• Cb Apg23, 2008

Caschi Bianchi Russia

La città invisibile

Vivere sulle strade di Astrakhan è una quotidiana lotta per la sopravvivenza: l’incontro con immigrati e senza tetto.

Scritto da Alice Bonavida, Casco Bianco ad Astrakhan

Ho vissuto per tre mesi ad Astrakhan, capoluogo dell’“Oblast di Astrakhan” (regione di Astrakhan), città che sorge sul delta del Volga, che divide la città di due parti, e in prossimità del Mar Caspio e al confine con il Kazachistan. Come tutti i luoghi di frontiera -nemmeno la Georgia, l’Azerbaigian e l’Armenia sono lontanissimi- Astrakhan è ricchissima di multiculturalità, ci sono moltissimi armeni, molti kazachi, tagichi, tutti in cerca di lavoro, tutti avvantaggiati dalla lingua, imparata durante il periodo sovietico.

Sono arrivata in un periodo speciale, perché era passato da non molto il Natale cristiano, e il 5 gennaio si è festeggiato il natale armeno e il giorno seguente quello ortodosso. Il Natale si sentiva proprio nell’aria!

Trovare lavoro ad Astrakhan non è per niente facile, è una delle città più povere della Russia. Lo si nota già dall’architettura delle case, caratteristiche di legno e qualche mattone, con delle temperature che in inverno possono tranquillamente raggiungere i –20, -30 gradi, e in estate i +50°C.
Astrakhan è la città più inquinata della Russia, (nonostante ci siano città molto più grandi e con più industrie, ma Astrakhan si trova sotto il livello del mare e Volgograd, città industriale, è abbastanza vicina). Tantissimi sono i senza fissa dimora. Parlando con loro si scoprono i destini e problemi delle babusc’ke(nonne) impoverite, degli alcolisti abbandonati a sé stessi, spesso invalidi di guerra, dei migranti, dei bambini rom che spendono gran parte della giornata in strada. Puoi lasciar scorrere la città mentre ti fermi e la osservi da fuori, con gli occhi di chi vive sulla strada.
L’inverno per i russi, soprattutto per quelli della fascia più povera, è duro. Nelle casette di legno si patisce davvero il freddo, ma vivere per strada a quelle temperature è una lotta quotidiana per la sopravvivenza. I senzatetto dormono sui gasdotti per trovare un po’ di calore, allo stesso tempo corrono il rischio di buscarsi gravi ustioni, oltre ad ammalarsi di molte malattie, come la tubercolosi e la scabbia. Anche l’alcolismo è una malattia molto diffusa. L’alcol porta, oltre alla dipendenza, malesseri al fegato e di altri organi vitali, ma anche della vista. Molti senzatetto comprano alcool puro in farmacia perché meno caro della Vodka, e molti diventano ciechi.

Il nostro lavoro con i senzatetto è quello appunto di “andarli a trovare a casa loro”. Sappiamo che si trovano solitamente nei pressi delle chiese ortodosse, della stazione e del mercato principale. Due volte la settimana portiamo loro un pasto caldo che consiste in un uovo sodo a ciascuno, così come un panino con due wuerstel caldi e del thè. Ma oltre al pasto che cuciniamo la mattina stessa (solitamente circa 40 porzioni al giorno), cerchiamo di offrire parole calde: molti sentono il bisogno di raccontarci delle loro disavventure con la polizia, con giovani che si divertono a picchiare gente indifesa, con l’inverno che a volte sembra spietato, con le loro malattie, con i figli che conducono la loro stessa vita, ma altri semplicemente chiacchierano nel modo più spensierato possibile, fanno molte domande: da dove vieni, perché sei qui, come ti trovi in Russia; spesso il nostro arrivo è accompagnato da una benedizione e da un augurio che la nostra scassatissima macchina continui a funzionare.

Una mattina ci ha accolto una bruttissima notizia: un signore che vive sulla strada, che avevamo incontrato qualche giorno fa, è morto la notte prima. Sembra che avesse avuto dei problemi al cuore, ma non si sa bene. È stato un colpo durissimo, l’ho conosciuto da poco e ora non c’è già più!
Poco tempo prima avevamo visto dei senzatetto, che conosciamo, che già da lontano sembravano molto agitati. A una ventina di metri da noi c’era una signora stesa per terra, nascosta dai tubi e dai cespugli, accanto un mucchio di stracci, cartoni e spazzatura… era morta! La gente passava da lì senza dire niente, “tanto era solo una barbona”! Era già passata la polizia, ma l’ha lasciata lì, senza occuparsi di lei, senza chiedersi se avesse dei parenti, degli amici, dei conoscenti.
E qui non puoi fare niente, se non arrabbiarti, detestare questo sistema e questo modo di pensare secondo cui ci sono persone che valgono qualcosa ed altre no. Alla polizia non gliene frega niente: la si può chiamare, ma tanto non fa nulla se non peggiorare la situazione già drammatica. Si raccontano diverse storie sulla polizia che trova un senzatetto morto per strada e quando arriva qualche amico o parente che chiedeva la salma per fare il funerale, si fa rilasciare delle tangenti! E poi ogni tanto qualche senzatetto sparisce così, e non per cause naturali!
In Italia non è poi così diverso: l’indifferenza ai destini di persone che “tanto non sono degni di essere chiamati persone”.
Spesso ci imbattiamo in un gruppo di donne e bambini rom- questi ultimi vivacissimi! Una ragazzina -penso di 16 anni- con il suo bebè, è solitamente seduta al ciglio di una strada a chiedere le elemosina. Noi ci fermiamo sempre e una volta è passata una tipa sui 30 anni, con minigonna e tacchi a spillo, elegante e truccatissima, che ha lanciato uno sguardo di disprezzo verso di lei e uno di incredulità verso di noi “Cosa ci fate da quella lì?” diceva il suo volto. C’è anche qualche passante che era positivamente incuriosito dalla nostra attività.

In Russia non esiste pressoché nessuna rete sociale che sostiene i senzatetto ed altre persone in situazione di povertà. Nei tre mesi in cui sono stata ad Astrakhan non ho mai visto nessun’altra organizzazione che offre questo servizio ai senzatetto. In contraddizione alla tendenza di controllo sui cittadini da parte dello stato, bisogna ricordare che molti senzatetto –russi e non- non hanno i documenti.

I momenti bellissimi e le scene buffe fra i senza fissa dimora superano quelli brutti: ognuno di noi aveva il “nonnino” o la “nonnina” a lui più caro, sebbene avessimo tanto affetto per tutti.

Il “mio”, Anatoli, era un signore sulla sessantina, con soltanto due denti, i due incisivi di sotto, ma un sorriso che non dimenticherò mai.
In stazione troviamo un signore con una sola gamba, lui sembra sempre allegro: suona l’armonica.. e sa qualche canzone di Celentano, che puntualmente vuole cantare con me, che non sono proprio una grande intenditrice di questo cantante. Ogni volta che ci salutiamo, mi dice “Arrivederci!”
Vicino ad una chiesa ortodossa abitano un signore tagico e una vecchietta russa. Dormono anche loro sulle tubature; lei è cieca dall’alcol, e cammina con molta fatica. Lui, un fumatore accanito che non spreca occasione per provare a scroccare una sigaretta –ai fumatori e non-, si occupa in modo molto amorevole di lei.
In piazza molti bambini rom ci vedono da lontano e ci corrono incontro. Ruslan, di circa 7 anni, è il bambino forse più vispo e birichino che ho mai conosciuto in vita mia.
Al mercato principale, dove la multiculturalità della città si rivela maggiormente per i diversissimi volti che si incrociano, per i colori, per le macellerie halal in prossimità di una delle moschee della città, incontriamo anche molti senza fissa dimora. Una babusc’ka che non riusciva più a pagarsi l’affitto della casa, è finita in strada. È dolcissima anche se ha un gran disprezzo per la concorrenza “spietata”: un’altra babusc’ka, altrettanto dolce, che a distanza di cinque metri chiede le elemosina. Difficile raccontare dei tanti volti di strada che ho conosciuto ad Astrakhan, soprattutto racchiudendoli in un articolo, e difficile descrivere le sensazioni provate durante questi incontri.

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