Dopo le prime due settimane trascorse a conoscere persone e progetti in questa terra polverosa e accogliente che è lo Zambia, venni assegnato al Mary Christine: una farm immensa, un pezzo di mondo in cui più di quaranta persone con disabilità coltivano verdure e mais, nutrendo con il loro lavoro non solo la terra, ma anche il progetto che li sostiene.
Il mio primo giorno iniziò quando il sole ancora sbadigliava sopra l’orizzonte. Alle sei ero già sveglio; alle 7:20 partiva il primo bus verso la prima tappa. Poi l’attesa: più di mezz’ora seduti a scambiarsi occhiate, conoscenze e parole di circostanza, sotto un cielo che prometteva caldo, finché un secondo bus ci caricò verso la nostra destinazione. Una volta arrivati, nessuno sembrava avere fretta: ci si cambiava con calma, si faceva colazione chiacchierando, ci si scambiavano sorrisi, piccole storie, sospiri. Il tempo, qui, non corre: cammina.
La mia mente, addestrata da anni di ritmi serrati, non accettava quella lentezza. Ogni minuto “vuoto” mi pesava come una colpa. Dentro di me risuonava la voce della società iperproduttiva da cui arrivo: bisogna fare, bisogna produrre, non c’è tempo da perdere! E intanto l’ansia, il nervoso, un’irrequietezza quasi fisica mi attraversavano. Ma poi arrivò la comprensione.
Compresi che il mio compito qui non è solo lavorare. E forse non è nemmeno quello principale. Il mio compito è condividere con le persone: il tempo, l’ozio, le risate che nascono dal nulla, gli sguardi che dicono più di mille parole. È imparare da loro molto più di quanto loro possono imparare da me. È offrire una presenza, un dialogo, una dignità che troppo spesso la loro società nega o trascina ai margini come un fardello scomodo.
Queste prime settimane mi sono servite più di quanto avrei immaginato. Mi hanno insegnato a riscoprire il valore della calma, dell’attesa, della lentezza; a godere di quei piccoli insetti che vivono la terra; a sentire il canto degli uccelli sugli alberi, il vento gentile che muove le foglie come un direttore d’orchestra invisibile. Mi sono ritrovato a pensare a tutte le volte, in passato, in cui nei momenti di pausa la mia mente si contorceva cercando obiettivi, risultati, dimostrazioni di valore. Credevo di dover fare tanto per appartenere a un gruppo. Qui ho capito che, a volte, basta esserci. Che la condivisione nasce dalla presenza, non dalla performance.
La domanda sorge dunque spontanea: che fine ha fatto il piacere della lentezza? Dove sono scomparsi i perdigiorno di un tempo, gli sfaccendati delle canzoni popolari, quei vagabondi romantici che dormivano sotto le stelle e vagavano per sentieri di campagna, di mulino in mulino? Sono svaniti insieme ai prati, alle radure, ai sentieri che la modernità ha inghiottito?
Un proverbio ceco descrive il loro ozio beato con una meravigliosa immagine: essi contemplano le finestre del buon Dio. Chi guarda le finestre del buon Dio non si annoia: vive. Nel nostro mondo, invece, l’ozio è diventato inattività, e l’inattività è una condanna: frustrazione, noia, la costante ricerca di un movimento che non arriva mai.
E così, in poche settimane, questi ragazzi mi hanno consegnato una verità che nessun libro mi aveva insegnato: che la lentezza, la condivisione e la contemplazione non sono lussi, ma parti essenziali della vita. E che dovrei imparare a custodirle, come si custodisce qualcosa di fragile e prezioso.














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