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In nome di risparmi irrisori si cancellano istituti che hanno reso il Servizio Civile, nel corso degli anni, una esperienza partecipata dai suoi attori e un “laboratorio” in cui sperimentare quella difesa non armata e nonviolenta prevista dalla legge. L’editoriale di Diego Cipriani.

L’agosto del 2012 non verrà ricordato solo per il succedersi degli anticicloni che hanno accaldato l’Italia o per le medaglie olimpiche vinte dai nostri azzurri. Per chi si occupa di servizio civile sarà ricordato perché la cosiddetta “spending review” ha cancellato, tra gli altri, anche la Consulta nazionale del servizio civile.

A istituire la Consulta, quale “organismo permanente di consultazione, riferimento e confronto” per l’Ufficio nazionale per il servizio civile era stata la legge 230 del 1998 quella che, dopo una gestazione parlamentare durata oltre dieci anni, aveva sostituito la legge 772 del 1972, la prima legge che aveva riconosciuto nel nostro Paese l’obiezione di coscienza al servizio militare. Quello della Consulta era stato uno dei punti irrinunciabili delle battaglie di Enti e obiettori, anche per ridimensionare il potere del Ministero della difesa nella gestione del servizio civile, potere che prima di allora era praticamente assoluto. Così quella che si svolse il 21 giugno 1999 alla Presidenza del Consiglio (l’Unsc non aveva ancora una sede pienamente operativa) fu una riunione storica, perché vide per la prima volta i rappresentanti degli obiettori (al tempo c’era ancora la leva obbligatoria!) e degli enti convenzionati seduti allo stesso tavolo con i rappresentanti di alcuni ministeri, dei Comuni e con i dirigenti dell’Unsc. Insomma, i vari soggetti che facevano parte del sistema del servizio civile in Italia. La CNESC, che raccoglieva alcuni “grandi” enti, dovette cambiare nome (da Consulta a Conferenza) proprio in omaggio al nuovo organismo partecipativo ufficiale.

Poi venne il servizio civile nazionale, con l’aggiunta in Consulta dei rappresentanti delle Regioni e la sostituzione dei rappresentanti degli obiettori con quelli dei serviziocivilisti.

Ora, secondo i dati elaborati da www.esseciblog.it sui costi della Consulta, l’abolizione di questo organismo non comporterà un risparmio così rilevante per le casse dello Stato: se l’anno scorso la Consulta è costata ai contribuenti italiani meno di 2.500 euro, secondo le stime quest’anno raggiungeremo la straordinaria cifra di euro 500 (sì, proprio 500!). Dunque, almeno dal punto di vista del risparmio sperato, la cancellazione operata dalla “spending review” è stata un errore.

Ma lo è anche dal punto di vista sostanziale. Cancellare un organismo di confronto per un sistema, come quello del servizio civile nazionale, che non può prescindere dalla “leale collaborazione” non solo tra Stato e regioni, ma anche e soprattutto tra questi e gli enti accreditati e i volontari non porterà nulla di buono al sistema stesso, anzi. Come ha ricordato don Soddu della Caritas Italiana nei giorni scorsi “il servizio civile non ‘appartiene’ solo allo Stato” che, anzi, aggiungiamo noi, per trent’anni lo ha semplicemente ostacolato. “Se non ci fosse più la Consulta” si chiede don Soddu “con chi si consulterebbe lo Stato? Con se stesso?”. Una situazione, dunque, che al di là del ridicolo, denota una concezione del rapporto Stato-cittadini-corpi intermedi ferma al secolo scorso.

Ma gli effetti nefasti della “spending review” sul servizio civile non riguardano solo la Consulta. Dovremo dire addio anche al Comitato per la Difesa civile non armata e nonviolenta, che era sì scaduto a fine 2011 ma di cui si attendeva l’imminente conferma. A differenza della Consulta, il Comitato non era previsto dalla legge: la legge 230/98 aveva affidato all’UNSC il compito di “predisporre forme di ricerca e di sperimentazione di difesa civile non armata e nonviolenta”. Nel 2004, dopo praticamente sei anni d’inattività sul tema, l’UNSC varò un organismo di esperti proprio per essere aiutato a realizzare quanto previsto dalla legge.

Anche in questo caso, mettere attorno a un tavolo rappresentanti dei Ministeri, degli enti, degli enti locali, del mondo accademico e delle associazioni pacifiste ha costituito una sfida che ora rischia di vedere annullati gli obiettivi raggiunti. Tra questi va certamente annoverato il lungo lavoro che ha portato l’Unsc l’anno scorso a pubblicare il bando per l’impiego di sei volontari nel progetto, promosso da Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Caritas Italiana e Focsiv, “Caschi Bianchi: oltre le vendette”, volto a favorire la riappacificazione tra le famiglie albanesi che hanno emesso vendetta secondo l’antica legge tribale del kanun e quelle destinatarie della vendetta stessa, progetto che si concluderà nel prossimo mese di ottobre. Senza un valido apporto scientifico che il Comitato assicurava, il progetto in corso rischia di restare una pagina isolata nel servizio civile italiano impegnato all’estero e un percorso interrotto sulla via italiana di soluzioni nonviolente nella gestione dei conflitti.

Se è chiaro che anche l’attuale legislatura non porterà una riforma legislativa del servizio civile, è altrettanto chiaro che interventi normativi non specifici rischiano di “rovinare” il sistema del servizio civile. Speriamo che l’autunno, insieme al fresco, porti ad un ripensamento di alcune scelte fatte.

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