Benin Caschi Bianchi

Informarsi per cambiare

Rapido sguardo sulla situazione sanitaria del Benin: tra critica e incoraggiamento per una maggiore trasparenza e purezza nel settore.

Scritto da Francesca Giubilo, Casco Bianco in Benin

Mente aperta, sguardo curioso propenso verso l’altro, umiltà, assenza di pregiudizio, pazienza, capacità di ascolto. Sono solo queste le capacità che un aspirante volontario del servizio civile dovrebbe possedere?

A tutto ciò aggiungerei l’informazione e la consapevolezza delle difficoltà che si potrebbero incorrere.  Beata ignoranza non è sempre sinonimo di tranquillità e di quieto vivere, ma talvolta di superficialità, tenendo in considerazione che essere informati di qualcosa può permetterti di prevenire alcuni problemi o trovare più facilmente una soluzione.

Internet in questo senso gioca un ruolo un po’ ambiguo. Se da una parte è una fonte inesauribile di informazioni, dall’altra, proprio questa sua caratteristica è spesso fuorviante, e prevede una certa abilità nella ricerca stessa delle fonti da cui reperire le migliori informazioni possibili sul tema in questione.

Prima di partire per il Benin, oltre alla preparazione psicologica sul tipo di servizio che avrei svolto, avevo messo in conto anche i possibili rischi legati alla salute. Malaria e meningite sono endemiche in questa terra. Se per la meningite ci si può vaccinare, per la malaria esiste solo la possibilità di una profilassi, da fare eventualmente per tutto il periodo di soggiorno all’estero e che non assicura, in ogni caso, una copertura totale. Partendo per un paese del genere, non si può quindi non considerare l’eventualità di ammalarsi di malaria nell’arco dell’anno.

“La malaria è una parassitosi trasmessa all’uomo da zanzare. E’ una delle principali cause di morte nel mondo. Attualmente circa il 46% della popolazione mondiale vive in aree dove la malattia è presente in forma endemica. La mortalità è elevata nelle zone tropicali e subtropicali dove il Plasmodio predominante è il P. falciparum”. Così viene descritta la malaria nei paesi occidentali. Qua, in Benin, tra le persone comuni, “le paludisme” (la malaria) è sintetizzabile in una sola parola: fatigue (stanchezza).

Più di una volta è stata paragonata la figura del volontario a quella di un cannocchiale. Il volontario è lo strumento attraverso il quale gli occhi occidentali riescono a porre le proprie lenti di ingrandimento su alcune realtà fino a quel momento non analizzate. Questo tema non si discosta poi molto da questa metafora. Ai toni allarmistici con cui si affronta il tema della malaria in occidente, fanno eco quelli superficiali e pacati della gente per la quale questa malattia è all’ordine del giorno e poco si discosta dalla semplice influenza. Come in tutte le cose, in “media stat virtus”.

La cosa che più sorprende è constatare ancora una volta, il mercato che ruota intorno al settore sanitario e in particolare il gioco delle case farmaceutiche e dello stesso Stato in materia. Ingenuamente, la prima cosa a cui ho pensato, toccando con mano il livello di diffusione della malaria nel paese, è per quale motivo il governo non investe in qualche opera di bonifica del territorio, piuttosto che continuare ad alimentare il circuito vizioso e delinquenziale di alcune case farmaceutiche. Naturalmente, trattandosi di aree endemiche e soprattutto non circoscritte al singolo paese ma all’area, tale operazione risulterebbe abbastanza difficile, ma allora dall’altra parte mi domando, perché i prezzi dei medicinali per la malaria sono così elevati? Se parliamo in termini di leggi di mercato, è il rapporto tra domanda e offerta a definire i prezzi e, in un paese in cui la domanda è così elevata, trattandosi di una malattia diffusissima, perché i medicinali non si trovano a prezzi più accessibili?

A volte le persone non chiedono l’elemosina, ma la possibilità di comprarsi i farmaci per curarsi. E allora, quand’è che finiremo di parlare di aiuto, di sostegno, continuando a fornire beni o prodotti che non possono essere a larga diffusione e inizieremo veramente a parlare la stessa lingua e ad ascoltare con lo stesso cuore?

E’ inutile parlare di sanità, di educazione come di diritti se poi, nel concreto, basta che un sindacato indica uno sciopero per bloccare ogni tipo di attività ed impedire che anche il minimo servizio sia garantito o che vengano messi a disposizione dei mezzi per curarsi, ai quali però non è semplice accedere. Non si parla solo del Benin, ma di molti altri paesi. L’informazione in questo senso gioca un ruolo cruciale: è lo strumento attraverso il quale singole voci sporadiche e isolate diventano megafoni in grado di diffondere all’unisono le proprie rivendicazioni e modificare così facendo il corso delle cose.

Informarsi, dunque, ma per cambiare!

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