Brasile Caschi Bianchi

Denunce al carcere brasiliano, gli sviluppi.

In seguito all’azione di denuncia sulle torture avvenute nell’Istituto Penitenziario Silvio Porto nel dicembre 2005, viene stabilito un piano per il controllo della tortura in Brasile. Il resoconto dell’udienza pubblica per la firma del piano.

Scritto da Erica Scalfi, Casco Bianchi a João Pessoa

Dopo la denuncia raccolta da parte della Pastorale Carceraria sui pestaggi e le torture avvenute nell’Istituto penitenziario Silvio Porto di João Pessoa, Paraiba (Brasile) e la successiva visita a sorpresa all’interno del carcere del Conselho Estadual dos Direitos Humanos, viene stesa una relazione basata sulle testimonianze raccolte, accompagnate da fotografie delle ferite riportate da alcuni detenuti in seguito alle violenze subite. La relazione viene ripresa poi nella notiçia-crime (relazione periodica redatta dal CEDDHC, Consiglio di Difesa dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino) ed inviata agli organi a cui compete la gestione del sistema penitenziario della Paraiba.

Il giorno 13 febbraio 2006, a João Pessoa è in corso un’udienza pubblica per la firma del primo Piano di Azione Integrata per la Prevenzione e il Controllo della Tortura in Brasile. E’ presente anche Paulo Vanucchi,  ministro per i Diritti Umani. Il Governatore, dopo aver ricordato che la tortura è praticata quasi sempre all’interno di strutture pubbliche, specialmente nelle carceri, sottolinea l’importanza del lavoro svolto dalla societá civile e ricorda in particolar modo il lavoro svolto dalla Pastorale Carceraria e dal Conselho Estadual dos Direitos Humanos. Al termine dell’incontro il Presidente della Pastorale, don João Bosco do Nascimento, con altri membri, consegna direttamente nelle mani del Governatore la relazione di denuncia con le fotografie allegate.
Il giorno seguente, 14 febbraio, si svolge nella sede OAB-PB (Ordine degli Avvocati del Brasile, Paraiba), l’Audência Publica de Lançamento do Plano de Açoes Integradas para Prevenção e Controle da Tortura no Brasil, incontro che mira a lanciare un piano-guida, da estendere poi ad altri stati brasiliani, con l’idea di istituire un gruppo che operi contro la tortura. Al tavolo sono presenti un rappresentante del Governatore, la Giudice das Esecuçoes Penais, Dott.ssa Maria das Neves do Egito, il rappresentante del Ministero Pubblico Federale, nonché professore universitario della facoltá di diritto, procuratore Luciano Mariz Maia, il segretario della Aministraçao Penitenziaria, Pedro Adelson, il presidente del Conselho Estadual dos Direitos Humanos, un rappresentante dell’OAB-PB, un rappresentante dell’ONU, coordinatore del PNUD, programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, Guilherme Almeida. 
Prende la parola il Professor Luciano Mariz Maia, Procuratore Regionale della Repubblica e Procuratore Federale dell’Unione Diritti Umani e Cittadinanza, già a conoscenza di ciò che è avvenuto all’interno del Silvio Porto e dell’azione di denuncia in atto. La sua esposizione si riferisce alla tortura in generale, ma supporta ciò che viene sostenuto nella relazione redatta dal Conselho Estadual dos Direitos Humanos in collaborazione con la Pastorale Carceraria e nella notiçia-crime.
Durante la sua esposizione ricorda come in Brasile oggi la tortura non sia un gesto isolato di sadismo, ma una pratica strumentale, che stabilisce relazioni di potere, spesso incentivata da promozioni date a chi ha estorto confessioni o denunce, permessa dall’assenza di vigilanza proveniente dall’esterno. La maggior parte delle torture, sostiene, sono concepite come tecniche necessarie per ottenere confessioni, o viste come castighi: è comune infatti l’idea che la vittima meriti di soffrire in quanto colpevole di aver violato la legge. Anche per questo, ogni tre casi di tortura registrati, due sono stati perpetrati da agenti pubblici, e per uno su sei il responsabile è un agente penitenziario. Il relatore passa poi ad analizzare il problema dell’interpretazione data al termine “tortura”. A volte pratiche violente di pestaggi non vengono, a torto, considerate come torture; persiste il sentimento che la tortura sia una cosa legata al passato, che essendo bandita dalla Costituzione, non esista piú; spesso viene considerata solo un’aggravante e non un crimine. Inoltre ssono rari i casi in cui a una denuncia corrispondano indagini adeguate: le vittime sono interrogate dopo che è trascorso molto tempo e non viene garantita loro la presenza di un avvocato. La vittima ha inoltre l’onere di provare che la tortura è effettivamente avvenuta, in quanto la polizia, spesso direttamente coinvolta, non apre le dovute indagini.
A citare la denuncia di tortura avvenuta nell’Istituto Penitenziario Silvio Porto nel gennaio ’06 è il Professore della facoltá di diritto di João Pessoa Presidente da CDH – UFPB (Consiglio Statale dei Diritti Umani dell’Universitá della Paraíba), Gustavo Barbosa de Mesquita Batista, che rende noto che la relazione é stata spedita agli enti rappresentati al tavolo. La documentazione raccolta prova che nello stato della Paraiba continuano ad avvenire torture. Suggerisce che questa documentazione sia la base iniziale della piattaforma di lavoro che si andrá costituendo nel corso dell’incontro, per combattere la tortura. Sottolinea inoltre la necessitá che le visite per verificare la situazione nelle carceri avvengano a sorpresa, che vengano effettuate repentinamente, senza limitazioni di tempo, senza l’attesa di permessi e che non sia negato l’accesso a nessun locale della struttura. Questo assunto viene ripreso dall’avvocato Noaldo Belo Meirelles, Presidente del Conselho Estadual dos Direitos Humanos, che ricorda i problemi incontrati dalla delegazione che il 10 gennaio è entrata nel carcere Silvio Porto per una visita a sorpresa. Risponde la Giudice das Esecuçoes Penais, Dott.ssa Maria das Neves do Egito, affermando che le visite a sorpresa sono rese impossibili dalle misure di sicurezza che si devono prendere nel caso di entrata di terzi. Afferma infatti che si debbano chiamare tiratori scelti e aumentare gli agenti, lamenta che siano in numero insufficiente rispetto alla popolazione carceraria paraibana.
Tra gli ultimi a chiedere la parola è don João Bosco do Nascimento, Presidente della Pastorale Carceraria, che ricorda come piú di cento persone nella Paraiba siano impegnate nelle carceri per lavorare per il rispetto della dignità umana. Afferma che il negato accesso a questi volontari è fonte di sospetto di probabili violenze avvenute all’interno del carcere, che si suppone vogliono essere tenute nascoste. Aggiunge che non puó essere considerata sicurezza la presenza di un agente alle spalle che impedisce la conversazione tra i membri della commissione per i diritti umani e i singoli detenuti.
All’incontro sono anche presenti un membro di Amnesty International e una rappresentante del Dipartimento Penitenziario Nazionale, che prendono l’impegno di approfondire ció che é avvenuto nell’Istituto Penitenziario citato.
La denuncia raccolta dal Conselho Estadual dos Direitos Humanos passa anche attraverso la stampa. Il giorno 22 febbraio 2006 appare sulla prima pagina del quotidiano Correio da Paraiba la denuncia con le fotografie delle ferite riportate dai detenuti. Il giorno seguente la notizia che il deputato Rodrigo Soares, presente durante la visita a sorpresa nel Silvio Porto, chiamerà alcuni detenuti coinvolti a testimoniare davanti all’Assemblea dello Stato della Paraiba.
Con la divulgazione della denuncia raccolta dal Conselho Estadual dos Direitos Humanos, grazie al coinvolgimento di vari rappresentanti della societá civile e la messa a conoscenza di ciò che è avvenuto di vari attori politici o funzionari statali, la pressione si fa più forte. La denuncia e il dibattito su come estirpare e prevenire la tortura non terminano qui. La presenza di osservatori esterni deve rafforzarsi, deve imporsi con convinzione all’interno delle carceri, deve richiedere che chi lavora negli istituti di pena abbia ricevuto una formazione adeguata; ma è altrettanto importante che un lavoro venga proposto all’esterno per coscientizzare i cittadini e per promuovere un cambio di mentalità che investa i diversi strati della società.

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