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Caschi Bianchi Cile

Colpi di coda del governo Piñera

L’ennesimo episodio di una politica repressiva e che non riconosce i diritti delle minoranze indigene e la speranza di un nuovo capitolo nella storia cilena, con l’insediamento del neo eletto presidente Boric che promette un cambio di rotta nella gestione delle tensioni tra lo stato cileno e la comunità Mapuche

Scritto da Carlo Mazzoleni, Casco Bianco in Servizio Civile con Apg23 a Valdivia

Il 15 febbraio scorso la Corte Suprema cilena ha revocato la libertà condizionale all’attivista mapuche argentino Facundo Jones Huala, accogliendo il ricorso presentato dal Ministero dell’Interno contro la decisione del Tribunale di Temuco del 20 gennaio di concedere tale misura.

Facundo Huala è il leader dell’organizzazione argentina Resistencia Ancestral Mapuche (RAM) e dal 2018 stava scontando nel carcere di Temuco una condanna di nove anni per incendio doloso e porto illegale di armi, in quanto ritenuto responsabile dell’incendio di una abitazione avvenuto nel 2013 nel latifondo di Pisu Pisue, nel comune di Río Bueno, causato da persone incappucciate ed armate.

Arrestato nel gennaio 2013 insieme ad altri attivisti mapuche, Huala era stato rimesso in libertà data l’assenza di prove concrete a suo carico e, temendo che le autorità cilene trovassero nuovi pretesti per condurlo in carcere, aveva fatto ritorno clandestinamente in Argentina. Arrestato nuovamente nel suo paese, il leader mapuche aveva chiesto di essere giudicato da un tribunale argentino, sostenendo che in Cile sarebbe stato sottoposto all’applicazione della legislazione antiterrorismo – ampiamente utilizzata in procedimenti a carico dei membri della minoranza indigena mapuche -, dalla quale discendono gravi restrizioni alle garanzie costituzionali di un equo processo. Tuttavia, dopo un primo rifiuto da parte delle autorità argentine, nell’agosto del 2018 la Corte Suprema argentina ha accolto la richiesta di estradizione da parte del governo cileno, e a settembre dello stesso anno Huala è stato trasferito in Cile e condannato per i fatti del 2013.

Varie associazioni mapuche ed organizzazioni per i diritti umani hanno contestato l’assenza di prove a carico di Huala e condannano la natura politica del processo a suo carico, così come del duro trattamento sanzionatorio. All’epoca dell’incendio per cui è stato condannato, l’attivista mapuche si trovava in Cile per offrire sostegno e solidarietà alle comunità mapuche cilene che protestavano contro la costruzione di due centrali idroelettriche sul fiume Pilmaiquén. Tali opere avrebbe causato l’inondazione di terre dal grande valore culturale e spirituale per le comunità mapuche della zona, oltre che rappresentare una grave minaccia per l’ambiente e l’economia locale.

La decisione della Corte Suprema di ordinare il ritorno in carcere di Huala è stata accolta con soddisfazione dall’uscente governo, che ha recentemente dichiarato come il leader mapuche sia ad oggi latitante e ricercato, non essendosi presentato al carcere di Temuco a seguito della revoca della libertà condizionale.

L’episodio che riguarda Facundo Huala è emblematico della politica di repressione attuata negli ultimi anni dal governo del Presidente Piñera nei confronti delle comunità mapuche che reclamano il rispetto dei propri diritti territoriali, sociali e culturali. In particolare, il governo ha attuato una crescente politica di militarizzazione delle terre ancestrali mapuche, come dimostra la dichiarazione dello stato di emergenza costituzionale in alcune provincie in cui le comunità indigene chiedono maggiore autonomia politica ed economica, protestando contro lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali del territorio a scapito dell’ambiente e delle popolazioni locali.

Il ricorso del governo contro la decisione del Tribunale di Temuco di rimettere in libertà Huala potrebbe essere uno degli ultimi atti di tale politica repressiva: l’11 marzo 2022 si è infatti insediato il neoeletto Presidente Boric, il quale ha promesso un cambio radicale nella gestione conflitto tra Stato cileno e comunità mapuche, dichiarando di credere che l’unica maniera per risolvere le tensioni sia la via del dialogo e del riconoscimento costituzionale dei diritti delle minoranze indigene, ad oggi completamente assenti nella Costituzione cilena.

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