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Brasile Caschi Bianchi

Sorrisi riciclati

“Uno sguardo sulla discarica di Castanhal a nord del Brasile, nello stato federale del Pará, a contatto con le anime che ne riciclano una minima parte”. Alberto e Francesco hanno visitato diverse volte una delle più grandi discariche del Brasile, ne hanno approfondito l’origine e gli squilibri che la governano, hanno condiviso alcuni momenti con i lavoratori abusivi ed hanno deciso di raccontarcelo in questo articolo.

Scritto da Francesco Cavicchioli e Alberto Nicoletti, Caschi Bianchi Apg23 a Castanhal

La spazzatura è una grande risorsa nel posto sbagliato a cui manca l’immaginazione di qualcuno perché venga riciclata a beneficio di tutti.
Mark Victor Hansen

Abbiamo visitato la discarica: tanti pensieri e poche parole. Ci interroghiamo ancora su come possa esistere tanta tristezza, denunciata più volte dalla stessa società che ne alimenta il diametro. Abbiamo condiviso momenti con quelle persone divenute avvoltoi e cambiati nel viso dal lavoro di tutti i giorni. La discarica esiste dalla nascita di Castanhal: ha ottantaquattro anni e le dimensioni sono cresciute a dismisura tanto che alcune parti risultano già coperte dalla natura. Prima di visitarla, abbiamo ascoltato opinioni pregiudiziose ed ingigantite dalla paura popolare che vede la discarica come un mondo a parte pieno di lavoro minorile, prostituzione, droga e malavita. Nella comunità terapeutica dove prestiamo servizio la discarica viene pitturata come un posto ostile e pericoloso, pieno di spacciatori e di ladri. In realtà durante la nostra prima visita, parlando con gli abitanti del bairro esterno alla discarica, i preconcetti si sono già dimezzati.

I lavoratori del bairro ci hanno raccontato come la discarica sia fonte di guadagno fine a se stessa, sorretta dal disinteresse del comune. Ci hanno anche parlato di denaro investito in progetti mai arrivati a termine: uno di questi, finanziato dallo stato federale del Parà, riguardava una cooperativa che ha cercato di regolarizzare i lavoratori abusivi all’interno della discarica. Purtroppo la maggior parte di loro non ha accettato la proposta perché pensava che raccogliendo immondizia illegalmente avrebbe racimolato più soldi rispetto a quelli previsti dallo stipendio. Questo ci ha fatto riflettere sulla dignità spesso venduta al “dio denaro”.

Dopo la nostra seconda visita abbiamo ascoltato l’altra campana: il comune. Abbiamo preso un passaggio dal camion dei rifiuti, siamo andati nel settore concernente la discarica e abbiamo parlato con il responsabile del coordinamento camion/rifiuti: una mezz’ora di condivisione con un uomo prossimo alla pensione e rassegnato al contesto in cui vive. Siamo rimasti altamente delusi dalle sue parole: “Io faccio ciò che mi dicono i superiori: organizzo e gestisco i camion che ripuliscono la città e illegalmente svuotano tutto in un terreno avente raggio 15 km, sapendo che là ad aspettare i rifiuti ci sono centinaia di persone pronte a smistare e rivendere i materiali idonei che danno continuità a questo circolo vizioso. Sono già venuti i rappresentanti dei paesi esteri, ma solo chiacchiere e nulla di più, niente di concreto. Qua tutti noi conosciamo la situazione ma cosa possiamo fare? Il sindaco non muove un dito!”.

Non vogliamo mentirvi, effettivamente questa è la realtà però la grande differenza che ci ha colpito è stata durante la nostra terza visita, quando da dentro la discarica abbiamo passato momenti insieme ai lavoratori prima, durante e dopo la raccolta.

Quando siamo arrivati era caldo, caldissimo, i lavoratori si stavano riparando dal sole sotto una baracca fatta con pezzi di legno e rifiuti. Qualche minuto per capire che eravamo solo dei ragazzi curiosi di conoscerli e ci hanno offerto un caffè dentro un bicchiere rimediato da una bottiglietta di plastica tagliata a metà. Siamo rimasti subito colpiti dalla semplicità e dalla voglia di chiacchierare che avevano.

Abbiamo conosciuto Reginaldo (così lo chiameremo), un padre di famiglia analfabeta che per causa della propria scarsa istruzione non riesce a trovare un lavoro ed è quindi costretto a strappare sacchi di immondizia alla ricerca della spazzatura che forse gli farà guadagnare il piatto di riso e fagioli che merita.

Risponde alle nostre domande facendo battute e trovando tutto divertente, anche il nostro interessarci ad una cosa tanto brutta come la discarica lo faceva sorridere. In quei momenti pensiamo che il suo sorriso sia l´arma usata per ammazzare la tristezza e il disagio, emozioni generate dal contesto, ma dopo un altro paio di risate abbiamo capito che forse era una semplice ingenuità che rendeva quest’uomo di cinquant’anni così bonaccione.

I lavoratori sono persone gentili, cordiali e accoglienti ma sfortunatamente vittime del contesto disagiato che non lascia scampo, ormai diventate parte della discarica.

L’altra persona con cui ci siamo fermati era una donna di trentanove anni, madre di tre figli e già nonna. Il più piccolo di undici anni era con lei a farle compagnia sul “posto di lavoro”. Non sorrideva molto e in realtà non ha parlato troppo, lavorava in discarica per lo stesso motivo di Reginaldo: la scarsa istruzione e l´impossibilità di altre mansioni. Lei riteneva che il loro lavoro fosse giustamente molto più importante di quello che la maggior parte delle persone crede: “Il problema è la regolarizzazione del lavoro che i netturbini svolgono in questa città, in questo modo il comune sfrutta la necessità di queste persone per guadagnare mano d’opera illegale e gratuita”.

Mentre raccontava il suo punto di vista noi non abbiamo notato uno sguardo infuocato da combattente pronta a battersi per i propri diritti ma era più un discorso di rassegnazione, come se la giustizia fosse una bella favola che mai diventerà realtà.

“Lasceremmo questa posto, dimenticato da Dio, se potessimo specializzarci in un corso che ci insegni qualcosa di utile per trovare lavoro là fuori”. Ci dicono tutti in coro.

Vorrebbero un lavoro migliore, degno, rispettabile e tutelato ma è come se allo stesso tempo non volessero spingersi troppo oltre per paura di cadere. Rimaniamo incuriositi quando la donna ci dice: “La discarica è come una mamma… prima o poi ci si ritorna sempre”.

Sono persone che vivono interamente della discarica, che definiscono le giornate in base a quello che ne trovano dentro diventando un pezzo di metallo fuso ad essa.

Abbiamo aspettato quasi due ore il camion che, pieno zeppo di rifiuti mischiati, arriva e scarica a qualche decina di metri una montagna. Loro, educati e quasi in fila, si avvicinano ed iniziano a rovistare in quella montagna; aiutati da una specie di arpione saldamente tenuto stretto forano i sacchi per controllare dentro ad una velocità estrema. Nessuno si dà fastidio, nessuno esce dal proprio posto, nessuno calpesta il piede del vicino: tutti consapevoli e tranquilli senza la minima fretta. L’esperienza è levigata nel tempo, come se sapessero già qual è il sacco più interessante rispetto agli altri, già proiettati a radar su determinati rifiuti che quasi sicuramente andranno venduti come riciclabili.

Gli avvoltoi intanto sono pronti e qualche metro più in là aspettano, educati ed in fila, il loro turno. E così è per ogni camion, ogni giorno ed ogni anno da quasi un secolo.

Nella stesura dell’articolo ha collaborato anche Barboza Ferreira Joanne.

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