Bosnia Erzegovina Caschi Bianchi

NEI LUOGHI DELL’ATTESA: LA BOSNIA ERZEGOVINA, UN PAESE DI TRANSITO DIVENTATO FRONTIERA

“Entrare in un campo di transito significa prima di tutto imparare a rimettere in discussione il proprio sguardo”, così Chiara ci racconta la sua esperienza nei campi della Bosnia e l’incontro con le persone in movimento

Scritto da Chiara Prontera, Casco Bianco in Servizio Civile con Caritas Italiana in Serbia

Nel corso della mia esperienza come Casco Bianco in Serbia, il servizio non si è fermato ai confini nazionali, ma mi ha condotta anche in Bosnia Erzegovina, nei campi di transito di Ušivak e Blažuj.

Entrare in un campo di transito significa prima di tutto imparare a rimettere in discussione il proprio sguardo. Prima ancora di svolgere un’attività, è necessario fermarsi, ascoltare, osservare.
I campi non nascono come luoghi di vita, ma come risposte temporanee alle emergenze; tuttavia, per molte persone, questa temporaneità si prolunga per mesi o anni e il tempo si dilata. Le loro prospettive, i loro sogni diventano incertezze e l’attesa diventa una condizione esistenziale. I campi di transito sono luoghi abitati da storie e ferite, da vite che non possono essere ridotte a numeri o categorie. La Bosnia Erzegovina è una tappa fondamentale di questo percorso: un Paese che, pur non essendo una destinazione finale, negli ultimi anni è diventato una sosta forzata per migliaia di persone in movimento lungo la rotta balcanica.

Qui sono stata prima nel campo di Ušivak, destinato a famiglie e minori non accompagnati. Dopo un primo approccio caratterizzato da diffidenza e timidezza, le conversazioni sono diventate più spontanee, i sorrisi più frequenti e le domande più dirette. Quando ho detto loro che vengo dall’Italia, uno dei ragazzi mi ha chiesto di portarli con me. In quella domanda non c’era ingenuità, ma una fiducia improvvisa, il desiderio profondo di affidarsi a qualcuno che possa davvero aiutarli senza chiedere niente in cambio. È stato un momento che mi ha colpita e messa in difficoltà contemporaneamente: mi ha ricordato di quanto sia grande la responsabilità di chi entra nella vita di questi ragazzi anche se per poco e quanto sia sottile il confine tra speranza e delusione. Questo mi ha insegnato a saper accogliere anche domande a cui non si hanno risposte, ma è fondamentale essere presenti. In un contesto in cui tutto è precario, la relazione umana diventa uno dei pochi punti fermi.

Il campo di Blažuj, destinato a uomini dai 18 anni in su, presenta una realtà molto diversa: qui la dimensione della solitudine è più evidente, così come la tensione che accompagna l’attesa del “game”, il tentativo di attraversare il confine verso l’Unione Europea.
Molti uomini vivono in una condizione di attesa, segnata da respingimenti, violenze e fallimenti ripetuti. Qui mancano riferimenti familiari, mancano spazi di intimità. In questo contesto, il mio servizio si è concentrato principalmente sull’ascolto. Le storie ascoltate a Blažuj hanno messo in crisi ogni semplificazione sulla migrazione: dietro ogni viaggio c’è una scelta forzata, un tentativo di sopravvivere. Parlare con queste persone significa entrare in contatto con storie complesse e dolorose, storie di uomini che hanno lasciato tutto con l’idea di costruire una vita migliore e invece si trovano intrappolati in un sistema che non garantisce alternative legali e sicure.

Raccontare ciò che avviene nei campi è un atto di responsabilità.
Significa restituire complessità, rompere l’indifferenza, creare ponti tra chi vive queste realtà e chi ne sente parlare solo attraverso titoli o numeri. In questo senso, il lavoro di Caritas e delle realtà civili è fondamentale: non solo per l’assistenza materiale, ma per la capacità di tenere insieme accoglienza e denuncia.
Raccontare questa esperienza significa affermare che dietro ogni confine ci sono persone e che scegliere di stare dalla loro parte è una responsabilità che riguarda tutti noi.

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