Corpi Civili di Pace Ecuador

Ecuador, case e migranti ai tempi del coronavirus

Se è vero che di fronte al virus siamo tutti uguali, è altrettanto vero che è in momenti come questo che le disuguaglianze diventano più evidenti.

Scritto da Eleonora Lugli, Corpo Civile di Pace con Focsiv a Quito

Servizio sanitario e funerario al tracollo. Salme che restano in casa per giorni e giorni nell’attesa che qualcuno le vada a prendere. Bare di cartone per coloro che non si possono permettere di meglio. Corpi avvolti in sacchi di plastica e lasciati per strada per evitare che sotto i 35/36 gradi di Guayaquil la decomposizione renda ancor più difficile la vita per chi resta.

E’ dopo una notte passata in questo silenzio assordante che abbraccia Roma e tutta l’Italia che leggo queste notizie. Quando nemmeno tre settimane fa, mentre prendevo il caffè un normale sabato mattina a Quito, mi è stato detto che noi Corpi Civili di Pace dovevamo rientrare, del Covid19 in Ecuador quasi non si parlava. Nonostante l’Organizzazione Mondiale della Sanità avesse già dichiarato la pandemia. Secondo le stime ufficiali, i morti erano una ventina – il primo confermato solo il 13 marzo – i contagi poco più alti. Nell’ufficio centrale di HIAS[1], l’organizzazione che lavora per e con i migranti con cui stavo collaborando, erano più che soddisfatti per aver messo l’amuchina all’ingresso e fuori dai bagni. Al mio tentativo di far notare che le misure di prevenzione e sicurezza dovevano essere ben diverse – visto l’aggravarsi in maniera esponenziale della situazione in Italia – ricordo ancora gli occhi con cui i colleghi mi hanno guardato, solita esagerazione all’italiana pensavano. In fondo, come dargli torto? Non è una novità quanto ci piaccia sottolineare più volte i concetti, usando mani e braccia per farci capire meglio e magari alzando anche un po’ il tono di voce, a volte.

E invece no. Non questa volta. Non erano drammi e non erano esagerazioni. L’Ecuador, quel piccolo Paese schiacciato tra le meraviglie latine del Perù, del Brasile e della Colombia, quello stesso piccolo Paese che è stato la mia casa negli ultimi otto mesi e che come tale ho amato e a volte odiato – come sempre capita quando si parla di Casa con la C maiuscola – in sole 3 settimane si è trasformato in uno dei maggiori focolai di Coronavirus dell’America Latina, secondo solo al Brasile.

Ad oggi, secondo le stime ufficiali – che certo non sembrano combaciare con le notizie che arrivano in questi giorni – il campione analizzato è di 12.386 persone, 3.747 i casi positivi, 5.137 i casi sospetti e 191 i morti[2]. Non sono poi cifre così alte, abituati ormai come siamo ai numeri italiani sul contagio. Per renderci conto però della situazione in cui si trova il Paese basta pensare che il Ministro della Salute si è dimesso, poiché contrario alla gestione dei fondi per l’emergenza. Inoltre, l’autorità sanitaria non è in grado di effettuare tamponi su tutti i casi sospetti e per questo motivo verifica solo i casi in cui i sintomi sono già chiari ed avanzati e, secondo quanto dichiarato dagli addetti stessi, le chiamate al numero di emergenza sanitaria sono triplicate nell’ultima settimana. Lo stesso vale per il numero dei defunti.

Gli amici che ho lasciato a Quito continuano a ripetere che le persone non hanno ancora capito la gravità della situazione e in molti escono di casa nonostante lo stato d’emergenza e il coprifuoco in vigore ormai da tre settimane tutti i giorni dalle 14 alle 06 – il secondo in sei mesi, dopo quello dichiarato dal presidente Lenin Moreno durante le proteste che hanno scosso il Paese in ottobre. Parlando poi con un collega, alla mia richiesta di chiarimenti sulle notizie che arrivano da questa parte di mondo, mi è stato risposto che: “Non sono così reali. Polizia e Stato stanno agendo bene”.

Ma se anche fosse vero che polizia e Stato stanno agendo bene per proteggere i cittadini ecuadoriani, che ne è delle migliaia di persone migranti o richiedenti asilo che non hanno una casa dove restare, che non hanno accesso al servizio di sanità pubblica e non sono affiliati all’IESS – ovvero l’assicurazione sociale dei lavoratori – e che si guadagnano da vivere giorno per giorno, lavorando principalmente in strada? Che ne è di tutte quelle persone che stavano attraversando le frontiere e sono rimaste bloccate al confine quando il 16 marzo Lenin Moreno ha chiuso gli ingressi nel Paese e ha predisposto, tra le altre cose, il blocco totale dei trasporti? Chi monitorerà adesso il comportamento delle forze di polizia e di sicurezza in un Paese dove sappiamo il livello di corruzione essere altissimo?

Se non fossi dovuta tornare in Italia, oggi sarei ancora in Ecuador, a Quito, e a quest’ora sarei seduta alla stessa scrivania, davanti allo stesso computer, nello stesso ufficio in cui sono stata da luglio a metà marzo. Anzi no, se non avessi dovuto lasciare tutto in poco più di 48 ore, oggi sarei sicuramente a casa, in quella casa rosa con vista sul vulcano di cui già vi avevo parlato mesi fa, poco dopo il mio arrivo a Quito e starei molto probabilmente facendo qualche lavoro per HIAS. Se non fossi tornata, mancherebbero ancora quasi tre mesi alla fine del mio progetto e continuerei a pensare – cosa che mi succedeva già da un po’ – che questi tre mesi lì mi servivano tutti, per tirare le somme di tante cose, per capirne tante altre e, ancor più importante, per farmi ancora un sacco di domande. Questi tre mesi da vivere lì sentivo di volerli tutti e, quando questa possibilità mi è stata portata via, mi sono sentita persa e allo stesso tempo arrabbiata.

Oggi invece sono qui, a Roma, a casa mia, in attesa di sapere se il nostro progetto verrà riattivato o meno e, se sì, con quali modalità. Ogni notte ascolto questo silenzio che per me urla e, devo ammettere, fa un po’ paura, anche se allo stesso tempo mi fa pensare che siamo tutti vicini, uniti in questo momento, in un modo forse particolare, ma insieme. Ogni mattina casa mia ha l’odore della moka e anche questo mi fa pensare che sarà così nella maggior parte delle nostre case, perché sono pochi quelli ancora costretti a scappare di corsa al lavoro. E ai molti amici che mi chiedono come sto, riesco solo a rispondere che sto bene, mi sento fortunata, non ho voglia di lamentarmi di nulla, perché non mi manca niente e, se sento la necessità di qualcosa che non ho, posso facilmente trovarlo.

Nel frattempo però, dopo mesi passati a fare ricerche e ad analizzare dati riguardanti le migrazioni in Ecuador, numeri dietro i quali si nascondono storie di persone e di famiglie venezuelane e colombiane alla ricerca di una nuova vita e di un reale inserimento economico, lavorativo e sociale, è a loro che penso. Perché se è vero che di fronte al virus siamo tutti uguali, è altrettanto vero che è proprio in momenti come questo che le disuguaglianze diventano più evidenti.

Soy una raya en el mar
Fantasma en la ciudad
Mi vida va prohibida
Dice la autoridad

Manu Chao – Clandestino

https://www.youtube.com/watch?v=I0PjuPu78rQ

[1] Sito Ufficiale HIAS Ecuador, Hebrew Immigrant Aid Society, http://hias.org.ec/

[2] World Health Organization, Actualización de casos de coronavirus en Ecuador

https://who.sprinklr.com/

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