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Caschi Bianchi Sri Lanka

Cambio di valigia

Come la formazione pre-partenza ha cambiato la mia percezione di Casco Bianco

Scritto da Paolo Molteni, Casco Bianco a Ratnapura con Apg23

Eccoci qui, ormai ci siamo. Tra poche ore l’aereo che partirà per lo Sri Lanka mi porterà a iniziare questa esperienza di servizio civile come casco bianco, che serba già alla partenza così tante sorprese. Ma è giusto dire che la partenza inizi da qui? Più ci penso, meno ne sono convinto.

Da sempre pensata come momento fondamentale, come rito di passaggio in cui bisogna lasciarsi alle spalle qualcosa per poter affrontare il nuovo – che sia un’avventura, un lavoro da un’altra parte del mondo, un momento di relax o uno svago. Ma se si concepisce in questo modo, la partenza è già, probabilmente, all’inizio della formazione.

Esatto, la formazione. Un’esperienza incredibile. Durante questo mese ho incrociato così tante traiettorie di vita, ho visto così tante persone della mia età che per i più disparati motivi hanno deciso di mettersi in gioco. Un mosaico di storie, tutte interessanti, tutte valevoli di essere ascoltate. Si è formata una bella atmosfera all’interno di questo gruppo, nonostante la distanza imposta da questa pandemia – o forse potrei dire anche grazie ad essa. Una vera lotta, sin dal principio, sin dalle basi. Doversi trovare tutti i giorni senza mai vedersi veramente, essere in contatto a distanza, costruire legami fatti di microfoni che non vanno, connessioni che saltano, volti in webcam che spariscono. Eppure quando poi ci si è trovati, quella settimana a San Marino, sembrava di essere un gruppo di amici che si conosce da anni. Ognuno partito con una propria motivazione, tutti mossi da uno stesso obiettivo. Ecco, se mi dovessero chiedere cosa mi porto dietro per questo viaggio, la prima cosa che senza dubbio direi di aver messo in valigia sono loro, una manica di ragazzi che, per citare De André e la sua Smisurata Preghiera, hanno deciso di viaggiare “in direzione ostinata e contraria”. Già, perché in un mondo come il nostro, atti di gentilezza gratuiti sono visti sempre più come sovversivi, e allora non posso pensare a loro senza che la mia mente richiami la “preghiera” che De André dedicava a questi viaggiatori:

Ricorda Signore questi servi disobbedienti
Alle leggi del branco
Non dimenticare il loro volto
Che dopo tanto sbandare
È appena giusto che la fortuna li aiuti
Come una svista
Come un’anomalia
Come una distrazione
Come un dovere.

Ma se i miei compagni di avventura, se gli altri caschi bianchi occuperanno una bella fetta della valigia, insieme a loro ci saranno tante altre piccole gemme che custodirò con cura. Queste settimane di formazione, infatti, mi hanno aiutato a mettere in ordine la mia mente – o a incasinarla ancora di più, non mi è ancora chiaro. In un mese di conoscenze con formatori, caschi bianchi degli scorsi anni, altri volontari, infatti, le mie aspettative su ciò che avrei dovuto realizzare con la mia partenza sono state completamente scombussolate. “Parto per ridare al mio amato Subcontinente indiano una piccolissima parte di quello che mi ha dato lui in questi anni”, era il mio obiettivo iniziale, il motivo che mi aveva spinto a partire. Eppure, in quello che inizialmente sembrava un bell’intento per una bella esperienza, oggi non riesco a leggere null’altro che una visione idilliaca di un qualche eroe classico che vuole andare a salvare qualcuno dalla sua situazione. Ma io non sono un salvatore: non lo sono mai stato, non lo sarò e questa esperienza non servirà a questo. E così nella mia mente risuonano tre frasi, lapidarie, che mi hanno fatto cambiare la prospettiva in maniera radicale.

“Spero che non andiate a fare una bella esperienza”. Così aveva esordito Monica, la referente dell’Operazione Colomba in Colombia. Non sarà una esperienza da cui dovremo tornare con qualcosa di bello, ma con un qualcosa che ci avrà fatto cambiare prospettiva sul mondo. Ed ecco allora che nell’osservazione attenta di quello che succederà attorno a me, nel dare me stesso attraverso piccole azioni di nonviolenza quotidiana, dovrò provare a trovare quell’armonia che sappia mettere insieme la mia prospettiva a quella dell’altro.

“Dovete imparare ad affidarvi agli altri”. Questa frase non so quante volte l’ho sentita nel corso della formazione. Il fidarsi, l’affidarsi, sono questioni molto importanti al giorno d’oggi. Per citare un’altra canzone di De André, “senza la mia paura, mi fido poco”: ecco, questo modo di vedere il mondo è sempre stato centrale nella percezione dell’altro che ho avuto. Questo anno di servizio civile diventerà, almeno in parte, fondamentale sotto un altro punto di vista: dovrò trovare il coraggio di accettare che non posso controllare tutto quanto, che certe cose devono accadere anche se non lo desidero, e trarre insegnamento da tutto questo. Così, se una delle mie più grandi paure prima di partire è che non so se sarò in grado di rendermi veramente utile, il mio affidarmi agli altri servirà anche a questo: capire la strada insieme ai ragazzi con cui condividerò il percorso; affidarmi al consiglio di chi è più esperto di me; confidarmi con le mie due compagne di viaggio, creare un gruppo reale. Insomma, in una sola parola, fidarmi.

Ed è proprio in quest’ottica, allora, che prende senso ai miei occhi la terza frase, una delle ultime sentite durante la formazione. “I veri missionari sono loro, io sono l’accompagnatrice, loro aprono le strade.” Con questa frase così semplice ma al tempo stesso impattante, Giovanna, la nostra responsabile in Sri Lanka, ci ha parlato del rapporto che aveva con i ragazzi che stanno in struttura. È con questo spirito che voglio provare ad iniziare questa esperienza di vita. Mettermi a disposizione, fare da accompagnatore senza la presunzione di credere di aver capito subito tutto quanto. Nell’osservare gli altri, cercare di immedesimarmi in loro continuando a considerarli non come persone che necessitano del mio aiuto, ma come liberi individui che con le loro capacità possono raggiungere piccoli e grandi risultati.

In questo modo, senza ancora essere partito, ecco che ho già dovuto fare un cambio sostanziale nella mia valigia: non sarò io a “restituire” qualcosa agli altri, ma dovrò cercare di costruire insieme qualcosa di valore; solo così potrò tornare diverso, cambiato. Non un ridare, ma uno scambio fruttuoso per entrambe le parti. Diventare un individuo in rapporto con altre persone, sempre pronto a mettersi in discussione e cercando di arricchire sé stesso e gli altri. Ed ecco che con questa valigia sono pronto a partire: non so ancora come andrà, non so se i miei timori verranno confermati o spariranno. Ma, se non esiste viaggio senza frontiere, ecco che le prime che dovrò superare saranno proprio le mie.

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