Caschi Bianchi Ecuador

Tisaleo e i suoi bambini speciali

Quando difendere i diritti umani è accogliere il grande cuore di quelli che nessuno desidera.

Scritto da Giusy Gattesco, Casco Bianco ad Ambato

Dopo sei mesi di permanenza in un Paese straniero e lontano le impressioni, le emozioni, i sentimenti accumulati sono veramente tanti.
L’Ecuador, un Paese che è a malapena conosciuto nel nostro mondo: strabilianti ricchezze naturali, paesaggi tanto belli quanto afflitti da grandi problematiche. E di questo ci si rende conto nel momento in cui si lavora a contatto con uno degli universi meno riconosciuti all’interno di questo Paese, quello infantile.
Dal lavoro minorile ai maltrattamenti, un grande numero di bambini in Ecuador si trova a lottare quotidianamente contro l’ingiustizia. Un’ingiustizia che nasce dalla negazione del giusto valore all’immensa risorsa che è l’infanzia.
La situazione si aggrava nel momento in cui ci si trova a lavorare con i niños discapacitados (bambini disabili).
Il progetto FOCSIV in cui sono impegnata, si svolge in un centro per bambini disabili, situato in un paese sopra la città di Ambato, a 3200 m, Tisaleo.
Circondato dagli affascinanti paesaggi del panorama andino, Tisaleo e i piccoli comuni circostanti sono abitati prevalentemente da campesinos, i piccoli agricoltori locali.
Lo spazio ristretto entro il quale si svolge la vita, ossia il campo e la casa, porta spesso alla procreazione interfamiliare. Inoltre l’alimentazione poco varia e spesso scarsa non dà modo di prevenire le infermità. Tutti questi aspetti, associati allo scarso controllo prenatale, portano alla concentrazione in questa zona di un alto numero di neonati disabili.
Nel corso della storia l’handicap è stato spesso visto come una disgrazia che colpiva le famiglie, come un peccato non scontato dei genitori, qualcosa che doveva essere allontanato dagli occhi della gente, tenuto al di fuori della società. Con il tempo in molti luoghi ci si è resi conto dell’assurdità di queste credenze e si è arrivati a considerare con il dovuto valore questo aspetto della realtà umana. Ma non qui, a Tisaleo.
Il centro nel quale mi trovo a svolgere il mio anno di Servizio Civile, la “Fundación Manos Unidas”, al momento della sua nascita, si è trovato a monitorare casa per casa, per informarsi sulla presenza di bambini disabili. Le nuove nascite infatti spesso non vengono censite e così non è possibile sapere dell’esistenza di alcuni bambini, tanto più dei disabili.
Agli occhi del mondo circostante questa è una realtà da tenere nascosta, qualcosa di cui vergognarsi; l’inutilità nel duro lavoro del campo è dietro l’angolo e aggrava l’emarginazione di questi bambini.
Il lavoro della Fondazione quindi, dopo aver localizzato i bambini, è stato e continua a essere in primo luogo, quello di sensibilizzare le persone di fronte a questa realtà e incoraggiarle a dare ai disabili la possibilità/diritto di apprendere, che tutti i bambini dovrebbero avere.
Ammetto che il lavoro con gli stessi bimbi nel centro a volte è estremamente duro: l’educazione che hanno ricevuto spesso è molto deludente e questo si somma alle disabilità presenti, quali paralisi celebrale, ritardo mentale, sordità, che rallentano il processo di apprendimento. Inoltre i pochi stimoli che ricevono nel loro ambiente di vita, privano ancora di più i bambini della possibilità di uscire da questa situazione.
Tuttavia la Fondazione, sebbene i suoi grandi limiti, dà loro una chance: seguire una terapia, imparare a leggere e scrivere, vivere parte della loro giornata e giocare insieme ad altri bambini, emergere da una situazione di emarginazione a cui la società li condanna.
I miglioramenti, lenti ma continui, ci sono: riempie il cuore, dopo mesi passati insieme, vedere piccole progressioni in direzione di un allontanamento dal problema/disabilità di base. Ma soprattutto dà un felicità immensa vederli sorridere per le loro “piccole conquiste”, la gioia con la quale mi abbracciano o mi corrono incontro nei momenti più inaspettati, la capacità di cogliere nei miei occhi qualcosa che mi turba o mi preoccupa.
Quello però che più mi stanca, che più mi sconvolge, che mette a dura prova la mia capacità di comprendere, è lo stato di emarginazione a cui sono costretti; proprio in questo credo che si collochi il lavoro principale della Fondazione. Sensibilizzare le famiglie e la comunità in questo senso dovrebbe essere una delle principali preoccupazioni per giungere a una reale integrazione di questi bambini “speciali” nella società.
La mia speranza è che la collaborazione tra noi volontari e la gente del posto che condivide i nostri stessi ideali, nel tempo, renda giustizia ai grandi occhi e al grande cuore di questi bambini.

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