Caschi Bianchi Senegal

ABITARE IL PARADOSSO: FRAMMENTI DI SENEGAL

“Si ha poco, eppure quel poco è sempre destinato al partage“. Chiara, Casco Bianco in Servizio Civile a Dakar, osserva e racconta le contraddizioni del Senegal

Scritto da Chiara Innocenti, Casco Bianco in Servizio Civile con Caritas Italiana a Dakar

Una contraddizione di opposti apparentemente inconciliabili: due poli agli antipodi eppure speculari, che solo qui sembrano riuscire a coesistere. Il Senegal non si presta a descrizioni semplici. È un Paese complesso, attraversato da paradossi profondi: una stabilità politica riconosciuta, sì, ma accompagnata da pratiche diffuse di corruzione e clientelismo. Le fratture economiche e le forti disuguaglianze sociali rendono ancora più difficile raccontarlo a chi non lo vive quotidianamente. Cercherò, dunque, di raccontarlo a modo mio. A partire dalla mia esperienza, senza pretendere ordine o linearità. Piuttosto un flusso di coscienza che attraversa temi diversi, che sposta il riflettore da un’emozione all’altra, e che rinuncia, consapevolmente al rigore della logica per dare spazio alla memoria emotiva.

Il paese della teranga, o della buona ospitalità, esprime una contentezza disarmante e ostinata al mondo. Un abbraccio, un sorriso, e un “ça va?” (come stai?) scambiato per strada tendono sempre a risollevare il morale di chiunque. Non importa nemmeno quanta speranza tu abbia perso nel corso della tua vita, figuriamoci nel corso di una singola giornata.
Si ha poco, eppure quel poco è sempre destinato al partage. La condivisione più tangibile si manifesta nella consumazione di piatti tradizionali in bol, piatti comuni attorno ai quali ci si riunisce. È così che, quasi naturalmente, si finisce per aggiungere un posto a tavola anche per uno sconosciuto incontrato casualmente per strada.
I colori poi, accoppiati a tecniche di lavorazione di tessuti avanzate come il batik, il Bogolan, e il Wax, regalano vivacità, rendendo questo meraviglioso connubio di culture diverse, fantasioso e regale anche ad occhio nudo.  Qui si sorride, si ride, e ci si commuove, anche se la situazione è scomoda e non si ha niente tra le mani. Ho visto persone e intere famiglie dormire per strada, sotto il sole cocente, e pertanto, mantenere un volto sereno per aver raggiunto quello che in molti percepiscono come il porto sicuro d’Africa: un Paese privo di guerre, promettente dunque una vita in pace.

Il Senegal è una terra di passaggi per alcuni, pur essendo una meta per tanti altri. Un andirivieni incessante di persone in movimento. C’è chi resta e chi se ne va. Non è casuale che in wolof, sunu gaal significhi “la nostra piroga,” perché questo paese è davvero un richiamo a un’unica imbarcazione. A un viaggio collettivo verso un futuro migliore, che esso sia qui o altrove, non importa: sta al singolo individuo scegliere cosa fare con quella piroga, soprattutto quale interpretazione darle. Vero è, che oggi quella metafora si fa spesso concreta perché è proprio su quelle piroghe di legno che in molti salgono. Affrontando una delle rotte più pericolose, quella per le Canarie, per andare in Europa. Sospinti dalla speranza di raggiungere una Spagna immaginata come un possibile riscatto.
Eppure se fai come tanti altri e decidi di restare, lo giuro, qui si danza e si canta sempre. Vivaci nei balli tradizionali dello Mbala, del Yela e dello Ndeup. Ad ogni ora, in qualsiasi momento, potresti ritrovarti immerso in una celebrazione, un matrimonio o una preghiera condivisa per strada. ll suono della kora, del sabar e del tama invita chiunque, sempre, a unirsi a cori comuni, anche in situazioni difficili e dolorose come quelle dei funerali.

Le immagini di questo Paese potrebbero spaziare da paesaggi mozzafiato a picco sul mare, a distese di risaie, fino a una natura rigogliosa, copiosa di vegetazione e fauna. Eppure, tra tutte, le galline e i gatti che giocano per strada, circondati da decine di bambini, restano con tutta probabilità l’immagine più iconica che porterò con me e che, forse, vorrei restasse anche a chi leggerà queste righe.
La vita di ognuno è fatta di frammenti: c’è chi ha la fortuna di vederli integri e chi invece fatica a ricomporli, segnato da traumi e vicissitudini dolorose. Ma qual è il modo giusto di abitare questo mondo? E soprattutto, qual è il modo giusto per affrontare il dolore della vita? Forse rispondere alle difficoltà con un sorriso e imparare a guardare le piccole cose con fascino, stupore e gratitudine potrebbe restituire speranza a molti, facilitando la ricucitura di quei frammenti. E allora, il mio invito, è che ognuno di voi possa decidere consapevolmente – ogni giorno, e con leggerezza – di passare all’azione nonostante tutto e di sorridere, quoi qu’il arrive, quanto più possibile.

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