Caschi Bianchi Venezuela

Camminando per il barrio

L’allegra accoglienza dei bambini e l’affetto degli adulti, ma anche la difficoltà di portare fiducia a chi non l’ha più, di stabilire rapporti solidi e di portare un aiuto concreto e tempestivo: l’esperienza, le soddisfazioni e i dubbi di un casco bianco.

Scritto da Ombretta d’Aura, Casco Bianco a Merida

Quando ho deciso di fare il Casco Bianco, sul modulo di adesione avevo scritto Kenya, Venezuela era la seconda scelta. Ogni tanto quando entro nel barrio mi ritrovo a pensare a quanto sarebbe stato diverso trovarmi in una baraccopoli africana con pelle e terra di altri colori, tante volte sognata leggendo i libri di Alex Zanotelli.
Poi un’improvvisa ondata di reggaeton mi riporta alla realtà: Mèrida, Venezuela, dove mi trovo da dicembre. Qualcuno bruscamente mi salta sulle spalle.
“Profe! Mañana hay tarea dirigida?”
“Claro que si, como siempre!”
È bello camminare per il barrio ed essere accolti dalle note vocine dei bambini del centro diurno gestito dalla Comunità, che da tutti gli angoli gridano un “Hola profe!”. Mi fa sentire un po’ più accettata e soprattutto mi distrae dalla sensazione di impotenza che altrimenti mi perseguita sempre.

La prima volta che sono entrata nel barrio, con il mio bagaglio di immagini cinematografiche e letterarie, sono rimasta perplessa. Mi aspettavo un posto quasi infernale, dove il degrado, la tensione, la paura avrebbero reso l’aria pesante da respirare.
Il Pedregal e il Justo Briceño, però, confondono i nuovi arrivati con i loro muri di cemento colorato, i pappagalli starnazzanti, qualche moto o auto nuova, la musica (sempre, instancabilmente reggaeton), l’allegria dei bambini. Più ci si inoltra tra le case e si scende verso il fiume Chama, più l’impressione di serenità scompare: si fanno più frequenti le lamiere, la spazzatura in ogni dove, le reti rotte, il sentiero diventa sterrato e si inoltra tra massi e invasive piante tropicali. In particolare sono i volti degli adulti, le loro espressioni rassegnate a contrastare con la prima impressione. Il dramma del barrio, infatti, non è tanto la povertà materiale, quanto ciò che quotidianamente si ha modo di vedere ed ascoltare frequentandolo.Con il barrio ho a che a fare tutto il giorno in vari modi: attraverso i bambini che mattina e pomeriggio frequentano il centro diurno gestito dalla Comunità, attraverso i momenti settimanali di preghiera nelle case e con le visite ad anziani e famiglie. Questo contatto permette di scoprire le piccole o grandi tragedie nascoste dietro ogni porta più o meno resistente del barrio, altrimenti inaccessibili. Storie di violenza, di indifferenza, di rassegnazione. Storie che a volte si indovinano da ciò che ingenuamente i bambini ti raccontano con il corpo e i loro comportamenti senza rendersene conto o senza volerlo:

“Come mai hai quel livido?”
“Mio padre mi ha… cioè sono caduta, profe!”.
Quante sere passate con Mayra, con cui condivido la casa, le giornate e tante riflessioni, a sviscerare situazioni familiari surreali, a pensare e ripensare possibili modi in cui aiutare senza essere invasivi o mettere a disagio qualcuno. La maggior parte delle volte, purtroppo, dobbiamo sforzarci di prendere sonno senza aver raggiunto nessuna conclusione, anzi con la consapevolezza che non potremo fare niente di concreto per quelle persone, per lo meno a breve termine. La difficoltà di stabilire dei rapporti solidi è un ulteriore ostacolo alla possibilità di aiuto: l’essere stranieri, il continuo turnarsi dei volontari, l’amara rassegnazione di molti degli adulti rende complicato ottenere la fiducia necessaria per poter intervenire in molte situazioni. A volte, quando il giovedì sera andiamo al barrio per la preghiera nelle case (non sono religiosa, ma questo è un modo attraverso cui si raggiunge davvero un po’ di intimità con le persone), mi sento sarcasticamente dire da qualche mamma poco più che adolescente, seduta a prendere il fresco sul marciapiede: “Ah, finalmente arrivano gli italiani che vengono a redimere il barrio!”.

Ci rendiamo conto che il lavoro del centro diurno è fondamentale nell’ambito del barrio, dove i bimbi sono forse i più trascurati, ma anche gli unici che davvero hanno la possibilità di cambiare il loro destino con l’educazione: “Certo – ci si sente dire dai genitori –i miei figli prima di tutto”. Poi, però, sono i primi a disinteressarsi se i bambini vanno a scuola o stanno per strada tutto il giorno, se fanno i compiti, se mangiano regolarmente, se sono malati o vedono cose a cui nessuno, nemmeno un adulto, dovrebbe assistere. I bambini frequentano il centro diurno molto irregolarmente, e questo è per me motivo di ulteriore scoramento. Nonostante ciò, i piccoli successi ci sono sempre: i loro sorrisi, i progressi scolastici, un “per favore” o un “grazie” finalmente detto spontaneamente, la possibilità di aiutare a risolvere i loro piccoli problemi di salute trascurati.

Il centro diurno, le visite, i piccoli sostegni morali ed economici, però, non bastano a scacciare la sensazione di impotenza che sento: impotenza nei rapporti, impotenza per l’impossibilità di poter aiutare tutte quelle persone che ne avrebbero bisogno, impotenza nel non riuscire a capire fino in fondo questa gente. Qui, potenzialmente, ci sarebbe moltissimo da fare, si potrebbe cercare una casa più vicina al barrio o, ancora meglio, nel barrio, un po’ più grande o per lo meno più accessibile di quella in cui ora viviamo, dove poter offrire più servizi alla gente, dove le persone possano venire a prendere anche solo un caffè, dove i bambini possano arrivare in ogni momento e farti ridere con i loro atteggiamenti copiati dagli adulti.

Nelle tiepide e lente noches Mèrideñas troppo spesso mi lascio rattristare da questa sensazione di inadeguatezza di fronte al bisogno. Probabilmente ovunque avrei avuto la stessa sensazione, ma immaginare che da qualche altra parte forse avrei trovato più facilmente un canale di comunicazione è solo un modo di evadere per superare lo scoramento che a volte mi prende. Poi però mi tornano in mente le parole di Giorgio, il responsabile della zona Venezuela, con cui ho condiviso questi miei pensieri: “Appena arrivato, forse stavo peggio di te, ma poi ho capito che bisogna abbandonare l’idea di poter cambiare il mondo. Solo la scelta di mettere la tua vita completamente al servizio di una persona, o di un progetto, ti toglierà il senso di impotenza che ora provi.”. Forse è proprio questo a fare più male: vedere tante persone arrivare e ripartire senza avere il coraggio di scegliere di rimanere in Venezuela, nonostante le evidenti necessità e le tante idee che emergono per il barrio, e la consapevolezza che per ora nemmeno io avrò la forza di farlo.

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