Cb Apg23, 2007
Cb Apg23, 2007
Storia all’ombra del muro che separa Betlemme da Gerusalemme, i Territori Palestinesi da Israele, un popolo dall’altro. Un uomo per necessità assolda un gruppo di tassisti come babysitter e resta incantato davanti al tramonto, dimenticandosi i suoi doveri di padre*.

– Biddi aruah al Beit Sahour, lausamach. Kaddesh? (Mi scusi, vorrei andare a Beit Sahour, quanto costa?)

– Wen ‘al Beit Sahour? (Dove a Beit Sahour?)

– Al’ Suk Shab (nella piazza del mercato? Lett. Nel mercato della gente)

– Eshrin, twenty shekels (fa venti shekel = 4 euro)

– Shu? Yallah massalama… (Che, scherzi? Vabbé, arrivederci…)

– Stanna, stanna! Kaddesh biddik? (Aspetta, aspetta, quanto vuoi pagare?)

– Hamistash, bass. (Quindici shekel, non di più)

– Tayeb, ok. Yallah. (ok, andiamo)

Dopo la solita, estenuante contrattazione, trovo un taxi per tornare a casa, dal checkpoint di Gilo. Lui, il tassista, l’ho visto spesso. Nonostante io sia ormai un volto consueto, tenta sempre di fregarmi sul prezzo: ho nostalgia di quei posti dove un servizio o una merce hanno un prezzo, ed è lo stesso per tutti. Yousef mi chiede le solite cose: “Di dove sei? Dove abiti? Cosa fai?” È in vena di chiacchiere, questo cinquantenne barbuto, con un inglese debole, ma sempre migliore del mio arabo, mi racconta le ultime indiscrezioni di paese: “Domani arriverà Tony Blair nella chiesa della Natività. Hanno chiuso tutte le strade, nessuno può passare”. Io rispondo: “La sua visita avrebbe senso solo se facesse anche un giretto per Nablus o Hebron, invece di venire qua a stringere mani”. “Vuole portare la pace? – replica ironico Yousef – Ma noi non vogliamo la sua pace, vogliamo la nostra”. “In Shallah” (Come vuole Dio), dico io. 

Cb Apg23, 2007

Yousef mi ha preso in simpatia e decide di raccontarmi l’avventura vissuta quel giorno. Spero di saperla riferire in maniera altrettanto divertente.

Stavo oziando con gli altri tassisti, all’ombra del muro, in attesa di qualche cliente, quando lo vedo arrivare, correndo in senso di marcia contrario, rispetto alla fila del checkpoint. Teneva un bimbo per mano, quasi lo scaraventava per terra, tanto era furioso. Fossi in Italia, lasceresti mai tuo figlio piccolo, di cinque anni, ad un gruppo di tassisti rissosi, volgari e imprecatori come noi?
Ma l’uomo era disperato. Dopo sette anni, aveva finalmente ricevuto un permesso per andare a Gerusalemme. Ventiquattro ore di paradiso. Voleva portare anche il figlio per la prima volta nella sua città santa, e infine, doveva improrogabilmente recarsi al consolato americano per ottenere un visto che poteva rappresentare per lui e per la sua famiglia, libertà e sicurezza economica. Però i soldati israeliani erano stati inamovibili: il bimbo non ha il permesso e dunque non può passare. Il fatto che il padre non potesse lasciarlo solo e che dovesse andare a Gerusalemme, o la giusta argomentazione che solo un pazzo assassino metterebbe una bomba addosso al proprio figlio di cinque anni, non muovevano assolutamente a compassione i militari. I checkpoint sono la “terra dei no”, dove è proibito quasi tutto, anche solo il pensiero. Come quando John, un inglese, voleva portare il cane di un amico dal veterinario, e il soldato gli ha detto: “O passi senza il cane, oppure te lo uccido io e puoi passare”.
Per riportare il bimbo a casa ad Hebron non c’era tempo. Parenti a Betlemme da chiamare, nemmeno uno. La forza della disperazione o l’incoscienza del maschio quarantenne, suggerì a Rami la soluzione, in qualunque altro luogo del mondo impensabile, ma possibilissima all’interno della grande rete di solidarietà del popolo palestinese. “Tu stai qua, papà torna tra un paio d’ore. Fai il bravo”.
Dopo appena una mezz’ora, Wissam si trasformò in fontana, piangendo al ritmo di un litro di lacrime al minuto e avvilendo la comitiva di uomini presenti, impietosendo le donne di passaggio e creando non poco scompiglio.

Aveva perso troppo tempo Rami, preso dalla felicità di essere finalmente a Gerusalemme. Dopo il consolato, non aveva resistito a fare un giro per la città vecchia, visitare la moschea di Al Aqsa, ma soprattutto fare shopping pazzo: i prezzi erano un po’ alti, ma niente è come il knafe, il dolce di Gerusalemme. Stava tornando pieno di sacchetti di plastica con regali per i figli, la moglie, i genitori, gli zii, insomma per tutta la famiglia allargata. Con un sacchetto verde, uno giallo e uno nero, annodato per ogni dito, sembrava l’albero della cuccagna. Era già in ritardo, mentre scendeva dall’autobus 124 e stava per entrare nel terminal, ma qualcosa lo bloccò contro la sua volontà.

Quell’imbecille del padre non si faceva vivo da almeno quattro ore e la gioviale combriccola di tassisti si stava gradualmente trasformando in un gruppo di uomini nevrastenici che, per giunta, aveva terminato le sigarette e non facevano un soldo da tutto il giorno. Allora Mousa decise di fermare il taxi di Abu Ali prima che partisse alla volta di Hebron. – Abu Ali, devi farci un piacere”. Il piccolo Wissam, in apnea da circa tre ore, smise di strillare per un istante, tirò di naso due o tre volte e disse il nome della sua famiglia. Il vecchio Abu Ali la conosceva. Problema risolto con poco meno di 10 shekel (tutti fecero una colletta): consegna rapida dell’infante direttamente a casa. Guardando con soddisfazione il taxi allontanarsi alla volta di Hebron, partì la standing ovation di tutto il popolo che vive, sogna e cerca di sbarcare il lunario all’ombra del muro.

Rami era rimasto paralizzato da quello spettacolo. La meraviglia è molto simile alla paura: ti si gela il sangue, ti formicolano i piedi, la mandibola si scioglie e ti senti come se non fossi mai stato altro che un bambino imprigionato in un guscio di impegni e responsabilità che tutto d’un tratto si frantuma. Non riusciva a formulare nemmeno un pensiero coerente, solo il desiderio di essere lì e restarci. Come può essere bello uno spettacolo che in fondo è tremendo. La natura riesce a dare colore perfino all’obbrobrio di un muro di cemento armato pieno di torrette e filo spinato. La luce non ha bisogno di una carta d’identità per passare da una frontiera all’altra: pura bellezza senza un permesso regolare. Quanti tramonti si possono collezionare in una vita media? Quattordicimilaseicento, uno più uno meno. Ma quanti di questi restano marchiati a fuoco nell’anima? Due, tre, al massimo cinque. Ed il tramonto sul muro era uno di questi.
All’improvviso mi sentii prendere per il collo, era il padre di Wissam: “Dov’è mio figlio? Dove lo avete portato? Sono stato fuori solo due ore”, mentiva perfino a sé stesso, pur di non sentirsi in colpa. “Tuo figlio sta andando a casa adesso, sei stato fuori più di sei ore, era disperato. Eravamo disperati. Cosa ti è saltato in mente? Lo abbiamo spedito ad Hebron con Abu Ali”.

Rami corse via, conservando nel cuore ancora quel vago senso di bellezza e meraviglia provato poco fa, ma investito da una rabbia incontenibile. Prese il cellulare e chiamò casa: “Si, ciao cara. Dov’è Wissam? Sì, lo so, scusa – il leone si trasforma in pecora – lo so.. ma sai, ti ho fatto anche un regalo. No, non farò più tardi. Non lascerò mai più nostro figlio a degli estranei … nemmeno se devo andare a Gerusalemme. Ma sta bene? Sì, lo so, lo so. Mi dispiace”.

Con la coda tra le gambe, Rami salì sul primo sherut vuoto: “Vai a Baeb’s gak?”. Si lasciò alle spalle la giornata fantastica, il timore per il figlio, il muro ormai coperto dalle ombre dell’imbrunire e pensa: “Un giorno porterò anche Wissam a vedere il sole dall’altra parte del muro”. Infine, imprecò sottovoce perché nella furia si era dimenticato i dolci nella piazzola dei tassisti davanti al muro. Devo dire che erano proprio buoni.

Note:

*A parte i nomi, la telefonata alla moglie e la curiosità di Rami per il tramonto, questa storia è realmente accaduta.

Cb Apg23, 2007
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