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Il lockdown non è per tutti: il traffico di armi continua durante la pandemia

Nonostante l’emergenza coronavirus, l’industria bellica non si ferma e tra i primi a mobilitarsi troviamo i lavoratori portuali.

Scritto da Valentina Federico, Casco Bianco in Servizio Civile con Apg23

Tenerezza, inquietudine e dolore: queste sono le prime parole che utilizzerei per descrivere la stasi in cui le nostre vite sono state catapultate dall’inizio della diffusione del coronavirus. Nelle case dei più fortunati ci sono farina, colori e canzoni ad animare le giornate; sui balconi, arcobaleni disegnati provano a scacciare la paura.

Le strade sono quiete e silenziose, immerse in una strana uggia. Le attività produttive considerate dal decreto presidenziale non “strettamente necessarie” sono ormai bloccate da due mesi e come conseguenza molte persone stanno perdendo il lavoro o chiudendo la propria attività. Un sacrificio indispensabile, come ricorda il bollettino delle 18, che elenca contagi e decessi.

Le notti sono più buie e dormire non è sempre facile: le immagini dei mezzi militari che trasportano centinaia di bare verso i forni crematori resteranno per sempre nella memoria collettiva del Paese. In questa terribile crisi non siamo soli: il contagio è dilagato in tutto il Pianeta e ormai moltissime attività e mercati sono bloccati da stringenti misure per contenere il contagio. A parte quelle strettamente necessarie, ovviamente. E tra queste, a quanto pare, rientra il traffico di materiale bellico.

Il 18 aprile scorso me ne sono resa conto in prima persona quando la Bahri Abha, una nave della compagnia saudita Bahri, ha attraccato nel porto di Carrara, la città in cui vivo. L’imbarcazione ha caricato componenti per l’estrazione del petrolio realizzati dall’azienda apuana Nuovo Pignone ed è ripartita alla volta di Iskenderun, in Turchia, a pochi chilometri dal confine siriano. È ignota la destinazione finale.

Le navi della Bahri sono nate per il trasporto di mezzi e attrezzature militari al servizio di Riad, la capitale dell’Arabia Saudita, e spesso fanno scalo in Italia, principalmente a Genova, per poi ripartire verso est. Anche l’imbarcazione in questione è approdata, lo scorso 17 aprile, nel capoluogo ligure per caricare camion e mezzi militari. Qui però ha incontrato la resistenza dei membri del Calp, il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, i quali sono riusciti a ottenere fotografie del materiale trasportato. Nelle immagini si vedono decine di blindati Hercules, di fabbricazione statunitense, utili al recupero dei mezzi corazzati sul campo di battaglia.

Bisogna ricordare che l’Arabia Saudita è tra i cinque maggiori importatori di armi al mondo. Tra il 2015 e il 2019, lo Stato arabo è risultato assorbire il 25 per cento delle esportazioni belliche made in Usa e il 7,2% di quelle italiane [1]. Gli scenari militari in cui Riad è principalmente coinvolta sono quello siriano e quello yemenita.

La rivolta d’aprile dei camalli genovesi non è certo la prima: solo un mese prima, a fine febbraio, a Genova si è verificata una situazione analoga quando una nave della stessa compagnia, la Bahri Yanbu, ha attraccato nel porto carica di esplosivi diretti in Yemen. I portuali hanno chiesto al prefetto di bloccarla, ma invano. La legge a cui avevano tentato di appellarsi è la 185 del luglio 1990: essa vuole che l’importazione, l’esportazione e il transito di armi siano conformi alla politica estera e di difesa del paese e che siano regolamentate secondo i principi della Costituzione. E quindi il ripudio, come si legge all’articolo 11, della guerra come strumento di risoluzione delle controversie.

Dunque, di fronte al traffico di armi, pare proprio che i primi paladini del dettato costituzionale siano i lavoratori portuali, pronti a organizzare blocchi e proteste, nonché appelli alle autorità, di fronte a queste violazioni. E non solo in Italia: ad esempio, nei porti di Le Havre, Marsiglia e Bilbao si sono tenute analoghe manifestazioni contro le navi Bahri.

Spesso le proteste hanno buon esito: nel 2019, in due occasioni, il Calp ha bloccato le operazioni di carico di armi destinate alla Guardia nazionale saudita. Nel maggio del 2019, il gruppo, sostenuto da Cgil, pacifisti e da parte dell’associazionismo cattolico, era riuscito a evitare che sulla Bahri Yanbu venissero caricate attrezzature di tecnologia usate in campo militare, ma parte dell’establishment aveva condannato le loro proteste.

Pochi mesi dopo, fu Papa Francesco a pronunciarsi a favore dei lavoratori portuali e delle loro proteste. In tale occasione, il Pontefice non mancò di criticare l’ipocrisia di Paesi europei, cristiani, o almeno di cultura cristiana, che “inneggiano alla pace e vivono delle armi”.

Ma l’industria bellica è sorda agli appelli e anche in questo tempo, in cui tutto è sospeso, le fabbriche della morte continuano a lavorare. E tutto tace.

[1] Fonte: Stockholm International Peace Research Institut, “Trends in International arms transfers, 2019”, Stoccolma, Marzo 2020

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