Mi chiamo Serena Giordanengo, sono specializzata in teatro sociale e attualmente opero come Casco Bianco con la Comunità Papa Giovanni XXIII presso la Comunità Terapeutica Sandra Sabattini a Peñalolén, Santiago del Cile.
All’interno di questo contesto, accompagno un gruppo di uomini in percorso di riabilitazione da dipendenza da alcol e altre droghe attraverso un laboratorio di teatro applicato. Il progetto nasce come parte del processo di reinserimento sociale e ha la durata di 10 mesi, con incontri settimanali di 2 ore. Coinvolge circa quindici partecipanti di età e storie molto diverse.
Il teatro, in questo contesto, non è pensato come performance, ma come un processo. È prima di tutto uno spazio sicuro di espressione artistica e personale, dove ogni partecipante può sentirsi accolto senza giudizio. Un luogo in cui è possibile parlare, o anche solo stare, usando il corpo, la voce, il silenzio, la propria storia ed esperienza. Attraverso esercizi di movimento, improvvisazione e drammatizzazione, il laboratorio combina creatività e presenza fisica, offrendo strumenti concreti per lavorare sugli obbiettivi terapeutici del programma comunitario: mi conosco, mi faccio conoscere, creo relazioni, elimino i pregiudizi, comunico ed ascolto. I partecipanti arrivano da percorsi segnati da difficoltà nell’espressione delle proprie emozioni: rabbia, vergogna, paura o fragilità spesso restano bloccate o vengono tradotte in comportamenti violenti o nel consumo problematico di sostanze stupefacenti. In questo senso, il teatro apre uno spazio alternativo e protetto, dove queste emozioni possono emergere senza giudizio, essere riconosciute e progressivamente elaborate.
Attraverso il lavoro teatrale, i partecipanti hanno la possibilità di dare forma e voce alla propria esperienza, raccontando, anche in modo simbolico o mediato, parti della loro storia di dipendenza, delle relazioni vissute e dei contesti da cui provengono. Questo processo permette non solo di esprimere ciò che spesso è difficile dire direttamente, ma anche di rielaborarlo, prendendo distanza e acquisendo nuovi sguardi su di sé. Il teatro, inoltre, favorisce l’ascolto reciproco e la costruzione di un senso di gruppo, in cui ciascuno può riconoscersi nell’altro, sentirsi meno solo e sperimentare modalità diverse di relazione. In questo spazio, l’esperienza individuale si trasforma in esperienza condivisa, contribuendo a un processo di consapevolezza e di cambiamento.
Dal punto di vista metodologico, il progetto si ispira alle pratiche del teatro applicato, ampiamente teorizzato come strumento educativo e di cambiamento sociale. Autori come Augusto Boal¹ e Helen Nicholson² evidenziano come il teatro possa diventare un luogo di apprendimento collettivo, in cui le persone riflettono sui propri ruoli e sulle dinamiche sociali che vivono. Influenzato dalla pedagogia di Paulo Freire³ , questo approccio promuove la partecipazione attiva e la costruzione di una coscienza collettiva.
Inoltre, nel laboratorio si lavora molto sul gruppo: la costruzione della fiducia, l’ascolto, il rispetto dei tempi e delle fragilità di ciascuno. Per questa ragione la creazione della: compagnia teatrale Zeus ( della quale fanno parte tutti i partecipanti ) rappresenta un passaggio fondamentale, perché permette di riconoscersi come parte di un collettivo, rafforzando il senso di appartenenza e la responsabilità condivisa.
Solo in un secondo momento il percorso si e’ sviluppato alla creazione artistica, con la costruzione di una opera collettiva, chiamata “Mi Peñalolén”. Questa nasce dalle storie dei partecipanti e dal loro legame con il territorio. L’opera vuole dare voce a ciò che solitamente non trova spazio, trasformando esperienze individuali in narrazione condivisa. Quest’opera, creata e interpretata interamente dagli utenti della Comunità Terapeutica Sandra Sabattini, è stata presentata il 27 aprile presso il Centro Culturale Chimkowe, a Peñalolén, Santiago del Cile.
Il teatro, in questo progetto, è uno strumento capace di accompagnare il percorso terapeutico non in modo sostitutivo, ma complementare. Favorisce l’espressione emotiva, stimola la riflessione personale, rafforza le competenze relazionali e contribuisce alla reintegrazione sociale. Più che insegnare a recitare, il laboratorio invita a riconoscersi, ad ascoltarsi e a costruire nuove possibilità.
Le parole di Moises Palma, uno dei partecipanti.
In questo contesto ho chiesto a Moises, una delle persone che ha partecipato alla creazione della Compagnia Teatro Zeus e alle relative attività, di raccontarci il suo punto di vista. Riporto di seguito la sua risposta nella sua lingua madre, seguita dalla traduzione in italiano.
“El teatro me ha ayudado a construirme y a sacar una personalidad que antes no mostraba. En el colegio nunca me atrevía a participar; prefería sacarme una mala nota antes que exponerme. En el taller en cambio, he aprendido a comunicarme, a trabajar con mis compañeros y a construir una versión de mí más empática y segura.
Me gusta lo que estoy descubriendo de mí mismo gracias al teatro algo que nunca había sentido antes: poder ser yo. No quiero volver atrás. Hoy intento vivir el presente, ser más seguro y confiar en mis compañeros, en que juntos podemos lograr cosas como la creaccion de una obra de teatro. En mi vida, pasaba mucho tiempo rumiando y pensando, sin seguridad ni autoestima. Usaba el alcohol y las pastillas para evadir, para no pensar, no por placer. El programa tearapuetico me está ayudando a cambiar eso.”
Traduzione:
“Il teatro mi ha aiutato a costruirmi e a far emergere una parte di me che prima non mostravo. A scuola non partecipavo mai: preferivo prendere un brutto voto piuttosto che espormi. Nel laboratorio invece ho iniziato a lavorare sulla comunicazione, a relazionarmi con i miei compagni e a costruire una versione di me più empatica e sicura.
Mi piace ciò che sto scoprendo di me stesso, qualcosa che non avevo mai provato prima: poter essere me stesso. Non voglio tornare indietro. Oggi cerco di vivere il presente, di essere più sicuro e di fidarmi dei miei compagni, del fatto che insieme possiamo raggiungere dei risultati, come la creazione di un opera teatrale. Nella mia vita passavo molto tempo a rimuginare e a pensare, senza sicurezza né autostima. Usavo l’alcol e le pastiglie per evadere, per non pensare, non per piacere. Il programma terapeutico mi sta aiutando a cambiare anche questo.”
¹ Augusto Boal (1931–2009) è stato un regista teatrale, scrittore e politico brasiliano, noto per essere il creatore del “Teatro dell’Oppresso”. Ha sviluppato questo approccio negli anni ’60 come modo di utilizzare il teatro come strumento di riflessione e trasformazione sociale, promuovendo la partecipazione attiva in teatro per affrontare problemi reali. Il suo lavoro ha avuto un grande impatto a livello internazionale.
² Helen Nicholson è una ricercatrice e accademica britannica specializzata nel teatro applicato. Il suo lavoro si concentra sull’uso del teatro in contesti sociali, educativi e comunitari, esplorando come le pratiche teatrali possano generare partecipazione, riflessione e cambiamento sociale. È autrice di “Applied Drama: The Gift of Theatre” (2005), un’opera di riferimento in questo ambito.
³ Paulo Freire (1921–1997) è stato un educatore e filosofo brasiliano, noto per il suo contributo alla pedagogia critica. Ha sviluppato un approccio educativo basato sul dialogo, la coscientizzazione e la partecipazione attiva, con l’obiettivo di promuovere la consapevolezza sociale e il cambiamento. Il suo pensiero ha avuto un grande impatto a livello internazionale, in particolare nei contesti educativi e sociali.
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