Caschi Bianchi Kenya

La mia baracca ha gli interni in radica

Una settimana per conoscere l’esperienza dei volontari e affacciarsi sulle tante vite che ogni giorno si incontrano nei piccoli mercati, all’interno delle baracche, e lungo le interminabili file davanti a un pozzo, a un bus, alla ricerca di un lavoro giornaliero. In una quotidianità scandita dalle note di Bob Marley e dalle passeggiate degli scarafaggi.

Scritto da Gian Paolo Chiecchi, Gianluca Sebastiani, Casco Bianco e volontario a Soweto

2005
Carissimi amici,
sono ora tornato in Italia per un po’. Non riesco a mandarvi notizie fresche dal Kenya, ma guarda un po’: un mio amico, Gianluca, che ha trascorso una settimana con me a Soweto, mi ha spedito questa lettera. Occhi diversi dai miei che descrivono la stessa situazione.
Gian Paolo

Soweto è scarafaggi e musica reggae, ma non allo stesso momento: la musica scandisce le ore del giorno, mentre quelli escono minacciosi durante la notte.
A volte capita anche che si scambino le posizioni. Allora un coockroach (scarafaggio, ndr) diurno viene a disturbare l’appetito, mentre al tramonto da qualche baracca vicina (o forse lontana, non so: il sottile spessore delle pareti in lamiera abolisce le distanze) le ultime note di Bob Marley accompagnano i sogni oppure impediscono il sonno. 
Io mi sveglio la mattina presto, do una testata alla parte superiore del letto a castello (che così corto sembra più che altro un letto “a tranello”) e vado a fare colazione. Il più mattiniero Antonio ha preparato la tavola per tutti. E tutti non è mai meno di dieci persone, in questa semplice comunità.
Afferro una salsiccia e una tazza di tè e incomincio la giornata.
L’Africa si sveglia in fila. Per prendere l’acqua a un punto di raccolta. Per aspettare un matatu alla fermata del bus. In fila lungo la Ngong Road per andare in città a cercare un lavoro. Fila al dispensario per ricevere la lista di medicine che l’ospedale non può fornire.
In fila i bambini nelle loro uniformi che saltano le pozzanghere lungo il sentiero verso la scuola.
C’è fila anche davanti alla nostra baracca, come tutte le mattine. Ciascuno ha qualcosa da chiedere e un buon motivo per farlo, così aspetta il suo turno paziente. C’è Mama Ciucache ha un taglio lungo la testa e deve cambiare la benda. E’ già ubriaca e contenta. Qualche notte fa i ladri l’hanno colpita al capo con un panga(machete, ndr), ma sono cose che capitano.
Si racconta che una volta la polizia sia andata nella sua baracca per arrestarla e lei, anche in quel momento ciuca, si fosse spogliata ed avesse detto “Prendetemi!”. Per l’imbarazzo non le hanno fatto niente e l’hanno lasciata andare. Ciucca sì, ma locca no!
Ci sono tre donne che litigano per venderci il pesce. Un’altra che porta la carne e forse ha scordato che è venerdì. Arriva la pescivendola vera che abbiamo ingaggiato e manda tutte a casa col broncio.
C’è Kimani che entra senza bussare e fruga nel nostro ripostiglio in cerca di attrezzi per riparare la sua bicicletta. 
E c’è una fila infinita di guai, di denti marciti, debiti insoluti, mamme che reggono bambini con la tosse, pance mangiate dai vermi, piatti vuoti da due giorni, persone con niente da fare e che allora vengono a farlo qui, gente che vuole sbirciare il giornale, nonne che custodiscono le loro mandrie di nipoti moccolosi. E’ una grande transumanza umana che si ripete tutti i giorni.
Noi per loro siamo la speranza. Siamo la casa e l’albergo. Siamo la radio che dispensa le news del quartiere. Siamo una fonte, la pensilina dal fango delle strade. L’ufficio reclami di un disservizio non nostro. Gli amici e confidenti, la scrivania del commissario dove piovono denunce. Facciamo da babysitter e da tutori. Ospedale e piccolo ambulatorio, curiamo con le medicine, con le erbe, con le parole, creatori senza saperlo di una nuova co-scienza medica: del quello che c’è.
Siamo ristoro per l’anima, ritrovo per l’anonima alcolisti, tappa lungo la strada di casa, circolo culturale e ricreativo ben fornito di chiacchiere e scacchiere.
Massimo e Giampi si distribuiscono gli indigenti e gli ammalati, cercando di fare del loro meglio per aiutarli. Massimo ha vissuto nella baraccopoli negli ultimi 6 anni. Parla correttamente kiswhaili e kikuio, ma è abbastanza silenzioso. Giampaolo ha un cuore d’oro e sorride sempre. Sarebbe un infermiere, ma tutti lo chiamano dottore. How are you doctor? Habari gani?
Soweto sorge nella parte nord-est di Nairobi, dove non è neanche più città. E’ una piccola baraccopoli, 6-7000 abitanti, le dimensioni di un villaggio fatto con materiale di fortuna. Ce ne sono altre di Soweto nei dintorni di Nairobi, e c’è la Soweto del Sud-Africa che è la più grande e famosa di tutte.
Ogni mio passo per questi vicoli umidi porta con sè i saluti delle persone e gli schiamazzi divertiti dei bambini. E ogni sguardo che incontro è il sigillo di un identico responso: non è tanto il colore della pelle quello che ci differenzia, quanto la nostra libertà. Molte di queste persone sono nate qui, o si sono viste costrette a trasferirvisi per sfuggire situazioni peggiori. Forse non riusciranno ad andarsene più. Ma gli italiani sono scesi dalla pancia dell’aereo e senza che nessuno sottraesse loro qualcosa hanno liberamente scelto di vivere qua. Questo di noi lo sanno. Qualcuno ne è perfino grato. Per altri è un sorriso beffardo che a volte suggerisce il rimprovero, ma è sempre difficile da interpretare.
Alla fine di ogni giornata io rientro a casa. La mia baracca ha gli interni in radica. Perché c’è un rubinetto, una latrina pulita, una dispensa stipata. E la sera c’è anche la calma per una partita a Risiko assieme a Wanjiku e alle sue sorelle, che strillano come bambine quando invado il Kenya con i mie carroarmati. 
A notte fonda rimangono solo le voci mia e di Giampaolo, a immaginarsi il futuro rischiarati dalla luce di una candela. Riesco quasi solo a intravedere la sua faccia con la folta barba.
“Vuoi una salsiccia?” chiede.
“C’è?”.
Salta su uno sgabello e sale sopra la credenza. Con la mano dà un colpo a un piccolo scarafaggio e scoperchia una pentola che nasconde sei o sette salsicce.
“Sì, erano avanzate dalla colazione. Le ho messe via perché sapevo che per cena non sarebbero bastate per tutti”.
La notte consuma piano anche l’ultima paraffina e spegne ogni luce sopra Soweto. Restano le ombre di due sognatori che pensano al mondo, le nostre salsicce con la brocca del tè, un paio di dadi. E resta sotto le stelle una baracca con gli interni in radica.

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