Brasile Caschi Bianchi

Una mattina in discarica

Cosa si fa per cercare di guadagnare qualcosa in più dell’insufficente salario minimo… L’esperienza di Emanuele, raccoglitore di immondizia per un mese nella discarica della città, per incontrare chi l’ha scelta “liberamente” quale quotidiano luogo di lavoro.

Scritto da Emanuele Bambara CB apg23 2009

Il contesto è quello della discarica di Castanhal, città con circa 150.000 abitanti nel nord del Brasile, a 70 km da Belem capitale del Parà, alle porte della foresta amazzonica.

La giornata lavorativa comincia alle ore 8.30- 9.00 quando arriva il primo camion a lasciare il primo carico di rifiuti. In realtà non c’è nessun cartellino da timbrare, quindi si può andare al lavorare quando si vuole.

È questo uno dei vantaggi di una “libera professione”, come quella del separatore di rifiuti abusivo. Questa professione, infatti è “liberamente” scelta a causa delle scarse possibilità lavorative che la città offre, con salari che non permetterebbero una vita degna alle famiglie dei singoli lavoratori.

I camion che scaricano i rifiuti hanno una seconda funzione. Infatti, oltre che addetti al trasporto dei rifiuti, all’occasione vengono utilizzati come mezzi per raggiungere il luogo di lavoro. Con i primi del mattino e gli ultimi del pomeriggio sono in tanti a salire sui cassoni per avere uno strappo dalla propria casa al lavoro e viceversa.

Io e Roberto arriviamo a piedi perché la casa in cui viviamo è distante solo due km da quello strano luogo di lavoro. A guidarci il volo degli urubù (1). Mezz’oretta sotto il sole equatoriale, e già ben caldi arriviamo al nostro caldo luogo di lavoro.

Arriviamo, che già il primo camion ha scaricato. Siamo vestiti con stivali nuovi di pacca, ovviamente invidiati dalla maggior parte, guanti nelle mani ed eventuale mascherina per evitare di respirare il fumo della gomma degli pneumatici, che viene bruciata per estrarre il rame che contiene.

Alle prime risatine sul nostro abbigliamento decidiamo che faremo a meno della mascherina.

Abbiamo deciso di tentare, sperimentare cosa si prova a lavorare in una discarica brasiliana.

Abbiamo portati dei ganci artigianali per arpionare i sacchetti, aprirli e infilzare il materiale che abbiamo deciso di selezionare. Nel nostro caso la plastica.

Ci vengono in soccorso i nostri solidali compagni di lavoro, affidandoci dei ganci migliori, ben affilati e dei sacchetti in cui raccogliere il frutto del nostro lavoro.

Il nostro compito, come quello di tutti quelli che lavorano lì, è fare una sorta di “raccolta differenziata a posteriori”. Tutto ciò che viene differenziato e raccolto sarà poi venduto a dei compratori intermedi, che a loro volta lo venderanno a delle fabbriche che utilizzeranno il materiale da riciclo.

All’arrivo del nostro primo camion ci mettiamo dietro gli altri. Gli stiamo dietro, cercando di non perdere il contatto cercando di guadagnare una posizione che ci consenta di essere ben vicini al monte di spazzatura che sarà scaricato dal camion.

Appena il monte di spazzatura viene scaricato si inizia. In due riusciamo a riempire un grande sacco nero, la stessa quantità che chi è abituato a questo lavoro riesce a riempire da solo. Dopo il primo camion pochi minuti di pausa ed ecco il secondo, e così via.

 Non possiamo fare a meno di osservare la presenza di minori che, anche loro come gli altri, lavorano in condizioni igieniche più che precarie. A volte addirittura li si vede passeggiare sulla spazzatura senza stivali, ma con delle semplici infradito. Pochi usano i guanti e nessuno usa la mascherina.

E non solo. Purtroppo, come una scena quasi scontata, è bastato girare un po’ gli occhi per vedere qualche bambino giocare dentro la discarica. Portato lì da genitori che lavorando entrambi e non sanno a chi lasciare i propri figli.

I nostri compagni di lavoro spesso sono giovani che abitano nel vicino e poverissimo quartiere del Pantanal.

Nel quartiere si alternano essenziali case costruite in mattoni e case costruite con una struttura in legno tutta ricoperta di fango compattato. Lo stesso tipo di case si trova in uno spazio un poco più libero dai rifiuti, dentro la discarica.

Come già accennato, facendo questo lavoro si riescono a guadagnare anche due-trecento reali (80-120 euro) in più rispetto al povero “salario minimo”, Brasile stabilito per 510 reali (220 euro), che si avrebbe lavorando in qualsiasi altro posto di lavoro. Il tutto in un contesto in cui il costo della vita non è così basso come si potrebbe immaginare, e dove l’affitto di una casa con due vani, un bagno e una sala per mangiare in un quartiere non troppo pericoloso, costa quanto il salario minimo.

Come tutti i fenomeni sociali, anche questo ha molte sfaccettature. Nel Parà la famiglia in cui spesso si cresce è una famiglia destrutturata con padri molto assenti. I bambini e i ragazzi che crescono per strada, crescono senza molti limiti, il che farà di loro spesso degli adulti che difficilmente accetteranno i limiti che la convivenza civile prevede. Chi lavora in queste assurde condizioni, forse per quanto appena detto o per la capacità di vedere il bicchiere mezzo pieno, trova in questo impiego il lato positivo del non dover sottostare a un padrone e del non avere un orario di lavoro imposto da qualcun altro.

Purtroppo anche quel piccolo guadagno in più, se da qualcuno è veramente utilizzato per il bene della famiglia, da qualcun altro è utilizzato per permettersi alcuni “piaceri” come tabacco, alcool e droga, che distolgono dai pensieri di una routine non certo piacevole.

Giustamente ci viene posta la domanda sul cosa ne faremo dei soldi guadagnati con il nostro sudore. Alla risposta che vorremo comprare qualcosa di utile per loro, in molti si dividono su cosa sia la cosa più essenziale (guanti, stivali, soldi in contanti). Nessuno trova da ridire alla proposta di ricere una volta ogni tanto una merenda fatta di latte e caffè, pane e burro.

La nostra mezza giornata lavorativa volge al termine quando arriva il nostro passaggio. Ovviamente anche per noi un camion che scarica e che poi va in direzione della nostra casa.

Le nostre giornate lavorative sono continuate per un mesetto.

Dopo, la partenza di Roberto e il presentarsi di maggiori esigenze all’interno del servizio hanno fatto sì che le mie visite al lixao (2) si siano ridotte.

È rimasto in ogni caso fisso un appuntamento. Quello delle ormai consuete messe mensili dentro la discarica. Forse per la colazione offerta dopo o forse per la fede in Qualcuno a cui affidare le speranze di una vita migliore, la partecipazione è sempre stata molta.

Per quanto l’esperienza personale non sia un dato scientifico generalizzabile, sento giusto sottolineare che pur andando solo in uno dei luoghi ritenuti pericolosi dalla comunità cittadina di Castanhal, non ho mai percepito la sensazione di essere in pericolo, sperimentando al contrario ogni volta un’accoglienza molto calorosa.

 Note:

1. Rapaci neri che si nutrono della spazzatura e che risalgono in alto quando devono liberarsi dei gas.
2. Discarica.

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