cammino. Quest’ultimo non è in discesa e nemmeno in piano: si tratta di una salita, che richiede gestione emotiva e consapevolezza di ciò che si muove dentro di noi. In questi primi giorni di Servizio Civile ho riletto con occhi nuovi le difficoltà relazionali, le aspettative, ciò che vorrei fare qui a Brema: ho capito che dove mi sono sentita poco utile, fraintesa o respinta, quei sentimenti erano sentinelle di giudizi mascherati. Questo “stare”, tutt’altro che statico, è ciò che rende il nostro servizio come Caschi Bianchi davvero significativo, rendendo il nostro cuore il primo luogo in cui cercare di portare la pace.
Foto: Preghiera serale in strada a Brema, insieme alla Comunità di Sant’Egidio












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