Corpi Civili di Pace Ecuador

Memorie di frontiera

Tra pillole di vita e identità negata dei migranti venezuelani

Scritto da Carla Zurlo, Corpo Civile di Pace con Cesc Project a Ibarra

L’orgoglio per la propria Patria e le proprie origini: è questa una prima cosa che accomuna tutti i richiedenti asilo e rifugiati colombiani e venezuelani che ho conosciuto durante i miei otto mesi come Corpo Civile di Pace a Ibarra, Ecuador. Un’altra cosa che ho imparato da loro è la gratitudine. Non importa quanto le cose vadano male, c’è sempre qualcosa per cui essere grati.

Me lo insegna B., 19 anni, lui ha lasciato il Venezuela quando di anni ne aveva 17. Non è arrivato subito in Ecuador, prima si è fermato qualche mese in Colombia, ha fatto qualsiasi lavoro, dal muratore al venditore ambulante. In Colombia ci è arrivato un po’ a piedi, un po’ in autobus. Mi racconta che lui è uscito dal Venezuela passando per Maicao, che oltre a pagare il viaggio in autobus, ha dovuto pagare anche un extra per attraversare i territori della Guajira. B. parla veloce, sorride, abbassa la testa e mi dice che si sente fortunato perché lui i soldi li aveva e per questo non è stato ucciso a colpi di machete. Si ritiene fortunato perché i suoi amici che hanno attraversato la frontiera dalla parte di Cucuta sono morti di freddo, fortunato perché non ha provato lo strazio di quelle madri che hanno perso i figlioletti a causa del freddo.

Mi racconta tutte queste cose una mattina che siamo andati insieme a Quito. Vive in Ecuador da quasi tre anni e non aveva mai visto la Capitale.  Mi dice che gli ricorda Bogotà, con le sue strade in salita e i palazzoni enormi. A Quito ci eravamo andati per avere spiegazioni dall’Ambasciata venezuelana rispetto al suo passaporto.

Essere un migrante è una sfida continua, ma essere un migrante venezuelano prevede uno step in più.

La grave crisi economica ed umanitaria sta letteralmente divorando il Paese, pezzetto dopo pezzetto.

Per un cittadino venezuelano in Ecuador è praticamente impossibile avere un passaporto, senza passaporto non puoi richiedere nessun tipo di Visa e, a meno che non ti venga riconosciuto lo status di rifugiato, sei condannato a vivere nell’irregolarità.

Quello dei passaporti venezuelani è un vero e proprio racket organizzato, ma tutto funziona così in Venezuela, mi dice sconsolato l’avvocato della Defensoria del Pueblo.

Un passaporto venezuelano costa 200 dollari, ma non è un prezzo fisso, come il petrolio segue le quotazioni del dollaro.

Per richiederlo devi registrarti sulla pagina ufficiale del SAIME, farti prestare una carta di credito (aprire un conto in banca per chi non ha lavoro e documenti è impossibile) e poi? [1]

E poi speri, incroci le dita delle mani, dei piedi e ogni altra parte del corpo che sei in grado di incrociare.

Dal 5 agosto 2017 il Venezuela è stato sospeso dal Mercosur, ma i cittadini venezuelani prima della riforma del 26 agosto 2019 godevano ancora dei loro diritti migratori legati all’Organizzazione.[2]

Esiste infatti la c.d. “Comunità Andina delle Nazioni” (CAN) di cui fanno parte Colombia, Perù, Bolivia ed Ecuador. I cittadini membri di un paese CAN non hanno bisogno del passaporto per spostarsi tra paesi membri, basta la c.d. “tarjeta andina”, ovvero un pezzetto di carta dove viene registrato l’ ingresso nel Paese, che, insieme alla cédula (la nostra carta di identità), vale come documento per entrare ed uscire non solo dai paesi membri del CAN ma anche da quelli appartenenti al Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay, Chile e prima anche Venezuela).

Ora le cose sono cambiate, entrare legalmente in Ecuador è molto più complesso per un cittadino venezuelano: serve un permesso di residenza temporanea o una Visa umanitaria.

B. però è arrivato prima che entrasse in vigore la nuova legge, quando l’articolo 123.1 della Ley Orgánica de Movilidad Humana del 2017 permetteva l’ingresso dei cittadini venezuelani con la sola cédula, una volta scaduti i 90 giorni si poteva regolarizzare la propria situazione. Come? Richiedendo una Visa. Escludendo quella umanitaria, esistono diversi tipi di Visa e tutte richiedono un passaporto valido, tutte hanno un costo, spesso inaccessibile a chi non ha un lavoro o se lo ha è appena sufficiente a garantirgli la sopravvivenza.

B. però un lavoro lo ha. Lavora 9 h al giorno in un ristorante e guadagna 1.90 $/h; fa tanti straordinari non pagati, è arrivato ad avere anche 2 o 3 lavori insieme per poter mettere da parte più soldi e inviarli alla famiglia in Venezuela. Una volta gli cadde un pollo a terra, il datore di lavoro gli tolse 10 $ dalla paga, quel pollo al mercato vale al massimo 6 dollari. Quando però B. si ustionò non gli venne dato nemmeno un giorno libero, figuriamoci i 5 $ per comprarsi la crema per le ustioni. È venezuelano, in più senza documenti, non ha diritti. Il suo datore di lavoro lo sa bene.

B. ha i mezzi e le risorse per regolarizzare la propria situazione migratoria ma non può.

La carta di credito l’aveva trovata, i 200 $ anche ma né io né lui sapevamo che serviva davvero incrociare le dita.

Abbiamo aspettato più di 3 mesi, ma non è mai arrivata nessuna notifica che ci comunicasse la data dell’appuntamento, eppure l’estratto conto della carta parlava chiaro: transazione di 200 $ a favore del SAIME.

A niente sono servite e-mail e chiamate all’ambasciata. Non risponde nessuno, né a Caracas, né a Quito. Abbiamo dunque deciso di andare a Quito, ma la fila era lunghissima, abbiamo aspettato 2 h per poi sentirci dire che il reclamo si doveva fare online e tornare con il modulo stampato. Il reclamo online ovviamente non esiste e il SAIME non concede rimborsi. Ma questa è un’altra storia.

M., ha una storia simile, lei però ha la fortuna di avere la doppia cittadinanza, colombiana e venezuelana. Sua sorella no, anche lei come B. ha pagato i 200 $ e sono mesi che aspetta notizie dal SAIME.

M. ha un nipote in Colombia, ha quasi 3 anni ed è uno dei 166 milioni di ” bambini invisibili” sotto i 5 anni, bambini che non esistono, perché non sono stati registrati alla nascita. [3] Suo nipote è nato in Venezuela e non hanno potuto iscriverlo alla anagrafe perché in Venezuela mancano anche i quaderni e le penne negli uffici pubblici. “Il funzionario aveva esaurito lo spazio nel quaderno e non ne aveva un altro. Ha dato a mia sorella un foglietto volante con un numero, niente di più”.

Si stima che in Venezuela ci siano oltre 270mila i minori in questa situazione e più di 317.700 senza documenti di identità.[4] Non avere un certificato di nascita significa semplicemente non esistere ed essere esposto al rischio di tratta, criminalità organizzata e sequestri.

Il diritto all’identità è sancito dalla Convenzione Universale dei Diritti Umani e da La Convenzione sui diritti del fanciullo, entrambe ratificate da Ecuador e Venezuela.

Eppure, nessuno di questi due Stati garantisce questo diritto inviolabile ai cittadini venezuelani e anzi, pone sempre più ostacoli all’esercizio di tale diritto.

L’identità è la porta d’ingresso per l’esercizio di altri diritti. Senza identità è come non esistere e non si può essere chiamati cittadini.

Prima di tornare in Italia B. è venuto a salutarmi. Mi ha abbracciato forte e mi sono sentita in colpa per non aver potuto continuare la lotta per il suo passaporto. Scherzando mi ha detto di non preoccuparmi che lui sa come cavarsela e che è felice di sapere che almeno qualcuno crede che anche lui un giorno potrà iscriversi all’università, trovare un miglior lavoro, magari diventare un musicista professionista e soprattutto esercitare i suoi diritti, quindi anche il suo diritto ad essere felice. B. non si arrabbia mai ma quella mattina a Quito io l’ho visto, aveva gli occhi lucidi, pieni di delusione e tristezza. Mi ringrazia e mi confida che viaggiando ha imparato a non generalizzare perché in Colombia e in Ecuador ho sofferto molta xenofobia ma che ha trovato anche tante persone che lo hanno aiutato. Dice che non importa la nazionalità di una persona, non mi importa se sei europeo, latino, americano. Quello che conta alla fine è quello che hai dentro. Hai ragione B., so che hai ragione, ma ahimè in questo mondo sbagliato essere un migrante è ancora un “peccato”, spesso mortale.

Chiudendo la porta dentro di me ho pensato a quello che mi dice sempre K., un amico, rifugiato colombiano vittima trasversale del conflitto in Colombia.

K. ha una storia dura alle spalle; lavora da quando aveva 13 anni ed è lui a provvedere alla sua famiglia. È intelligente, ama l’informatica, sa tante cose ed alcune è riuscito ad insegnarle anche a me, che come dice sono una colombiana che parla strano e per giunta pigra. Non l’ho mai sentito lamentarsi, è diverso da qualsiasi altro 19enne. È cresciuto in fretta K. e in pochi mesi ha fatto crescere anche me, facendomi raggiungere un altro grado di consapevolezza. Mi ha insegnato a vedere le cose da un’altra prospettiva, ad essere coraggiosa, mi ha permesso di conoscere la sua dimensione intima del conflitto colombiano e della violenza del Paese della cumbia e dell’agua ardiente.

K. mi ripete sempre “per quanto sia difficile la vita, devi sempre provare a essere positiva, solo così potrai attrarre le cose buone”.

Ha ragione K., il buio e l’oscurità si combattono solo con la luce. L’amore e la speranza ci mantengono vivi. Non ho la pretesa di cambiare il mondo, ma penso che ognuno di noi abbia il dovere di provare a cambiare almeno il pezzetto di mondo che gli è toccato. Non servono gesti eclatanti, alle volte è sufficiente condividere poche ore in una città mai vista, preparare un pranzo insieme, ascoltare chi ci è vicino o condividere un pincho su un prato.

Lo capisco solo ora che sono lontana, anche quando pensavo di non star facendo niente, in realtà ero felice e quella felicità altro non era che gratitudine verso il Mondo e la vita.

[1] Il SAIME (Servicio Administrativo de Identificación, Migración y Extranjería) è l’ente governativo venezuelano che si occupa di tutti i servizi legati al registro civile, ivi incluso il rilascio di passaporti e carte di identità per i cittadini venezuelani e non. Vista la difficoltà di ottenere un passaporto non sono rari i casi di corruzione dei funzionari.

[2] L’acronimo MERCOSUR indica l’organizzazione internazionale a carattere regionale, istituita nel 1991 da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, allo scopo di creare uno spazio di cooperazione e integrazione economica nella regione latino-americana. Sono membri associati Cile e Bolivia (1996), Perù (2003), Colombia ed Ecuador (2004). Il Venezuela è membro dal 2006, ma attualmente sospeso. Sono invece osservatori il Messico e la Nuova Zelanda.

[3] Rapporto UNICEF “Birth Registration for Every Child by 2030: Are we on track?” (Registrare alla nascita ogni bambino entro il 2030: siamo sulla strada giusta?) consultabile all’indirizzo https://www.unicef.it/Allegati/Birth_Registration_UNICEF_Report_2019.pdf.

[4] Dati Cecodap.

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