Caschi Bianchi Tanzania

Io, obiettore in Tanzania

Un resoconto dell’esperienza di obiezione di Alessandro in Tanzania, un bilancio al momento del ritorno.

Scritto da Alessandro Tedesco, Casco Bianco a Iringa

Sono partito agli inizi di febbraio, con destinazione Iringa, capoluogo delle Highlands tanzaniane, in alta montagna. Qui la Comunità ha un centro pronta accoglienza, che ospita bambini orfani fino a due anni, per poi reinserirli nella realtà locale in collaborazione con altri missionari. Al momento in casa c’erano due ospiti, Eliah e Isaiah, entrambi di quattordici mesi, i due bambini con me nella foto.
Il mio impegno, al di là dell’aiuto in casa, comprendeva il volontariato in una scuola elementare per ragazzi portatori di handicap mentale. In Tanzania le scuole elementari sono numerosissime, per lo più statali, e hanno sezioni riservate specificamente all’handicap. Come potete immaginare, le strutture sono molto carenti, le classi normali prevedono in media 60 bambini per insegnante, diventa quindi impossibile inserire gli handicappati mentali nelle classi normali, come succede da noi in Italia.
 Oltre agli handicappati “genetici” (sindrome di down, spastici) in classe c’erano bambini nati sani e ammalatisi a causa della malaria cerebrale, comunissima in Tanzania, o dall’estrazione maldestra dall’utero mediante forcipe, che ha rovinato la conformazione cranica di questi bambini.
Nonostante la pochezza di mezzi, sia gli insegnanti che i bambini, come un po’ tutti gli africani, hanno sempre un motivo per sorridere, e a pensarci bene non so se mi abbiano aiutato più di quanto io abbia aiutato loro, soprattutto nei momenti più duri nella mia esperienza africana. Perché ci sono stati momenti duri, quando mi accorgevo che mi mancava tutto quello che avevo a casa, quando mi domandavo chi me l’aveva fatto fare di andare ad ammalarmi di malaria a 10.000 km da casa, quando quello che vedevo intorno a me non mi provocava più rabbia, ma mi faceva solo cadere le braccia.
Ma poi la malaria è passata in fretta, noi occidentali, anche i missionari, possiamo curarci molto meglio di quanto possano fare loro, e allora ho visto l’illogicità della mia depressione: essere tristi per un così breve periodo di tempo, quando i miei “alunni” trovavano il modo di essere felici in quelle condizioni che rimarranno tali per il resto della loro vita, non mi sembrava onesto.
Adesso stiamo tentando di creare un gemellaggio tra la scuola e un istituto di Rimini che opera nell’handicap giovanile, per fornire al “Saba Saba” (la scuola si chiama Sette Sette, il giorno e il mese dell’indipendenza tanzaniana) le cose di cui hanno più bisogno. Non servirà molto: con pochi milioni l’anno riusciremo ad assicurare alla scuola un mezzo per portare in classe i ragazzi che abitano più lontano o che non possono camminare, diverso materiale didattico e la possibilità di garantire una “merenda” agli alunni, molti infatti sono di famiglia povera, e un aiuto alimentare è sempre bene accetto.
La Tanzania è un paese stupendo, bellissimo sia nei suoi immensi parchi naturali sia nella costa sull’Oceano Indiano. Non fa tanto notizia, perché a differenza di altri paesi dell’Africa Nord Orientale, la Tanzania non ha un regime dittatoriale, non soffre di inondazioni, terremoti e epidemie endemiche e, tranne nei rari anni di siccità, neanche di fame.
Ma è comunque un paese poverissimo, che ha bisogno di mezzi, fondi e consulenze tecnologiche dall’occidente. Ed è un paese, tra i pochi in Africa, che segue pedissequamente le indicazioni della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Nel 1998 la quota del P.N.L. destinata alla soddisfazione del debito estero era pari al 47 percento, la seconda più alta dell’Africa. L’Italia ha promesso nel gennaio di quest’anno la cancellazione progressiva del debito tanzaniano nei nostri confronti, che dovrebbe estinguersi senza conseguenze per la Tanzania entro pochi anni. Questo risultato è anche frutto della pressione dell’opinione pubblica, e quella cattolica sembra essere tra le più sensibili in materia. I missionari avvertono sulla pelle delle persone che aiutano le conseguenze della politica monetaria “pilotata” da occidente, e molti sono i progetti nelle singole diocesi africane, che si stanno interessando di diritti umani e rimozione delle cause.
In particolare in Tanzania è attivo in molte diocesi del paese il progetto Haki na Amani (Giustizia e Pace in kiswahili) che mira all’educazione civica della popolazione, soprattutto rurale. Lo scopo è quello di formare alcune persone sui diritti dei cittadini tanzaniani, sulle leggi in vigore nel paese, per renderli consapevoli dei loro diritti e delle violazioni che sistematicamente subiscono. Queste persone si recheranno nei loro villaggi per ripetere quanto imparato ai loro compaesani, e per tenere dei bollettini sulla situazione dei diritti civili nella loro zona. In Tanzania il livello di corruzione è altissimo, molta gente è convinta che sia perfettamente legale pagare il funzionario della posta semplicemente per fare la fila, o versare una quota al commissario solo per poter partecipare ad un concorso pubblico!
Il progetto Haki na Amani è partito anche ad Iringa, tra mille problemi logistici e “politici” (il governo non vede di buon occhio chiunque cerchi di cambiare uno status quo favorevole alle istituzioni) e rappresenta la sfida per prossimi obiettori che ci andranno. L’Africa non ha solo bisogno di soldi, quelle società oggi ci chiedono anche un impegno per formare una solida base civile attorno a cui costruire il proprio sviluppo. Ma l’Africa non è solo un continente che ha bisogno di aiuto, è anche un luogo da cui imparare molte cose…

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