Caschi Bianchi Cile

E dopo il carcere cosa succede?

Reinserimento sociale. Molti escono di prigione e non hanno più una casa. Per non ricadere nel delitto, esistono case di accoglienza che offrono vitto e alloggio.
Dal quotidiano locale El Mercurio del 4 dicembre 2004.

Traduzione a cura di Chiara Perego (Casco Bianco a Santiago del Cile)

Nessuno lo stava aspettando. Carlos Sepulveda terminava il suo ultimo periodo dietro le sbarre -il primo, di cinque anni e un giorno; l’ultimo, di due mesi- e, mentre attraversava l’ultimo controllo dei gendarmi, già sapeva che la libertà non sarebbe stata un paradiso.
Sua sorella lo aveva avvertito di non tornare a mettere piede in casa sua e la famiglia che lui stesso aveva formato si era dileguata non appena Carlos era stato incarcerato. Nessuno andò mai a trovarlo nel penitenziario.
Non fu necessario rovistare nelle tasche. Sapeva che anche cercando a fondo, non avrebbe trovato nemmeno un centesimo.
Mendicò per mangiare, e per due settimane non ebbe altro rifugio che la strada. «Non mi restavano nemmeno gli amici, perché quando uno finisce dentro, perde tutto», dice convinto.
Per caso arrivò alla Casa di Accoglienza Fondazione Carlos Oviedo, che dà momentaneamente alloggio a ex-detenuti che abbiano dimostrato una buona condotta in carcere. «Se non avessi avuto questa possibilità, ora sarei un delinquente come prima», ammette.

Soli di fronte al mondo

Carlos non è l’unico dei circa 30mila carcerati cileni che non ha un posto dove andare quando lascia il penitenziario. Non ci sono dati a riguardo, però loro sanno che la vita cambia mentre vengono detenuti. Molte volte non hanno più una famiglia, o questa non vuole più vederli.
Inoltre, spiega padre Marcelo Mancilla -a capo di una casa d’accoglienza di Pudahuel che ha chiuso i battenti all’inizio dell’anno-, anche se hanno la possibilità di tornare a casa loro, non è raccomandabile che lo facciano subito. «Quando arrivano a casa, gli dicono che il televisore è vecchio, che bisogna comprare questo e quello, e l’unica via d’uscita possibile è tornare a rubare. Per questo è importante aiutarli a ottenere un lavoro e, soprattutto, a cambiare mentalità».
«Nel loro ambiente sono visti come dei “bulli”, dei drogati. Toglierli da tale ambiente è toglierli da questa identità, ecco perché sono importanti le casa di accoglienza», aggiunge lo psicologo e incaricato dell’Alloggio Santa Rosa del Monte, Patricio Yañez. Lidea è che una volta rinforzata la nuova immagine di sè, essi possano tornare al loro ambiente, senza possibilità di ricaduta.
In Cile sono poche le strutture che aiutano nei primi passi del reinserimento sociale.
Il Patronato Nazionale di Rei non ha informazioni a riguardo e la maggior parte degli alloggi è a carico di religiosi che hanno iniziato il lavoro con le loro stesse mani.
«Tutti mi dicevano che ero pazza! Che era un rischio grandissimo tenere in casa dei criminali liberi altamente pericolosi», afferma ridendo la sorella Yolanda Ellies, quando ricorda come partì, 14 anni fa, con la prima casa del Paese che accoglieva persone provenienti dal penitenziario. Gli anni di esperienza passati a lavorare con gli internati di Colina I le dimostrarono che era necessario creare un ponte tra il carcere e la strada, che aiutasse gli ex-detenuti a non finire di nuovo dietro le sbarre.
La marcia bianca iniziò con tre uomini in una piccola casetta di La Pincoya. «Quando arrivai, avevano già preparato tutto. Uno faceva le pulizie, l’altro cucinava e il terzo andava a fare la spesa. Pensandoci bene, non era strano che si organizzassero tanto rapidamente, perché anche in carcere era così. Ero io la stupida che non capiva che erano in grado di farsi valere per se stessi», ammette Yolanda.
Tre anni fa, la Casa Nuestra Señora de La Paz si è trasferita a San Joaquin, e da allora sono entrate una trentina di persone. Secondo i calcoli della sorella stessa, l’80% dei “suoi figli” ha tirato avanti. Ossia, non è tornato a compiere reati, e qualcuno ha trovato lavoro.
Gustavo è nella casa da quasi un anno e da 4 mesi lavora come spazzino per il Comune. È orgoglioso che gli abbiano dato questa opportunità, perché con gli anni di carcere registrati nei suoi documenti è stato difficile trovare lavoro. «Ho un lavoro, e ai ragazzi di qui voglio bene come se fossero la mia famiglia. Che altro posso chiedere a Dio?»
I fratelli Miguel(19), Jonathan(20) e Leo(24) -i Pincheira, come si autodefiniscono- vivono con Gustavo. Il loro attuale lavoro è riabilitarsi dalla droga, la stessa che li ha portati dietro le sbarre. Nella casa hanno imparato che valgono e hanno vissuto esperienze di cui prima non avevano mai sentito parlare: «Non siamo mai stati festeggiati per il nostro compleanno. L’unica volta è stata per i 15 anni, mio papà è arrivato ubriaco e ci ha buttati tutti fuori. Qui, invece, ci fanno una festa. È bello vivere tutto questo», riconosce Miguel.
Il 60% di coloro che sono stati in carcere ci ritorna, e Reynaldo Palma non è un’eccezione.
Ha 32 anni, di cui11 li ha passati rinchiuso. «Ho iniziato rubando targhe di automobili e sono finito dentro all’auto, così uno procede nella malavita», racconta. Però l’ultima volta che è stato nel penitenziario, grazie al suo avvicinamento alla Pastorale, ha deciso di cambiare.
Oggi, dalla Casa di Accoglienza Carlos Oviedo, chiede un’opportunità affinché la sua famiglia torni a fidarsi di lui. Però mentre cerca lavoro e prega per poter vedere presto i suoi due figli, Reinaldo si sente fortunato.
«Se non fossi qui, starei per strada. So di essere privilegiato, perché non tutti possono arrivare alle casa d’accoglienza, perché non ci sono molti posti liberi. Però stare qui è tanto bello! Uno può anche dormire tranquillo.»

In coda all’articolo vengono riportate tre “Voci dell’esperienza” [n.d.T]

Reinaldo Palma «Aspetto un’opportunità per andare avanti. Non voglio mai più tornare a commettere reati nella mia vita. Ora capisco che grazie a quello che ho fatto ho perso la mia famiglia, i miei figli, la mia casa. In carcere ho studiato falegnameria, voglio lavorare in questo, però è difficile trovare contatti quando uno ha degli antecedenti penali».

Carlos Sepulveda «Questa è una seconda famiglia, per questo la signora Rosa (la direttrice della casa) la chiamiamo mamma. È comunque difficile, ma un giorno bisognerà andarsene da qui e vivere la vita comune. Per fortuna sappiamo che si può. Abbiamo l’esempio di quelli che sono usciti e che ogni tanto vengono a trovarci».

Hermana Yolanda Ellies «Non ci guadagnamo nulla a tirar fuori qualcuno dal carcere e lasciarlo abbandonato a se stesso, perché l’unica cosa che fa è ciò che sa fare: commettere reato. Occorre dargli una professione, però bisogna partire insegnandogli le cose più basiche, come che bisogna dormire otto ore a notte. Altrimenti, si addormentano al lavoro».

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