• Caschi Bianchi Focsiv, 2010

Caschi Bianchi India

In strada

La quotidianità delle gang minorili della metropoli di Bangalore nei racconti di un giovanissimo gesuita che si è unito a loro per conoscerle da vicino: la raccolta di rifiuti, l’elemosina, la droga e i desideri degli streetboys indiani.

Scritto da Petra Dall’Arme Casco Bianco con FOCSIV

Il servizio civile ti butta in un universo parallelo fatto di profonde scoperte culturali, momenti emozionanti e storie toccanti.

Alcune narrazioni si sviluppano giorno per giorno, grazie al lavoro che svolgi con le persone o a incontri casuali. Altre storie invece ti vengono raccontate, ma sono così vivide che ti sembra di poter vedere con i tuoi occhi realtà lontane e strazianti: proprio quello che mi è successo di recente parlando con Brother Ravi, un seminarista Gesuita che vive a Bijapur nella comunità dove sono ospitata anch’io.

Prima di poter diventare Padre un giovane che si unisce alla Compagnia di Gesù deve studiare e lavorare per 16 anni. Gli studi comprendono una laurea di propria scelta, una in filosofia e una in teologia. Le attività svolte invece possono essere le più disparate: insegnare inglese nelle scuole, coordinare i lavori negli slum, aiutare a gestire una parrocchia. Oppure, si possono fare anche esperienze più brevi, un po’ avventurose, che permettono ai novizi di capire come vivono i più poveri ed emarginati. È quanto ha fatto Brother Ravi un anno dopo il suo ingresso nella Compagnia a Bangalore, in collaborazione con i Salesiani di Don Bosco:

“Quando avevo 17 anni ho vissuto per cinquanta giorni come un ragazzo di strada. Eravamo io e un altro giovane Gesuita. Non è stato difficile inserirsi in una gang.

Alla stazione centrale dei treni di Bangalore ci sono almeno dieci nuovi streetboys al giorno. In genere si tratta di ragazzi scappati di casa per problemi con la matrigna o con il padre alcolizzato. Noi ci siamo presentati un po’ sporchi, e ci siamo uniti a loro. Chiaramente si sono resi conto che eravamo diversi, per il nostro modo di fare, perché parlavamo inglese, ma probabilmente hanno pensato che eravamo fuggiti da famiglie ricche. Così ci hanno accettati e abbiamo avuto la possibilità di condividere la loro vita.

All’inizio tutto faceva paura e infatti per i primi quindici giorni non abbiamo dormito per strada, ma in un bugigattolo affittato dai Salesiani. Poi ci siamo abituati e siamo andati a dormire con gli altri ragazzi ovunque: in stazione, sui treni, nascosti alla meno peggio da qualche parte.

La sveglia era alle 4 e si cominciava subito l’attività di raccolta dei rifiuti, che non era proprio solo raccolta dei rifiuti… Rubavamo così tanto! Era davvero divertente, scavalcavamo cancelli interi, venivano via che era una meraviglia. Quando finivamo la raccolta, alle 10 si andava a vendere, e il guadagno cambiava di giorno in giorno. A volte prendevamo cinquanta rupie, a volte duecento, ma non duravano mai. Andavamo tutti al cinema, compravamo la droga, puff! E i soldi erano spariti.

La droga non era forte, mi ricordava le bottigliette del cancellino. I ragazzi ne versavano un po’ sulla stoffa e sniffavano. Un giorno l’ho provata anch’io, ma non ho sentito nulla, mi è girata solo un po’ la testa.

Il pomeriggio era dedicato all’elemosina, per me la parte più brutta. Non mi veniva proprio da chiedere i soldi, non ce la facevo. Solo una volta mi sono veramente immedesimato, ed è successo perché sono rimasto senza mangiare per ore… Me lo ricordo ancora: erano le due del pomeriggio, mi ero svegliato alle quattro del mattino per lavorare come rag-picker e non avevo messo nulla nello stomaco dal giorno prima. Ero così affamato! Allora sì che ho chiesto veramente l’elemosina! Purtroppo però mi è andata male, perché comunque avevo l’aspetto di un giovane forte rispetto agli altri, e nessuno mi ha dato niente, e mi sono addormentato per strada.

C’era un altro tipo di elemosina, poi, che era ancora peggio, quando chiedevamo cibo e non soldi. Oh, pensavo che non sarei sopravvissuto! Prendevamo un sacco enorme e poi andavamo di casa in casa, di bottega in bottega, e le persone buttavano dentro qualsiasi cosa, e tutto diventava un gran miscuglio che poi mangiavamo assieme con le mani luride.

I ragazzi però erano assuefatti a quella vita. Era davvero dura accettarlo. Senza farci notare dai capi-branco, noi prendevamo alcuni di loro ogni tanto e li portavamo alla Don Bosco per inserirli in una scuola-istituto, ma la maggior parte scappava, non voleva restarci. Amavano i furti, la droga, la libertà… E il sesso. Perché i più grandi abusavano sistematicamente i più piccoli e tutti i ragazzi assieme abusavano sistematicamente l’unica ragazza della gang – ogni gang ne aveva una o due. Era terribile lo stato in cui erano conciate quelle ragazze. I maschi bene o male se la cavavano in strada, ma le femmine dopo solo qualche settimana erano ridotte in uno stato disumano. Puzzavano a dieci metri di distanza. Erano totalmente abbandonate a se stesse, alla droga, alla morte.

Anche i sogni dei ragazzi erano irripetibili. Nel gruppo per esempio c’era un bambino di circa otto anni. Aveva degli occhi vispissimi e un visetto dolce… Era davvero carino! Aveva lavorato in un circo e ci intratteneva spesso facendo acrobazie. Ma quando gli ho chiesto cosa sognasse di fare nella vita, la sua risposta è stata: ‘Voglio uccidere i miei genitori.’ Voleva ucciderli perché l’avevano venduto al circo e la compagnia l’aveva torturato per insegnargli a fare le capriole. Ogni volta che sbagliava, prendevano una barra di metallo, la mettevano sul fuoco e poi gli bruciavano le gambe. Erano tutte piene di ustioni. Non sono mai più andato al circo dopo aver conosciuto quel bambino.”

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