Cile Corpi Civili di Pace

Brandon Huentecol, Cile

La famiglia di Brandon chiese di condannare l’ufficiale per tentato omicidio e condotta illegittima, accuse che avrebbero previsto una detenzione di vent’anni. La sentenza fu emessa il 18 gennaio di quest’anno e l’ufficiale Riveira Silva fu condannato per reato minore da scontare con appena tre anni di detenzione in libertà vigilata.
Ce lo raccontano Francesca, Sofia, Ilaria e Nicolò, Corpi Civili di Pace a Valdivia, in Cile, grazie all’incontro con Ada Huentecol, la mamma di Brandon

Scritto da Francesca Ferri, Ilaria Fontana, Sofia Di Vincenzo e Nicolò Faggion, Corpi Civili di Pace con Apg23 a Valdivia

Ada Huentecol è una giovane donna Mapuche, madre di quattro figli. Fece ritorno insieme al marito nella sua comunità di origine dopo aver vissuto alcuni anni a Santiago.

Il suo viso trasmette innocenza, il suo tono di voce tanta bontà.

Capiamo dai suoi racconti che prima del dicembre 2016 la sua famiglia ha sempre vissuto in pace nonostante la loro casa si trovi a Curaco, nella Regione di Araucania, in una delle zone più militarizzata del Cile. Proprio in quest’area si verificano molti scontri tra forze armate e componenti delle comunità Mapuche che sono coinvolti in un processo di “recuperazione territoriale”, ma la famiglia di Ada è sempre stata abbastanza estranea a tutti questi avvenimenti.

La loro vita cambiò completamente il 16 dicembre 2016.

Era una domenica mattina quando il figlio minore Isaia uscì a fare un giro con la bici nel quartiere. Arrivato nella strada principale, che si trova alla fine della sua via, si incontrò con un ufficiale di polizia che senza alcuna motivazione lo colpì facendolo cadere dalla bicicletta. Il ragazzo cominciò ad urlare il nome del fratello Brandon che si precipitò in suo soccorso. “Appena arrivato vidi che lo avevano immobilizzato al suolo, spinsi un carabiniere per cercare di aiutarlo ma mi colpirono con il fucile sulla schiena e mi buttarono a terra” affermò Brandon. Il nonno dei ragazzi, che vende bibite fresche all’angolo di quella stessa strada, richiamato dalle urla dei nipoti arrivò sul luogo dove erano già presenti altri 15 uomini delle Forze dell’Ordine. Tentò di capire cosa stesse succedendo supplicando gli ufficiali di rilasciare i ragazzi certo della loro innocenza. Non ricevendo alcuna risposta corse a chiamare il padre di Brandon. Allontanatosi udì uno sparo provenire dalla strada. Quando il padre e il nonno arrivarono all’incrocio trovarono Brandon a terra con alcuni cani che attirati dall’odore del sangue lo annusavano, mentre i carabinieri restavano immobili ad osservare la scena.

Il padre insistette fortemente per sapere chi fu a sparare, ma anche qui nessuna risposta. Dovettero perfino insistere affinchè i carabinieri portassero il ragazzo, ormai in fin di vita, all’ospedale, visto che l’ambulanza tardava ad arrivare. Brandon fu ricoverato un mese intero e sottoposto a 17 operazioni chirurgiche. Oggi nel suo corpo sono ancora presenti 80 pallini di piombo, troppo pericolosi per essere estratti perché alcuni molto vicini ai polmoni e ad altri agli organi vitali.

Ada ci raccontò dettagliatamente il momento dell’incidente e il terribile periodo che ne conseguì.

Dopo i lunghi mesi trascorsi tra ospedali e cliniche mediche arrivò il momento del processo giudiziario. La famiglia di Brandon chiese di condannare l’ufficiale per tentato omicidio e condotta illegittima, accuse che avrebbero previsto una detenzione di vent’anni. La sentenza fu emessa il 18 gennaio di quest’anno e l’ufficiale Riveira Silva fu condannato per reato minore da scontare con appena tre anni di detenzione in libertà vigilata.

Ada è molto scossa mentre ci racconta tutto questo, nei suoi occhi si percepisce molto rammarico, ma anche tanta rabbia. Si capisce in pochi istanti che questo incidente ha cambiato la sua vita per sempre, quella di suo figlio e di tutta la sua famiglia. Ci ripete più volte che si sentono derisi da questa sentenza e non protetti come cittadini di questo paese, anzi, si sentono minacciati da quelle stesse autorità che dovrebbero tutelarli.

“Per noi Mapuche non esiste giustizia” conclude con la voce rotta dal pianto. È per questo che Ada oggi ha deciso di reagire, pretende sia fatta giustizia per i gravi danni che sono stati recati a suo figlio, sia fisici che psicologici, pretende inoltre che siano riconosciuti i suoi diritti di cittadina Mapuche ed è disposta a lottare per questo.

Quel giorno ci incontrammo con lei in un terreno che si trova proprio affianco a casa sua, oggi questa terra è di proprietà di un impresario cileno, ma originariamente apparteneva al popolo Mapuche. Lei, con l’appoggio dalle comunità limitrofe, ha deciso di occuparlo – o meglio “recuperarlo” – come dicono i Mapuche. Il suo desiderio è di costruirci una Ruka ( il tipico capanno che nell’antichità veniva utilizzato come casa), e creare uno spazio collettivo dove poter coltivare e allevare animali.

Ascoltando la storia di Ada, e pensando ad altre tragedie simili che stanno toccando molte famiglie Mapuche, ci pervade un senso di impotenza. Qui in Cile gli atti di violenza verso la popolazione indigena molto spesso non vengono puniti. A maggior ragione è per noi importante vedere che Ada non si sia rassegnata, ma che stia trovando la forza per lottare in modo che sia fatta giustizia. Una forza che è esplosa nel momento in cui gli stava per essere sottratto ciò che è più prezioso per una madre

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