Caschi Bianchi Kenya

KENYA 2019

Luca ci racconta il suo arrivo in terra keniota… l’impatto di un giovane “mzungu” – bianco – con una realtà cruda e piena di contrasti: dalla caotica e torrida Nairobi, dove la povertà estrema di molti vive accanto al lusso sfrenato di pochi, alle sterminate baraccopoli in cui è nata una casa di accoglienza per minori, luogo di riscatto e speranza.
Un “discreto calcio sulle gengive” che porta ad interrogarsi e a mettersi in discussione!

Scritto da Luca Giovannini, Casco Bianco con APG23 a Nairobi

In logica si parla di contraddizione quando si identifica una proposizione con il suo contrario, 14 lettere che qui in Kenya, tra Nairobi città e le baraccopoli di Congo e Soweto, rappresentano concretamente qualcosa, qualcosa di talmente tangibile da essere quasi percepito come uno scontro fisico, un discreto calcio sulle gengive.

Appena sceso dall’aereo al Jomo Kenyatta International Airport, l’odore, il sapore dell’aria è già diverso, diverso dall’aria della mia Bassano del Grappa, tutto è così strano, torbido: è il caldo rovente del Kenya.

Usciti dall’aeroporto, in pochi minuti si è dentro la urban jungle, dove nel caos assordante dei veicoli e della gente, attraverso il fumo dei gas di scarico e quello dell’immondizia che brucia, si fa fatica a connettere con la realtà, impossibile è capirci qualcosa in questo delirante via vai.

Simone, il nostro OLP, che è venuto a prenderci, cerca di introdurci a ciò che ci aspetta, ma la varietà delle cose che vedo fuori dal mio finestrino mi rendono inabile all’ascolto e penso solo a quanto sia tutto follemente frenetico intorno a noi. Il disagio di molti, moltissimi e il lusso di pochi, ecco un contrasto per eccellenza qui a Nairobi, del quale ti puoi accorgere dopo pochi minuti; questo scontro sociale accompagnerà per interno la nostra esperienza, presumo, come spettatori, maggiormente, ma a volte anche come attori, in quanto “bianchi e ricchi “, a priori, così dicono.

Arrivati in struttura un’orda di bambini ci assale accentuando il nostro stato di stordimento, ci mitragliano di domande di tutti i generi, sei al centro dell’attenzione, tu sei la novità del momento e poi sei un “mzungu“, che significa “bianco”, sei una brillante opportunità, sei un po’ l’identificazione del successo che tutti sognano, ma sei anche il demone dello sfruttamento.

La realtà che abbiamo di fronte è incredibilmente cruda, spaventosamente feroce e tristemente autentica tanto quando fittizia a tratti.

Questi ragazzi hanno scritto in faccia, negli occhi, il loro passato, un passato farcito di rinuncia e sofferenza, di sangue e polvere, e stringono fortemente tra i denti il loro futuro, guai a toccarglielo, un pugno di sogni.

Simone ha messo in piedi qualcosa di veramente unico, una realtà che accoglie giovani e giovanissimi direttamente dalla strada, ma non solo, anche minori che provengono da situazioni a livello famigliare e sociale difficili, li nutre nel corpo e nella mente, li manda a scuola, condivide con loro tutto e loro tutto con lui, a volte penso che l’unica cosa da Italiano bianco che gli sia rimasta sia la pelle, e l’amore per la cucina della sua Bologna.

La fragilità di questi piccoli uomini, nonostante la violenza con la quale richiamano la tua attenzione, nonostante la ferocia degli scontri tra loro e nonostante la costante rabbia che li pervade, la percepisci quando hanno solo il desiderio di essere abbracciati, si avvicinano a te, timidi, stranamente mansueti, non te lo chiedono e tu non puoi fare altro che stringerli e pensare, perché io lo penso ogni volta, ogni istante qui, che questo è un mondo profondamente ingiusto.

Poi c’è la strada, mercoledì e venerdì, appuntamento fisso ore 10.30am, gli “street-boys” ci aspettano li al campo da calcio dietro la scuola elementare, bottiglietta piena di colla infilata sotto ai vestiti, rigorosamente putridi ed appiccicosi.

Quelle quattro cinque ore che passiamo con loro giocando a calcio, disegnando, chiacchierando e mangiando metterebbero mentalmente e fisicamente alla prova tutti ma diamo tutto noi stessi e Deno, 11 anni, uno di loro, ora da più di un mese qui con noi  ha iniziato la scuola ed è il più bravo, ride ed è felice, questa è la gratificazione più grande, questo è un assaggio di giustizia.

Deno è uno dei tanti che passano e sono passati qui al G9, uno dei tanti fratelli di questa grande famiglia di persone che desiderano riscattarsi.

Il “G9” abbreviazione di Gate numero 9, indirizzo civico originale di dove iniziò questo progetto.

Questa struttura è una grande casa di legno, è un punto di rifermento per tutti i vicini, è un parco giochi, è una salvezza per tanti, è un luogo di lavoro, è un assaggio di Italia in Kenya, ma fondamentalmente è una speranza concreta, una speranza di un mondo più giusto.

Questi ragazzi rappresentano chiaramente la contraddizione perché da pietre d’angolo della nuova società che dovrebbero essere sono invece reietti, a margini e vittime inermi di una mentalità priva di morale, apatica ed opportunista.

Tanti altri sono i contrasti di tutti i giorni, dalle più piccole cose del quotidiano alla psicologia di massa che volente o nolente influenza tutti, psicologia di massa perché il concetto di comunità e condivisione qui è molto ma molto sentito, con i suoi pro ed i suoi contro, ma comunque è molto forte il senso di appartenenza.

Scontro fondamentale qui tra filosofie di vita, tra l’ottica europea lungimirante della quale sono volontariamente o involontariamente figlio e rappresentante, e il vivere alla giornata tipicamente africano, un attaccamento rigido al presente che ogni giorno mi fa pensare molto, per il quale ho già seriamente messo in dubbio le mie origini, i miei punti saldi sul “domani“.

Questi sono stati solo 30 giorni e dopo un mese le cose non sono cambiate e non sono affatto meno dure ma sono un po’ meno stordito, conosco quale parola di swahili e qualcuno ha smesso di chiamarmi “mzungu”.

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