Roii racconta l’infanzia nel kibbutz, la scelta del servizio civile e i tre anni di militare, l’ideale del sionismo per i suoi genitori e per i giovani. Poi un grande viaggio.

Presentati

Mi chiamo Roii Assin, ho 23 anni e sono nato in questo kibbutz. All’età di 6 anni mi sono trasferito a Milano per 3 anni con la mia famiglia, poi sono tornato e da allora abito qui.

Cosa ti ricordi della tua infanzia e adolescenza qui?

Quando ero bambino dormivo insieme a tutti gli altri bambini in una casa comune, in cui gli adulti si alternavano per accudirci. Per un bambino crescere nel kuibbutz è una cosa perfetta: è un posto bello, hai dove La casa dei giovani nel kibbutz di Sasa, Israele. Settembre 2007, foto di Laura Lanni.
La casa dei giovani nel kibbutz di Sasa, Israele. Settembre 2007, foto di Laura Lanni.
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giocare, tutti si prendono cura di te, sei a contatto con la natura, hai molti amici. L’adolescenza è più problematica, perchè quando sei adolescente vuoi uscire, andare a vedere film, negozi. Bisogna rompere le palle alla mamma che ti porti, e lei non sempre ha la forza. Ricordo che quando avevo 16 anni volevamo trovare qualcosa di diverso da fare ma non sapevamo cosa. Passavamo la notte a gironzolare, facendo cavolate, entravamo nella mensa e scambiavamo il pepe con il sale, cose così.

Hai frequentato le scuole qui?

Sì, anche se è un kibbutz molto piccolo a Sasa ci sono le scuole, dalle elementari al liceo. Io ho studiato tre anni di letteratura, teatro e cinema, una specie di liceo artistico. Una scuola buona, adesso è calata un po’ di livello perchè è frequentata anche da gente dei villaggi qua attorno, la scuola è diventata più grande e quando diventa più grande il livello cala.

Hai avuto possibilità di seguire dei corsi oltre alla scuola?

Sì, il kibbutz offre molte possibilità, per chi vuole ci sono corsi da seguire, ma niente che mi interessasse, non facevo un gran che quando ero ragazzo, giocavo un po’ a basket, guardavo la tv…

E quando hai compiuto 18 anni?

Ho scelto di fare l’anno di servizio sociale. È diventato un po’ una moda in questo kibbutz. La metà dei ragazzi della mia classe l’ha fatto, eravamo 12, sia ragazzi che ragazze. Anche i ragazzi dopo di noi hanno continuato questa bella abitudine, anche se non sempre per le ragioni giuste, magari solo per seguire gli amici. Credo che entrare nell’esercito a 18 anni dopo il liceo quando non hai nessuna esperienza nella vita, non vada bene. Invece se hai l’esperienza del servizio sociale sei più grande di un anno e hai conosciuto gente che non avresti conosciuto in altre situazioni, persone che non se la cavano bene come te, sei stato in situazioni difficili in cui devi essere forte e sei più preparato.

Dove hai fatto servizio sociale?

Non lontano da qui, in un kibbutz vicini. Vivevamo in una comune, eravamo circa 40 ragazzi, studiavamo di giorno e dopo gli studi 3 volte a settimana andavamo ad Akko, una città al confine della Galilea, sul mare, vicino a Haifa, che ha una vastissima comunità araba, molto povera purtroppo. Lavoravamo con bambini e ragazzi che in ebraico chiamiamo “i ragazzi della chiave”, perchè hanno una chiave attaccata al collo. Tutto il giorno stanno fuori di casa perchè i genitori non si occupano di loro, e passano molto tempo in strada. Noi eravamo in un quartiere degradato, il peggiore, abbiamo ricevuto dei fondi e abbiamo creato un centro per loro, così che avessero qualcosa da fare nel doposcuola.

Ti sei sentito utile durante quell’anno?

Sì, mi sono sentito utile anche se ho percepito la grandezza di questo problema e dei problemi che abbiamo nello stato di Israele e ho capito che un anno non basta e forse nemmeno una vita. Ho sempre vissuto nel kibbutz, vedevo il tg ogni tanto, ma vedere con i tuoi occhi è un’altra cosa.

Dopo questa esperienza sei subito partito per il militare?

Prima ho lavorato per due mesi nel kibbutz, e anche questo ti abitua ad avere responsabilità. Poi sono andato al militare. Purtroppo non mi sono trovato un bel posto nell’esercito. Ma anche questa è stata un’esperienza importante. Io facevo il meccanico, e ero con ragazzi che avevano studiato generalmente per fare i meccanici, quindi venivano da una scuola professionale, diversa dal liceo che avevo fatto io. Molti erano russi, trasferiti dall’ex URSS e che hanno molti problemi a inserirsi nella società israeliana, perchè vogliono continuare a parlare in russo, continuare con la loro cultura russa e non vogliono omologarsi alla nostra società. Io stavo con loro e avevo anche molti compagni drusi, e molti ragazzi che non sono dei kibbutzim ma di città, anche di città povere. Questa è la grandezza del militare, che tu puoi essere ricco, avere una villa, venire dalla zona a nord di Tel A Viv, una delle più ricche di Israele, e stare con uno del kibbutz, che ha una vita più semplice a contatto con la nautra, e uno di Akko che a casa forse non ha niente da mangiare, eppure tutti e tre fanno lo stesso servizio e lo fanno tutti nello stesso modo, non importa da dove vieni, al militare ci mettono un’uniforme e siamo tutti uguali.

Non sei mai stato ai checkpioint o nei territori occupati?

Ci sono stato un paio di volte, una volta ad un checkpoint. Lì all’inizio cerchi di essere comprensivo con tutta quella gente in fila che deve andare a lavorare, ma dopo un po’ di tempo diventi un robot… Un’altra mi hanno mandato a garantire la sicurezza dei Palestinesi che stavano facendo la raccolta delle olive, da dei coloni, che non sono sempre “simpatici” con loro, e io dovevo stare là e essere sicuro che non accadesse niente. Strano che un Israeliano debba difendere i Palestinesi da altri israeliani…

Ci sono in Israele persone che non vogliono fare il militare?

Sì, purtoppo oggi giorno è diventata una moda, dicono che circa il 25% dei ragazzi che dovrebbero andare non vanno, io li manderei a fanculo, questa cosa mi fa arrabbiare molto. Prima cosa se questo è un servizio è un tuo dovere, se lo Stato ha deciso che è un tuo dovere devi farlo, è come pagare le tasse. Israele non ha mai conosciuto momenti di pace, noi stiamo sempre, come si dice in ebraico, con il coltello sul collo, purtroppo viviamo sempre con la spada in mano, e finchè non arriva questa maledetta pace, che mi hanno promesso da quando avevo 6 anni, noi dobbiamo difenderci, non importa cosa uno pensi politicamente. Conosco tante persone che anche se politicamente non sono d’accordo con quello che fa l’esercito, o lo Stato, capiscono che questa cosa è più grande di loro e che bisogna adempiere a questo dovere, che è un dovere civile di tutti, e se tutti siamo uguali tutti dobbiamo fare il militare. Se fai dei problemi, l’esercito non ha i soldi e le risorse per un testa a testa con ogni testa di cazzo che non vuole andare a fare il militare. Se fai problemi loro, all’inizio, cercano di prenderti, poi ti lasciano stare. Negli anni 70/80 chi non faceva il militare era escluso, nessuno gli parlava, invece al giorno d’oggi non succede quasi niente. Adesso in Israele questa questione è tornata all’attenzione dei media e le persone ne parlano, e io ne sono contento. Il nostro servizio militare è il militare del popolo, non è come in altri paesi che se tu ci vuoi ci vai; qui tutti devono andarci, dai poveri ai ricchi, quelli venuti dal Marocco e quelli venuti dalla Polonia, quelli dei kibbutzim e delle città, siamo tutti uguali, ci mettiamo questa cazzo di uniforme e andiamo a fare il militare.

Chi è che ti prometteva la pace quando avevi 6 anni?

Mia madre quando ero piccolo e vedevamo il notiziario e c’era la guerra in Libano, mi diceva “Non ti preoccupare quando avrai 18 anni ci sarà la pace e non la guerra, e non dovrai fare il militare.” Quando avevo 9/10 anni in Israele c’era una grande aspettativa di pace, con Rabin e le trattative di Oslo, tutti pensavano che fosse finita. Invece due anni dopo niente, tutto è tornato come prima anche peggio, e adesso, come persona più matura di un bambino di 9 anni, capisco che questa speranza è morta, che non sarà così facile e neanche possible. Perchè se è da 50 anni che cerchiamo di vivere in pace con i nostri vicini e non ce la facciamo, non vedo nessun motivo per cui farcela adesso, deve passare molto più tempo perchè arrivi la pace. Quindi quando io avrò un bambino, non gli dirò cose che non penso. Io spererò ogni giorno che lui non debba andare a combattere, ma gli diro’ “Questo è quello che sarà e tu dovrai farlo”.

E dopo i tre anni di militare?

Ho viaggiato, sono tornado lunedì. Ma prima ho lavorato nel mio kibbutz, che è ancora un vero kibbutz, in cui ancora la vita comunitaria si basa sul fatto che ognuno fa quello che può fare e riceve per quello di cui ha bisogno. Prima di andare a studiare devi rimanere per un anno nel kibbutz e ricevere un rimborso spese che basta solo per vivere, ricevi qualcosa come 400 euro che sono sufficienti perchè hai il vitto e l’alloggio, non paghi telefono ed elettricità. Io lavoravo in cucina con persone della comunità araba, musulmani e cristiani. Non è stato facile, sveglia alle 5 e mezzo, alle 6 ero lì, è un lavoro duro, fino alle 4 del pomeriggio, a cucinare per 500 persone, ma mi è piaciuto molto.
Poi ho fatto questo viaggio, come la maggior parte dei ragazzi in Israele. In Israele il 70-80 % dei ragazzi fa un lungo viaggio di almeno 6 mesi, anche di un anno all’estero. Dopo 3 anni difficili di militare, in cui ti hanno comandato, dove devi sempre metterti questa cazzo di uniforme e ci sono persone che decidono per te cosa fai, dove vai, quando dormi, quando mangi, hai bisogno di un tempo di libertà in cui poter scegliere cosa vuoi fare. Io ho scelto l’America Latina perchè mi andava, mio fratello ad esempio è stato in Asia per un anno. Di solito si va o in Asia o in America Latina o in Australia. Non avevo tanti soldi perchè essendo un ragazzo di kibbutz non ho mai avuto occasione di risparmiare, quindi sono andato a lavorare. Fortunatamente noi Israeliani ce la sappiamo fare con gli affari. Io sono andato in Inghilterra presso un’azienda di israeliani che, sotto Natale, vende prodotti che per me fanno abbastanza schifo ad un costo secondo me allucinante; pero’ si vendono molto e io dico grazie e ciao! Ho fatto un po’ di tutto, alla fine sono riuscito a trovare un lavoro adeguato per me come venditore di giocattoli, ho lavorato un po’ e ho messo da parte i soldi per poter organizzare queto viaggio. Sono stato via 6 mesi, sono tornato qua e ora sono un po’ indeciso su cosa fare. Dovrei cominciare a studiare, ma adesso è tardi per iscriversi e credo che partitò per un altro viaggio.

Rispetto alla mentalità e al modo di pensare che differenze ci sono secondo te tra i ragazzi della tua generazione e la generazione dei tuoi genitori?

Non so se posso prendere i miei genitori come esempio, perchè loro non sono nati in Israele, sono italiani e hanno traslocato qui a 18 anni perchè avevano un forte idealismo sionista e pensavano, secondo me giustamente, che un ebreo non può vivere fuori di Israele. Purtroppo la nostra generazione è molto più cinica, non c’è più il romanticismo di una volta, non ci sono più gli stessi ideali. Una volta chi cresceva nel kibbutz sapeva cosa è il socialismo, conosceva Marx e Lenin. Il primo maggio qui nel kibbutz era festa grande, si facevano camminate con le bandiere, in generale si lavorava duro e si viveva da spartani. Invece quando io sono cresciuto mi hanno molto coccolato, nessuno mi ha parlato di cosa vuol dire vivere nel kibbutz, e bisognerebbe riparare, riportare questo idealismo, non in modo così radicale, però spiegando ai bambini perché loro sono diversi, cosa significa vivere in un kibbutz e in cosa si differenzia dalle altre comunità. Quelli che oggi vivono nel kibbutz non lo fanno per scelta, sono solo figli di figli, e vivono qui perchè conoscono solo questo, non è come negli anni 50 o 60 in cui le persone pensavano che vivere qui fosse la cosa migliore della loro vita e lavoravano sodo perchè tutto andasse bene.

Senti molto forte l’ideale del sionismo?

Io lo sento forte, però vedo che i miei genitori e le generazioni prima della loro mettevano al primo posto lo Stato, facevano in modo che lo stato potesse continuare a vivere, poi si prendevano cura di se stessi, Questo per noi è cambiato, noi pensiamo prima a noi stessi, purtroppo. Non credo che dei diciottenni possano sempre vivere con questo ideale, che debbano sempre aver paura, dopo un po’ uno si alza e dice: io voglio essere al primo posto, non lo Stato, e questo è quello che sta succedendo oggi.

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