Caschi Bianchi Kenya

We are channels of peace

In pellegrinaggio attraverso i campi profughi e le città che maggiormente hanno risentito degli scontri post elettorali in Kenya, fino a raggiungere la capitale dell’Uganda. Un’occasione per incontrare persone e storie, una scuola di vita sulla sofferenza, ma anche sull’attaccamento alla vita, e sulla riconciliazione e il perdono.

Scritto da Giancarlo Pieretto, Casco Bianco a Nairobi

Noi siamo canali di pace è il motto che ci ha accompagnato nel nostro pellegrinaggio in Uganda dal 24 maggio al 5 giugno scorsi.

“Channels of peace” è il nome di una commissione che riunisce membri delle diverse associazioni cattoliche e parrocchie di Nairobi per organizzare attività di pace e riconciliazione in Kenya in seguito alle violenze conosciute dal Paese dopo le sofferte elezioni presidenziali del dicembre 2007. La commissione è presieduta da padre Daniele Moschetti, un missionario comboniano che da parecchi anni vive a Korogocho (una delle tante baraccopoli di Nairobi) e che ci ha accompagnato e guidato in questo pellegrinaggio in Uganda.Il gruppo di pellegrini era composto da 34 persone tutte kenyote, ad eccezione di me e padre Daniele, gli unici wazungu (uomini bianchi) del gruppo.
I pellegrini provenivano da 17 differenti parrocchie delle baraccopoli di Nairobi, giovani, adulti ed anziani, uomini e donne, tutti uniti in questo pellegrinaggio allo scopo di portare un messaggio di pace e speranza alla gente del Kenya e soprattutto ai numerosi rifugiati che ancora oggi vivono nei campi profughi che le violenze post-elezioni hanno creato.
Siamo infatti passati attraverso i luoghi delle violenze e i diversi campi profughi del nord del Kenya, e avevamo come meta finale la basilica di Namugongo a Kampala, capitale dell’Uganda, come richiesta di perdono e riconciliazione per il popolo kenyota nel giorno dedicato dalla Chiesa ai martiri d’Uganda, 24 giovani cristiani che a fine Ottocento sono stati uccisi per la loro fede ed il loro credo.

È stato un viaggio davvero meraviglioso, che giorno dopo giorno ha aperto il mio cuore ad una pace e serenità incedibili, pur con tutte le fatiche affrontate lungo il cammino e nonostante la sofferenza incontrata.
Le persone che incontravamo lungo la strada erano sorprese di vedere un gruppo così eterogeneo che camminava sventolando le bandiere della pace, cantando, sorridendo e salutando. Alcuni di loro si chiedevano cosa ci facesse un bianco in mezzo a quel gruppo di africani e nel mio piccolo mi sono sentito davvero un segno di speranza, un costruttore di pace, semplicemente con la mia presenza e il mio cammino, abbiamo gettato un seme e posto degli interrogativi nel cuore della gente che ci vedeva passare.
Credo che con le nostre bandiere, i nostri sorrisi e i nostri canti siamo davvero stati un arcobaleno di pace che ha colorato le strade del Kenya.
Non è stato sempre facile, non tutti ci hanno accolto a braccia aperte, c’è stato anche chi ci ha cacciato, chi di pace non voleva assolutamente sentir parlare e che ci accusava addirittura di essere stati pagati dal Governo per predicare la pace. Mi ha fatto soffrire parecchio constatare cosa la gente riesca ad inventarsi pur di non aprire il proprio cuore al perdono e alla riconciliazione, capire quanto l’odio e la sofferenza abbiano scavato ferite e solchi profondi nell’animo di molti kenyoti.

Il primo incontro con un campo profughi è stato nella città di Naivasha. È stato duro vedere tutte quelle persone ammassate in un campo pieno delle tende bianche delle Nazioni Unite, in mezzo al fango, senza acqua potabile, costrette a fare una fila chilometrica davanti all’unica cisterna rifornita d’acqua per bere, cucinare e lavarsi. Di fronte a questo spettacolo agghiacciante mi è venuto quasi da piangere, ma l’accoglienza dei bambini è stata così splendida che non potevamo non sorridere e cantare insieme a loro.

Proprio i bambini sono stati la scoperta e la gioia più grande di questo pellegrinaggio, gli unici che ci hanno accolto in ogni situazione, gli unici che non si sono lasciati coinvolgere dalla spirale dell’odio e della violenza.
Nella città di Nakuru abbiamo visitato altri 2 campi profughi. Nel primo ci hanno cacciato a malo modo, ci è stato detto di portare la nostra pace da un’altra parte, hanno minacciato di lanciarci le pietre. Qui abbiamo incontrato un uomo che ci ha raccontato come negli scontri dopo le elezioni abbia perso moglie, 3 figli e tutte le sue proprietà, e ora è costretto a vivere solo in una tenda senza sapere quale sarà il suo futuro. Come si può credere realmente alla pace di cui parliamo, che cosa possiamo dire di fronte alla sua sofferenza? Mi sono trovato senza parole e continuo a interrogarmi sul senso di queste violenze, di questa lotta per il potere, di questa pace. Quale messaggio di pace e di speranza possiamo davvero portare nel mondo?
Impauriti e preoccupati ci siamo allontanati da questo campo e ci siamo diretti verso il secondo, attrezzato all’interno dello stadio di Nakuru, indecisi se entrare o meno al suo interno. Ma proprio qui il Signore ha gettato il suo arcobaleno di pace tra la terra e il cielo e appena varcato il cancello dello stadio ancora una volta siamo stati sommersi da una folla di bambini che ci sono corsi incontro e hanno cantato insieme a noi. Davvero il Signore ha ragione quando dice che “se non ritornerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli”.Successivamente, dirigendoci verso Kisumu, siamo passati per la città di Molo e anche questa è stata un’esperienza molto forte. Vedere tante case distrutte mi ha fatto capire che la violenza in Kenya c’è stata realmente. A Soweto, nella baraccopoli dove viviamo, non ci eravamo resi conto di nulla, perchè lì gli scontri non ci sono stati e apprendevamo le notizie dai giornali o dai familiari in Italia che ci chiamavano preoccupati. E poi raggiungere il campo profughi ci ha fatto davvero capire come questa situazione abbia creato sofferenza per tante persone, inclusi tanti bambini.

Sono contento di aver partecipato a questo pellegrinaggio, è stata realmente una scuola di vita sulla sofferenza, ma anche sull’attaccamento alla vita, sulla gioia di vivere e sul dono che essa è per ciascuno di noi.

Anche a Molo nel campo profughi un bambino è riuscito a portare luce e speranza al nostro cammino. Aveva non più di 6-8 anni e quando gli abbiamo chiesto come stava ci ha risposto di non preoccuparci e, guardandoci negli occhi, si è detto fiducioso che tutto si sistemerà e che Dio li aiuterà.L’ultimo campo che abbiamo visitato prima di raggiungere Kampala è stato quello di Eldoret, il più grande che abbiamo visto, con circa 2000 persone. Un sacco di tende, un sacco di bambini come al solito e la pioggia che ci ha accolto scrosciante al nostro arrivo come un saluto dal cielo.
È stata davvero una festa del cuore, saltando, ballando e cantando insieme ai bambini in mezzo al fango, gridando in continuazione “Peace-Amani” (pace in kiswahili) e rifugiandoci infine sotto il tendone dell’Unicef che funge da chiesa per un breve saluto alla gente del campo.
Di questo pellegrinaggio ciò che più porto nel cuore è proprio la voglia di vivere e ricominciare di questa gente, l’accoglienza splendida che ci hanno riservato nella maggior parte dei casi, un calore umano incredibile che, se possibile, in Uganda è stato ancora maggiore che in Kenya, a testimonianza del fatto che davvero dove c’è più povertà c’è però anche più affetto (l’Uganda è infatti un Paese più povero ed arretrato del Kenya dal punto di vista economico).
Mi rendo conto che c’è bisogno di pregare tanto per la pace e l’unione del Kenya e non solo, soprattutto per tutti i rifugiati che abbiamo incontrato. Mi rendo conto che non dobbiamo stancarci di promuovere la pace, l’accoglienza, la fratellanza, sottolineando come nessuno di noi ha scelto di nascere in Europa, in Africa, in America, in Asia o in qualunque altra parte del mondo, nessuno ha scelto di essere mzungu (bianco) o nero o giallo o altro, nessuno ha scelto di essere kikuyu, luo, kalenjin (alcune delle tribù del Kenya), ma che questo è un dono che ci è stato dato e che dobbiamo solo accogliere come tale.
Anzi, se solo scavassimo un po’ il nostro corpo, rimuovendo la pelle di appena 2 millimetri, scopriremmo che sotto siamo tutti uguali, tutti dello stesso colore.

Ringrazio il Signore per questi giorni indimenticabili, per tutti i doni che continua a farmi e chiedo a Lui il dono del suo Santo Spirito perché possa darmi la forza di non stancarmi mai di essere un segno di pace e speranza nella mia vita quotidiana, senza fretta né angoscia nel voler cambiare le cose, ma con la certezza che “Dio c’è e basta”, e soprattutto ci ama di una amore infinito.

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