Caschi Bianchi Venezuela

Da Santiago a Caracas

Luís, Natividad, Melvin e altri volti, voci, storie. Frammenti di viaggio, nel tragitto verso il Forum Sociale Mondiale.

Scritto da Matteo De Bellis (Casco Bianco a Santiago del Cile)

E’ cominciato a Caracas il Sesto Social Forum Mondiale. O almeno un terzo del Forum, od un terzo del mondiale. Nel Mali il Forum si sta concludendo. In Pakistan, invece, é stato posticipato a marzo. I problemi organizzativi causati dal recente terremoto, e forse la scarsa volontà politica del governo ospite, fanno mettere in dubbio la sua effettiva realizzazione. Ma a Caracas tutto ok..
Arrivare da Santiago del Cile é già un’avventura. Nella notte il nostro sparuto gruppo di caschi bianchi é ospite dell’aeroporto di Lima, dopodiché l’attesa del volo ci regala l’opportunità di spendere qualche ora nella capitale del Perú. Certo é un po’ superficiale esprimere giudizi su una città di 9 milioni di abitanti dopo solo 3 ore in giro per il centro. Ma la vista delle baraccopoli arrampicate sulla montagna sembra quanto di più interessante ci possa offrire, e ci sarebbe da riflettere a lungo. Ricorderò questa sosta, più che altro, per la lunga conversazione con il tassista Luís. Luís é “buena onda”, simpatico, intelligente. Gli chiedo di Ollanta Humala, che potrebbe essere il nuovo presidente, dopo le elezioni del prossimo marzo. Mi dice che non gli piace, che é troppo estremista, che come ufficiale dell’esercito ha cercato di forzare la mano al governo attraverso una sollevazione militare. Luís é pacato, sembra approvare soluzioni moderate. “C’é una donna candidata, si chiama Lourdes Flores, anche lei ha qualche chance di vincere”. “Ti piacerebbe?”, gli chiedo. Lui si sistema la cravatta scura, stretta sulla camicia bianca d’ordinanza. “Io preferirei che tornasse Fujimori”, risponde. Mi viene in mente una pagina di Ariel Dorfmann, che racconta di una donna cilena ostinata, nonostante la sua intelligenza e la sua sensibilità, a votare per Pinochet, nel plebiscito del 1989. “Ma i diritti umani, gli omicidi, le torture?”, mi avventuro senza titubanze. “In guerra alcune volte é necessario adottare misure estreme. I ribelli facevano camminare i bambini davanti a loro, nei campi minati. Anche loro usavano metodi criminali. E la situazione della sicurezza era tanto grave che non venivano stranieri. Niente turisti, niente investimenti. Fujimori ha sradicato il problema del terrorismo, ci ha fatto arrivare prodotti moderni, come le auto e tante altre cose. Ora si vive meglio. La colpa degli eccidi é stata soprattutto di Vladimiro Montesinos, che già aveva dimostrato in passato di essere un criminale, e che merita di stare in carcere. Fujimori sbagliò ad affidargli il comando dei servizi segreti ed a proteggerlo. Probabilmente Montesinos era in possesso di prove di fatti che avrebbero compromesso Fujimori. E comunque la gente la pensa come me, Fujimori dovrebbe ritornare a governarci”.
Luís ci riporta all’aeroporto, e pur conservando molti dubbi non smetto di apprezzare la sua educazione e la sua dialettica.

Ci rimettiamo in viaggio, a bordo di un aereo che viene da Buenos Aires e che ci porterà a Caracas. Mi siedo accanto ad una signora di mezz’età, che di primo impatto non cattura la mia attenzione. Poi si comincia a conversare, al rendersi conto che quasi tutti, nella nostra fila, parteciperanno al Forum. C’é una studentessa statunitense che viaggia per l’America Latina e non vuole mancare all’appuntamento. C’é un boliviano emigrato in Argentina, chiamato a fare il traduttore dall’Aymara, tutto felice per la vittoria di Evo Morales alle elezioni della settimana passata. C’é un cileno di Valparaiso, ed un altro statunitense, che da 8 anni in Argentina si occupa di microcredito. E poi c’é la signora accanto a me, che inizia a raccontarsi, costringendomi a prendere appunti su un giornale peruviano.
Natividad é peruviana, ma da 12 anni é costretta a vivere in Argentina. Su di lei pende una condanna per terrorismo, inflitta durante la dittatura di Fujimori. Potrei sbagliarmi, certo, ma Natividad non ha proprio l’aria della terrorista. Secondo quanto mi racconta, fu costretta dai terroristi a pagare il pizzo, come succedeva a molti altri. Ma non lo faceva per sua volontà, e nemmeno aveva in simpatia Sendero Luminoso o gli altri gruppi ribelli. Fu arrestata, ed in attesa del processo scappò dal Paese. Da 12 anni non vede i suoi fratelli. Oggi, per la prima volta da allora, vede Lima. Dal finestrino di un aereo. I suoi fratelli sono venuti all’aeroporto, affrontando un lungo viaggio in auto, per vederla. Ma lei non ha voluto scendere dall’aereo, terrorizzata dall’idea di poter essere arrestata.
“In Argentina faccio vari lavori, per mantenere i miei 4 figli, però ciò che conta davvero é la lotta. Appartengo ad un’associazione di donne rifugiate ed emigranti e sono coordinatrice della sezione argentina. Il nostro obiettivo é di garantire i diritti di rifugiati e migranti. Due realtà che potrebbero sembrare molto diverse, ma che vengono considerate alla stessa stregua da molte legislazioni nazionali. Io posso considerarmi rifugiata perché così é stato affermato dall’UNHCR. Ma in Argentina non c’é una legge per i rifugiati. E comunque é necessario lottare per tutti, perché chi emigra, per qualunque ragione lo faccia, subisce necessariamente un trauma. Il giorno in cui te ne vai devi dimenticarti dei tuoi sogni. Niente più studi, niente più crescita professionale. Devi pensare solo a lavorare più che puoi, per mantenerti e per mandare qualcosa a casa. Le rimesse degli emigrati stanno diventando elementi fondamentali per varie economie. In Paesi come Messico e Perù occupano addirittura il primo posto tra le voci che costituiscono il PIL. Ma gli Stati non si curano dei destini dei migranti, che restano ospiti sgraditi e figli dimenticati. Noi vogliamo mettere il problema dei rifugiati e dei migranti al centro dell’attenzione. E vogliamo dare a loro la parola. Due anni fa a Porto Alegre ci si occupò di migrazioni, ma a farlo furono soprattutto professori e ricercatori. E’ chi ha subito la violenza sulla propria pelle, invece, che dovrebbe farlo. Ma purtroppo non abbiamo voce”.

Sbarchiamo a Caracas, passaporti ed impronte digitali al seguito. Ci si avvicina un signore baffuto, con maglietta e badge del foro. E’ simpatico e squisito. Ci dá indicazioni, ci consiglia. E’ un professore dell’Universitá Bolivariana, e presto ci augura di portare con noi, al ritorno, “un po’ di rivoluzione bolivariana”. Ci invita ad essere “pescatori di uomini”. Curiosa metafora, ci penserò.
Il bus gratuito messo a disposizione dall’organizzazione impiega più di 2 ore per arrivare dall’aeroporto alla capitale. Il crollo di un ponte, avvenuto alcune settimane fa, ci costringe su una trafficatissima stradina alternativa. Il tempo, per fortuna, passa in fretta. Accanto a me é seduta una giovane donna brasiliana. Milita nel Partido do Trabalhadores, quello di Lula, però da qualche tempo ha rinunciato agli incarichi che ricopriva all’interno del partito. “Sono rimasta un po’ delusa”, ammette sottovoce. “Ma é vero che tutti possono sbagliare, e che Lula resta il miglior candidato”. Anche in Brasile ci saranno elezioni, quest’anno.

Al Parque Central, dove ci lascia il bus, abbiamo dei problemi. Salta l’alloggio previsto. Fortunatamente i ragazzi dell’organizzazione sono gentilissimi. Ci portano nel Ministero dell’Energia e delle Miniere, che presta al Forum molti uffici. Adattato alle esigenze ed ai molti nuovi abitanti, il terzo piano é identico ad un liceo durante un’occupazione studentesca. Su ogni porta ed ogni muro campeggiano cartelloni bianchi con scritte a pennarello. Giovani da tutte le parti, di ogni nazionalità, parlano tra loro, telefonano, si siedono per terra, alcuni scalzi. Cercare un albergo a quest’ora é complicato, così un volontario ci invita a fermarci a casa sua, almeno per stanotte. Accettiamo, e Melvin viene via con noi. Venti minuti di autobus, una passeggiata in un quartiere non esattamente chic, 14 piani a piedi perché l’ascensore alle 23 chiude per sicurezza. L’edificio é alto, ed in tutti i piani le inferriate coprono le finestre. L’appartamento potrebbe essere definito semplicemente “squallido”, da una persona assennata. Ma le luci del neon, gli scarafaggi, i pochi libri ingialliti, la consolle di legno appoggiata su una vecchia macchina da cucire, i fiori finti, le prese elettriche aperte, i muri sporchi e spogli, mille particolari mi fanno sentire nella casa di uno dei disoccupati de “I lunedì al sole”. Ma quante emozioni ristagnano in questa casa… E poi stanotte questa sarà la nostra casa, come si affretta a dirci Melvin, accogliendoci. La sua ospitalità é generosa, e non osiamo abusarne dicendogli la verità, quando ci chiede se abbiamo cenato. Parliamo del Venezuela, di un Chavez che lo convince solo fino ad un certo punto, della incerta struttura costituzionale di Puerto Rico, delle infernali carceri brasiliane e venezuelane, della scadente benzina colombiana, della TIM che fa affari in America Latina.
Mi fermo a scrivere, mentre gli altri già dormono. Non ho un computer, il pezzo chissà quando arriverà. Ma d’altronde non sono mica un “giornalista vero”.
Sono stato fortunato, per me il Forum Sociale Mondiale è iniziato con un giorno di anticipo.

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