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Albania Caschi Bianchi

Un nuovo inizio: tra irreale e desiderato

Il periodo che separa la fine della formazione e la partenza per l’estero è un momento denso di emozioni, timori e speranze. Aurora ci racconta la sensazione di “sospensione” che la accompagna in questo nuovo inizio tanto atteso.

Scritto da Aurora Incitti, Casco Bianco in Servizio Civile con Apg23 a Tirana

“Mi sento sospeso”.

Questa è stata la risposta – esplicita o tra le righe – di molti di noi, ragazzi e ragazze, futuri Caschi Bianchi in molteplici paesi del mondo, quando ci è stato chiesto come ci sentivamo rispetto all’esperienza di Servizio Civile. Quando ci è stata fatta questa domanda ci trovavamo per la prima volta tutti insieme a San Marino per l’unica settimana di formazione in presenza, dopo due settimane di formazione online. Eravamo tutti un po’ spaesati, a tratti timidi. C’era chi si faceva coraggio, come me, per non scappare; chi invece con una battuta pronta si intrufolava nei discorsi comuni. Eppure, dopo le prime ore necessarie per rompere il ghiaccio, sentirsi a casa è stato facile. Se penso a quei giorni mi viene in mente un grande senso di appartenenza, dove il giudizio verso l’altro viene sospeso e la voglia di conoscersi e conoscere ogni minimo particolare di quello che sarebbe stato il futuro ci intrigava, entusiasmava e, allo stesso tempo ci faceva paura. Molti dubbi e curiosità sono stati sfamati, tanti altri ne sono sorti con il passare dei giorni.

Ho vissuto l’inizio della formazione – realizzata prevalentemente online a causa della situazione sanitaria attuale –  con grande fatica, a tratti simile ad un’agonia, contando i giorni che mancavano al nostro incontrarci di persona. Sarà la particolare situazione che ci troviamo a vivere, sarà che ci sentiamo un po’ tutti più lontani, sarà che le cose hanno fatto e, talvolta, fanno ancora fatica a prendere forma. Questo ha reso tutto meno tangibile.  La fatica di uno schermo a dividerci non ha aiutato a entrare dentro ciò che stiamo per intraprendere, è stato ed è ancora come trovarsi con un piede in Italia ed uno già oltre frontiera.

L’incertezza della situazione sanitaria, i ritardi nelle partenze a causa dei vaccini mancanti, il non poter abbracciare i nostri compagni di viaggio e la distanza fisica hanno reso tutto ciò da una parte irreale, dall’altra più atteso.

L’attesa di conoscersi di persona dopo aver immaginato i nostri compagni, l’attesa di avere notizie certe sul da farsi, l’attesa del continuo cambiare data di partenza, l’attesa dei biglietti aerei che finalmente sono arrivati …

“Sospeso” penso che delinei molto bene cosa sentiamo tutti quanti. A metà tra la realtà di tutti i giorni, la continuazione della nostra quotidianità, le persone delle nostre giornate. In più lo sguardo proteso verso qualcosa che ancora non c’è, o meglio, c’è a tratti, in quei momenti in cui tutti siamo collegati online tra connessione che non va, voce che si sente troppo bassa e palpebre che si chiudono perché troppo fisse su uno schermo.

E poi finalmente la settimana di formazione in presenza in cui quei volti hanno preso forma e quei corpi erano un po’ più vicini al mio. Le condivisioni e i sogni in comune. Ce lo hanno ripetuto spesso, siamo accomunati dagli stessi sogni e questi sogni – il sogno – si stanno per realizzare. E quindi la sospensione tra un mondo che stiamo per lasciare e uno che stiamo per incontrare, si unisce e mescola all’emozione, alle aspettative, alle paure.

Sicuramente è un periodo ricco di emozioni, di sensazioni contrastanti e di ripensamenti continui. Parlando personalmente non sono bene ancora quanto sia sicura di me in questa esperienza che sta per iniziare. Mi trovo a lasciare un posto e una routine ben solida nella mia mente e questo non rende facile le cose. Se poi ci aggiungiamo i legami affettivi e le relazioni instaurare nell’ultimo anno, a volte mi chiedo “sarò all’altezza di ciò che mi attenderà?”. Alcuni giorni mi rispondo che sì, ce la posso fare e andrà tutto liscio come l’olio, altre ho paura di non riuscire a gestire le tante difficoltà che potrò incontrare, prime tra tutte lo scoglio della lingua e la fatica nel creare relazioni significative. Ho deciso di partire senza aspettative proprio per questo motivo. Preferisco la sorpresa e tutti gli effetti speciali che ne verranno.

Se devo spiegare come mai ho deciso di partire, non so bene come rispondere. Sicuramente avevo bisogno di nuove possibilità e orizzonti. A livello personale avevo bisogno di allontanarmi dalla sterilità che sentivo intorno. Era forte la sensazione di non avere più nulla da perdere e un futuro incerto tutto da costruire. Mi sono detta “perché non tentare quest’anno?”.  Dato che l’esperienza di Servizio Civile era un sogno già radicato in me da molti anni, ho ritenuto che questo fosse il momento favorevole. Il bando chiudeva due ore dopo, ho deciso di inviare la mia domanda. Lo rifarei? Sicuramente.

Ora, a differenza di quando è uscito il bando, sono più cosciente della mia realtà attuale. Non parto più per fuggire, ma per vivere. Vivere il mio presente che ritornerà tra un anno, ciò che ho solo sospeso ma non archiviato. Parto per tornare, ma anche per mettere in pratica ciò che ho imparato in questi ultimi mesi.

Parto perché penso che una possibilità, in questa vita, ce la debbano avere tutti; perché vivere è un dono e vivere con dignità è un diritto. Perché le persone esistono e devono esistere nel più alto grado di giustizia e benessere possibile. Perché se un mio vicino è in difficoltà, chi sono io per continuare a vivere la mia vita voltandomi dal lato opposto?

L’ultimo anno della mia vita è stato improntato su questo. A partire dalla tesi universitaria per continuare con le scelte di vita Non voglio accontentarmi di una vita mediocre e di altre vite mediocri.  Sicuramente non voglio salvare il mondo, voglio solo, con umiltà, farmi strumento di un bene comune necessario.

Stare vicino agli ultimi a queste Persone in difficoltà, ai più piccoli, come li chiamo io,  ha permesso di conoscermi meglio e di trovarmi in situazioni di grande criticità personale. Sono riuscita ad arginarli e ad acquisire consapevolezza di me. Quindi parto per mettere in pratica questa sicurezza fuori dalla mia comfort zone, perché ho paura che rimanendo qui le mie conquiste diventino limiti che mi rinchiudano; parto perché mi voglio bene, per conoscermi e ascoltarmi.

E vedo che questa sospensione torna sempre. Torna perché siamo corpi indefiniti in cerca di una realizzazione e della realizzazione dell’altro, sospesi perché la realtà spesso ci etichetta come strani. Chi, a venti anni, si immagina di partire in questo modo? Sono, ma non penso di essere l’unica, sospesa tra il far valere i miei sogni e desideri e il reprimerli perché controcorrente. Spesso sono stata ritenuta pazza, irresponsabile da persone molto vicine e care, perché intraprendendo la strada del volontariato in Italia e del Servizio Civile all’estero non mi sarei assicurata un futuro. Spesso mi hanno ricordato che ad un certo punto tutto questo sarebbe dovuto finire e avrei dovuto iniziare a “fare qualcosa di serio”, come se le esperienze fatte e quella attuale non lo fossero. La cosa più giusta da fare non è accettare e adeguarsi a ciò che è ritenuto “normale”; è necessario, invece, sospendere il giudizio su cosa sia giusto o sbagliato o su quale realtà sia più accettabile da vivere e chiedersi effettivamente per cosa ci sentiamo chiamati in questa vita.

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