Caschi Bianchi Cile

L’ARTE DELLA PAZIENZA

Tra cambi di piani, formazione e casa famiglia, Martina ci racconta le dissonanti sensazioni che l’hanno accompagnata nei suoi primi mesi di Servizio Civile, fino a qualche giorno fa, quando finalmente è partita per il Cile, dove ora sta vivendo i suoi primi giorni di servizio civile all’estero

Scritto da Martina Frau, Casco Bianco in servizio civile con Apg23 a Valdivia

Un’attesa estenuante, carica di fiducia, desiderio, volontà, e di immagini vagamente accennate di me stessa proiettata in un’altra dimensione. Ma non c’è niente di nitido, c’è quasi la paura di dire a voce alta “presto partirò”, perchè gli intoppi sono stati numerosi, e c’è sempre il timore che ce ne sia un altro dietro l’angolo.

Però eccomi qui, Casco Bianco in partenza per il Cile, con quasi il biglietto in mano, ancora non pienamente raggiante, ma con il sentore che quel nodo si sia sciolto una volta per tutte.

Il periodo pre-partenza è stato un universo di sensazioni che non si possono sintetizzare, perché troppo discordanti, puntualmente annullate dall’impatto dell’avvenimento successivo.

In un momento storico così spento, la notizia della partenza per il Cile mi ha fatto volare: carica di entusiasmo, ho sentito quanto fosse l’unico sbocco, la vera ancora di salvezza. Ed è con tutta l’energia regalatomi dall’occasione che mi sono interfacciata al primo mese, quella della formazione, che mi ha colpito per la profondità di certi momenti e insegnamenti, e per la bellezza nell’incontrare compagne e compagni così pieni di talento e fulgore, con i quali sintonizzarsi è stata la cosa più naturale.
La formazione ha anche avuto l’effetto di darmi uno slancio ulteriore: sentivo di aver toccato le corde necessarie e che la mia partenza doveva essere immediata. Le cose non sono andate come desideravo: sono stata trasferita in una struttura in Italia, precisamente in una casa-famiglia in Lunigiana, in attesa della riapertura delle frontiere, prima, e dello sblocco delle partenze, poi.

Infatti, inizialmente, il tempo di appoggio stimato era di massimo due settimane, ma con il tempo i problemi si sono moltiplicati, e tutti noi siamo entrati in questo stato di limbo a volte carico di speranza, altre di rassegnazione.

La frustrazione che mi ha accompagnato giorno per giorno non mi ha impedito di vivere in pienezza la nuova vita nella quale mi sono immersa, con tutti quei nuovi volti e quelle storie spesso così toccanti. Il timore di sbagliare dei primi giorni mi ha abbandonato prima ancora di prenderne consapevolezza, perché l’accoglienza e l’apertura delle persone intorno a me mi hanno ben presto dato una piacevole sensazione di serenità. Al mio arrivo, il sentirmi rispondere “beh, quello che si fa in famiglia!” alla richiesta di quali sarebbero state le mie mansioni, mi ha sorpreso e fatto ripromettere di rallentare e di entrare con delicatezza: la pretesa e volontà di essere capace, di poter essere d’aiuto sin dal primo momento, è calata per vivermi una bella esperienza di condivisione con naturalezza.

E rieccomi nel presente, scrivo e sono nervosa, molto più di prima, e ammetto che il continuo cambio di piani mi ha fatto perdere il fervore iniziale, però l’idea che si concretizzi la tanto agognata partenza mi fa ancora tremare un po’.

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