A fine marzo 2008 l’Unione Europea ha erogato 300 milioni di euro come aiuti umanitari a sostegno dell’Autorità Palestinese. Si tratta di una prassi comune a diversi attori internazionali come Usa, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, Nazioni Unite, Banca Mondiale.
Nonostante l’impegno economico di questi donatori, l’economia palestinese non riesce a risollevarsi.
Ne parliamo con Shir Hever, economista e ricercatore israeliano per l’Alternative Information Center, redattore del bollettino economico The Economy of the Occupation (l’Economia dell’Occupazione).

Perché tanti stanziamenti?

Il 30,8% delle famiglie palestinesi vive sotto la soglia della povertà, il 18,5 % in condizioni di miseria. La striscia di Gaza è sotto emabargo militare israeliano dal 2006, le esportazioni in Cisgiordania sono diminuite del 16% nello stesso anno, il Prodotto Nazionale Lordo (PNL) continua a contrarsi. Il grave contesto politico di occupazione militare caratterizzato da checkpoint che limitano la libertà di movimento di lavoratori e beni, influenza negativamente l’andamento dell’economia. Si leggeva in un rapporto delle Nazioni Unite che gli aiuti umanitari trovano oggi più difficoltà a raggiungere la destinazione nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) che nel Kossovo durante la guerra dei Balcani.
I donatori internazionali hanno versato nel 2007 la cifra record di 1,4 miliardi di USD. Questi aiuti rappresentano una spia degli interessi geopolitici nella zona. È noto il sostegno statunitense allo stato israeliano, al quale versa 3 miliardi di dollari ogni anno in aiuti militari. L’Europa cerca di frapporsi a questo gioco politico mantenendo il ruolo di pricipale donatore per i TPO.
Questa la politica degli aiuti è però, una soluzione troppo costosa e perciò insostenibile a lungo e medio termine.

Come vengono utilizzati gli aiuti umanitari?

Negli anni ‘90 gli aiuti erano intesi a permettere la costruzione di una rete di infrastrutture economiche che potesse sostenere un futuro stato palestinese.
I paesi donatori speravano in tal modo di porre fine all’occupazione militare del ’67, incoraggiando la “two state solution”. Israele, da parte sua, non sembra però mai aver accettato tale soluzione; le autorità israeliane continuano la loro politica di occupazione impedendo in ogni modo lo sviluppo di una vitale economia palestinese.
Gli aiuti internazionali si sono così dimostrati inefficienti e lo saranno ancora fintanto che ci saranno rigide limitazioni per le importazioni di materiale di base e restrizioni alla libertà di movimento dei lavoratori. Perciò la logica degli aiuti, seguendo i principali sviluppi politici, ha oggi cambiato direzione, per dedicarsi ai bisogni più urgenti della popolazione. Gli aiuti una volta spesi per le infrastrutture, sono oggi atti a prevenire una vera e propria crisi umanitaria.

Qual è la posizione del governo israeliano verso tali aiuti?

La leadership israeliana non si è mai opposta, ha anzi permesso agli aiuti di fluire liberamente nel mercato palestinese, in modo da poter riscuoterne le tasse, dovendo ogni aiuto passare attraverso Israele, e non avendo le organizzazioni umanitarie altre possibilità di acquistare prodotti se non nel mercato israeliano. Questo avviene perchè tali organizzazioni trovano più conveniente acquistare prodotti in Israele non dovendo pagare ulteriori dazi di frontiera, come accadrebbe se i beni fossero importati dai paesi confinanti.
La politica del governo Israeliano è in aperta contraddizione con sé stessa: da una parte previene ogni tipo di sviluppo economico nei TPO, dall’altra permette il flusso di tali donazioni per paura di suscitare una crisi umanitaria che potrebbe minare la sua legittimità internazionale.

Come sono regolati i rapporti economici tra Israele e i TPO?

Dal ‘94 i rapporti tra le parti sono regolati dal Protocollo di Parigi che prevede un’unione doganale.
Durante le negoziazioni, che condussero alla formulazione del Protocollo, un gruppo di economisti palestinesi fece pressione per la firma di un accordo di libero commercio tra Isarele e i TPO. Un accordo di libero commercio presuppone che le parti firmatarie siano paesi sovrani, e che pertanto ognuna delle parti abbia la possibilità di regolamentare le sue relazioni economiche con i paesi esteri. Israele richiese un’unione doganale, che conferisce al ministero degli esteri israeliano un potere decisionale esclusivo su tutte le relazioni economiche estere dei TPO. Ii riluttanti negoziatori palestinesi accettarono, per ottenere in cambio la garanzia del libero movimento dei lavoratori. Dall’inizio della seconda intifada Israele ha però imposto una politica di chiusura verso la Cisgiordania, attraverso severe restrizioni nei movimenti, violando il suddetto accordo. Israele controlla così oggi l’economia palestinese attraverso una lista di paesi dai quali i palestinesi possono importare. Queste limitazioni rendono il mercato dei TPO sempre più dipendente da quello israeliano, facendo ammontare al 73% le importazioni che provengono da Israele. L’autonomia di organizzare la propria politica economica è fautrice della sovranità che i palestinesi non hanno mai avuto.
L’obiezione israeliana a un libero mercato concerne la possibilità che certi beni possano essere filtrati nel mercato israeliano attraverso il commercio palestinese con altri paesi, saltando così le barriere commerciali israeliane erette per proteggere il mercato da importazioni a basso costo.
Le tariffe doganali israeliane devono, secondo tale accordo, essere applicate anche alle importazioni palestinesi, identificate al confine israeliano, dove sono raccolte le tasse doganali e quindi trasferite all’Autorità Palestinese (AP).
Questo succede solo quando il governo israeliano ritiene i palestinesi meritevoli di questo servizio: i dazi vennero trattenuti durante la seconda intifada e lo sono tuttora, a partire dalla vittoria di Hamas nel gennaio 2006. Tali dazi ammontano attualmente a circa 60 milioni USD ogni mese, che rappresenterebbero, se versati, circa il 60% del budget dell’AP. Il problema fondamentale che rende l’accordo di libera circolazione dei beni impraticabile è la mancanza di confini internazionali tra Israele e i TPO. I confini sono un elemento di sovranità che non è garantito ai palestinesi.

Quali sono oggi i rapporti economici con i paesi arabi confinanti?

Alcuni paesi arabi e musulmani non hanno relazioni diplomatiche e commerciali con Israele, rifiutando l’occupazione dei TPO. Questi paesi potrebbero offrire ai palestinesi alcuni prodotti, come il petrolio, a particolari condizioni commerciali. Nelle liste A1, A2 e B del Protocollo di Parigi sono registrati alcuni beni in predeterminate quantità che possono essere importati nel mercato palestinese da paesi arabi-musulmani, in particolare Giordania ed Egitto, che firmarono accordi di pace con Israele.
La maggior parte di questi prodotti sono beni alimentari, che essendo tipici del mondo arabo, non vanno a sovrapporsi al modello di consumo nel mercato israeliano.
Altri materiali che è possibile importare in determinate quantità da paesi produttori arabi e musulmani sono: l’alluminio -usato nell’edilizia-, alcuni derivati del petrolio ed altri materiali edili; ma non sono inclusi veicoli a motore con più di tre anni di vita. Costruire infrastrutture fu infatti il progetto prioritario dell’AP negli anni ’90, per riparare alla mancanza di infrastrutture ereditata da anni di abbandono israeliano.La costruzione di case private è un importante investimento familiare nel contesto di crescita della popolazione palestinese. Dopo gli accordi di Oslo, che divisero il territorio in aree A, B, C, difficilmente viene data la possibilità ai palestinesi di costruire legalmente, quindi sovente i nuovi edifici vengono dichiarati illegali e demoliti da Israele.

Quali potrebbero essere le potenzialità economiche dei TPO?

I territori palestinesi sono poveri di risorse naturali, ma dotati di una preparata e intraprendente forza lavoro, tutti i piani di sviluppo dei TPO prevedono l’importazione di materiali grezzi o prodotti semilavorati e l’esportazione di prodotti finiti con grande valore aggiunto. L’unione doganale con Israele smentisce questo piano, nonostante le provvigioni che vengono menzionate nelle liste A1, A2 e B, che sono in ogni caso inadeguate. In confronto a questo, i supposti vantaggi che il commercio palestinese può trarre attraverso particolari agevolazioni con USA e UE, grazie ad alcune clausole del protocollo di Parigi, hanno poca importanza. USA e UE non sono fornitori di materiali grezzi a prezzi convenienti, ma di costosi servizi e prodotti agricoli.
Buona parte del mercato palestinese oggi è orientato verso lavori artigianali e di piccola industria. Questo è sicuramente un settore di punta della società palestinese, ma da solo non basta. I lavoratori palestinesi non potranno a medio e lungo termine competere con la produzione provieniente da mercati emergenti come quello cinese. Occore perciò che venga data la possibilità al mercato palestinese di diversificare la propria economia. Israele si è sempre rifiutato di investire in servizi di pubblica utilità, cosicchè oggi i TPO si trovano a essere completamente dipendenti da Israele per quanto riguarda ospedali, compagnie elettriche e idriche. Per quanto riguarda queste ultime ad esempio, esistono nei TPO compagnie palestinesi, che si occupano però solo di distribuzione, mentre la fornitura resta nelle mani delle compagnie israeliane.Gli aiuti internazionali dovrebbero pertanto dirigersi verso la promozione di attività quali servizi sociali, turismo ed educazione, che troverebbero buone possibilità di sviluppo.

Concludendo, quali sono gli interessi della politica israeliana legati all’economia palestinese?

Evidentemente i più ovvi sono l’espansionismo territoriale e il controllo della popolazione, entrambi incompatibili con una Palestina sovrana, quindi in rotta con ogni politica di sviluppo dell’economia che renderebbe i TPO indipendenti dagli aiuti umanitari. I donatori internazionali stanno pagando per mantenere sotto controllo una catastrofe umanitaria mentre Israele porta avanti i propri interessi. Tutti gli attori internazionali che cercano di portare una parvenza di normalità nel mercato palestinese sono costantemente snobbati.
I paesi donatori hanno cominciato a parlare di “effettività degli aiuti”, frustrati dal fatto che ogni loro sforzo di promuovere uno sviluppo nei TPO venga sabotato da Israele. Lo status quo e il relativo silenzio mediatico, permettono al governo israeliano di coprire gli occhi all’opinione pubblica internazionale.

Esistono delle cure a questo meccanismo distorsivo? Si sente di proporre delle raccomandazioni?

Un accordo di libero commercio non è la sola alternativa al protocollo di Parigi. Ogni accordo che pesi sugli interessi delle parti e dia uguale rappresentanza a entrambi i lati, compresa un’unione doganale gestita ed organizzata da un comitato di israeliani e palestinesi, è preferibile a un accordo che è stato imposto unilateralmente e che solo una parte è obbligata ad accettare.
Negoziazioni per un nuovo accordo economico, condotte assieme da israeliani e palestinesi e supervisionate da una parte terza, dovrebbero iniziare immediatamente.
Il futuro accordo commerciale dovrà essere in grado di permettere ai palestinesi la gestione del commercio in tutti i suoi frangenti senza alcun tipo di limitazione rispetto alla provenienza, tipo di bene o quantità. Inoltre, le tasse doganali dovrebbero essere raccolte da ufficiali doganali palestinesi senza passare attraverso Israele.
Frattanto, finchè non verrà firmato un nuovo accordo economico, il Protocollo di Parigi deve essere rispettato e Israele deve rendersene responsabile, permettendo il libero movimento dei lavoratori palestinesi in Israele e l’immediato trasferimento di tutti i fondi dovuti all’AP.
Importante sarebbe il riconoscimento della Palestina come membro del WTO. Non essendo così, ogni tipo di decisione israeliana si ripercuote violentemente sul mercato palestinese. Non può esserci reale sviluppo finché non si raggiungerà una pari ed equa rappresentanza in grado di garantire una concreta possibilità di decisione politica.
Ruolo fondamentale resta quello dei paesi donatori che dovrebbero mobilitarsi per obbligare Israele alle sue responsabilità come paese occupante, come sancito dalla IV Convenzione di Ginevra. Gli aiuti internazionali non possono sostituire gli obblighi del governo israeliano. Israele resta pertanto obbligato a compensare i danni causati alla società palestinese, anche se questi danni sono stati parzialmente riparati dagli aiuti della comunità internazionale, come è successo per il ponte di Gaza distrutto dai bombardamenti israeliani e successivamente ricostruito con fondi olandesi.
I donatori internazionali devono inoltre ottenere da Israele le condizioni per la riuscita dei loro progetti. La comunità internazionale dev’essere in grado d’imporsi e chiedere: “Dove vanno a finire gli aiuti umanitari?”.
Ognuna di queste considerazioni è importante, ma la condizione fondamentale per un economia palestinese capace di autosostenersi rimane nel contesto politico e nell’occupazione militare. Senza affrontare il problema politico che sta alla base delle relazioni di prevaricazione di una parte sull’altra, i problemi economici non potranno mai essere risolti.

 

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