Caschi Bianchi Georgia

L’eco degli eco-migranti | The unheard echo of eco-migrants

Scritto da Arianna Benesso, Casco Bianco con Apg23 in Georgia

Eco-migranti in Georgia, il IV Forum: “Rispondere alle sfide della migrazione ambientale: il reinsediamento come strategia a breve termine” organizzato da Europe Fundation a Tbilisi, raccontato da Arianna, Casco Bianco a Batumi.

“Quello degli eco-migranti è un problema che si è accumulato e ingigantito durante gli anni. I servizi dovrebbero essere garantiti a tutti equamente indipendentemente dalla posizione geografica. Sono sicuro che se Tbilisi fosse colpita da una catastrofe naturale, tutti quanti si prenderebbero la questione a cuore” è questa una delle provocazioni pungenti che Archil Khakhutaishvili, Direttore Esecutivo della ONG Institute of Democracy, ha lanciato ai rappresentanti del Governo georgiano durante il IV Forum: “Rispondere alle sfide della migrazione ambientale: il reinsediamento come strategia a breve termine” organizzato da Europe Fundation all’Holiday Inn Hotel a Tbilisi il 1 febbraio 2017. La nostra organizzazione Comunità Papa Giovanni XXIII Georgia ha partecipato alla conferenza assieme a diversi rappresentanti della società civile georgiana. Il Forum è stato organizzato con l’obiettivo di dare suggerimenti ed esempi di pratiche virtuose ai rappresentanti del governo.

Per prima cosa è necessario capire che cosa si intende con il termine “eco-migrante”. Terremoti, valanghe e inondazioni sono alcune delle cause che possono costringere delle persone a lasciare la propria terra e a trasferirsi in un luogo più sicuro. Tecnicamente, si tratta di sfollati interni, ma la legge georgiana non riconosce loro questo status, per tale motivo è difficile quantificare quanti siano. Ciononostante, recenti dati del 2015 riportano che il numero degli eco-migranti in Georgia si aggirerebbe attorno alle 35.200 persone.

Per capire meglio la situazione, ci siamo rivolti a una serie di rappresentanti delle ONG georgiane e del Governo. CENN – Caucasus Environmental NGO Networks – ci ha informato che, nonostante l’assenza di un status legale, esistono due tipi di categorizzazione degli eco-migranti: la prima categoria comprende coloro la cui casa è talmente danneggiata da un evento naturale che non è più possibile abitarci, la seconda categoria invece riguarda quelle persone la cui casa non è danneggiata ma situata in un’area ad alto rischio di catastrofe naturale.

Secondo il decreto 779 del Ministero delle Persone Sfollate Interne dai Territoti Occupati, Reinsediamento e Rifugiati della Georgia, alle famiglie che rientrano nei sopracitati canoni di eco-migranti vengono offerti massimo 25000 lari, circa 9500 euro, per comprare un appartamento. È stato recentemente creato un data base elettronico che registra le richieste per accedere al progetto di ricollocazione delle famiglie, ogni richiesta riceve un punteggio che viene inserito in una graduatoria. Kote Razmadze, responsabile del Dipartimento per gli Eco-Migranti all’interno del Ministero degli Sfollati Interni dai Territori Occupati, Ricollocazione e Rifugiati della Georgia, durante il forum ha annunciato che le procedure di richiesta di un alloggio saranno semplificate in quanto “prossimamente sarà possibile fare domanda direttamente presso gli uffici pubblici locali e non solamente a Tbilisi”.

C’è un generale riconoscimento da parte della società civile georgiana dei progressi in materia di tutela degli ecomigranti. Secondo Khakhutaishvili (IoD) c’è stata un’evoluzione in positivo, “se dapprima le persone venivano ricollocate in altri villaggi senza poter scegliere, adesso grazie a questo decreto possono scegliere liberamente dove risiedere, solitamente scelgono di risiedere vicino a parenti e amici così da poter ricevere supporto”.

Ramaz Jincharadze, Viceministro della Salute e degli Affari Sociali nella repubblica Autonoma dell’Adjara ci ha informato che dallo scorso anno la Repubblica Autonoma dell’Adjara ha stanziato 3 milioni di lari all’anno per finanziare l’acquisto di case. In media sono state comprate 10 case all’anno da quando il programma è stato introdotto. Secondo il Vice Ministro, il programma continuerà finché tutti gli eco-migranti in Adjara non saranno reinsediati. Si è, inoltre, dimostrato fiducioso che per la fine di quest’anno tutti gli eco-migranti rientranti nella prima categoria in Adjara saranno trasferiti in una nuova casa: “Non sono a conoscenza del numero esatto di eco-migranti che appartengono alla prima categoria, ma ci sono circa 600 famiglie in Adjara che rientrano in almeno una delle due categorie”. Ha anche aggiunto che “se il numero di famiglie rimarrà invariato, la situazione sarà risolta nel giro di tre o quattro anni”. Gli eco-migranti non ricevono nessuna forma di aiuto sociale in termini di supporto psicologico né hanno accesso all’istruzione e nessuna attenzione speciale viene data alle persone con disabilità. Secondo Jincharadze “è importante in primo luogo dare a queste persone una sistemazione, solo dopo gli altri problemi possono essere presi in esame”. Per quanto riguarda le proteste degli eco-migranti in Adjara e nel resto del Paese, il Viceministro ha affermato: “Stiamo già facendo il massimo che possiamo fare”.

Tuttavia, la società civile georgiana non sembra essere così ottimisa come il politico adjaro. Durante il Forum, diverse ONG hanno sottolineato il fatto che gran parte dei problemi sta sia nella mancanza di un approccio olistico alla questione sia nelle complicazioni generate da una burocrazia miope. Ci sono stati casi dai risvolti kafkiani in cui famiglie non hanno potuto accedere a una dimora sicura, nonostante le proprie case non avessero né un tetto né un pavimento agibile, perché secondo la perizia tecnica, le abitazioni, avendo muri stabili, risultavano abitabili. Khakhutaishvili (IoD) ha anche sollevato la questione della migrazione di ritorno: in mancanza di integrazione sociale e occupazione nel contesto d’arrivo, un numero sempre crescente di famiglie decide di tornare alla residenza precedente, correndo il rischio di essere nuovamente vittime di una catastrofe naturale. Purtroppo, non c’è nessun tipo di monitoraggio dopo il reinsediamento: molto di frequente, le case comprate dal governo vengono rivendute dagli stessi beneficiari, perché questi non hanno altre fonti di reddito.

Se da un lato l’assenza di attività generatrici di reddito è un tema che lo stato non sta prendendo in considerazione, d’altra parte la società civile si sta facendo carico di questo problema. CENN qualche anno fa ha condotto un progetto pilota nel villaggio di Pirosmani nel Khakheti con l’obiettivo di generare opportunità di lavoro e favorire uno stile di vita sostenibile per 16 famiglie, tramite la realizzazione di giardini di albicocchi. A questo proposito, durante il progetto sono stati organizzati degli incontri formativi specifici di giardinaggio e di utilizzo del compost.
Al momento, l’associazione Young Scientists’ Union Intellect (Intellect) sta implementando un progetto biennale “Migliorare la situazione dei migranti nella regione dell’Adjara” che si concluderà a giugno 2017 con l’obiettivo di facilitare l’accesso al mercato del lavoro per questi eco-migranti. Il progetto ruota attorno a tre componenti: la prima riguarda training formativi per più di 20 diverse professioni; la seconda si basa sull’ accesso a micro-credito per iniziare attività commerciali o finanziare quelle già esistenti, come officine o panetterie; infine, la terza ha a che vedere con consulenze legali di carattere generale. Per accedere al progetto, i candidati devono presentare la documentazione che attesta il danno ecologico subìto dalla loro abitazione. Tra i beneficiari del progetto ci sono 25 famiglie che vivono in una baraccopoli a pochi chilometri da Batumi nella municipalità di Khelvache Uri.

La baraccopoli si chiama “Otsnebis Kalaki”, ovvero “La città dei sogni”, ma di idilliaco non ha proprio nulla. Qui vivono circa 3000 persone in baracche di fortuna costruite con materiali di recupero e le condizioni igienico-sanitarie sono scarsissime data l’assenza di una rete fognaria e di strade asfaltate. Parte del progetto prevede anche l’installazione di alcuni container provvisti di docce e di lavatrici. Uno dei rappresentanti di Intellect ha affermato: “Stiamo facendo quello che il governo dovrebbe fare: alla fine del progetto ci aspettiamo che i nostri beneficiari abbiano acquisito più consapevolezza dei loro diritti.”

La Comunità Papa Giovanni XXIII, che lavora da anni nella baraccopoli, conosce molto bene la situazione e regolarmente fornisce ad alcune famiglie selezionate cibo, medicine e pannolini. Inoltre, svolge attività di animazione e di insegnamento della lingua inglese.

Un’altra questione spinosa che riguarda la situazione degli eco-migranti è la mancanza di titoli di proprietà. Melud Vashahmadze, eco-migrante residente in una baracca a Otsnebis Kalaki, riporta in un’intervista ad una testata locale che il governo gli avrebbe assegnato una casa senza contratto e che quando il proprietario sarebbe tornato a reclamare la casa, lui sarebbe stato costretto a cercare riparo nella baraccopoli di Batumi. Tuttavia, durante la nostra intervista, il politico adjaro Jincharadze ci ha assicurato che questo è un problema del passato, “adesso, grazie al decreto 779, in pochi giorni le persone beneficiarie di una casa ricevono la relativa documentazione”.

Secondo alcune ONG come Intellect e CENN, uno dei maggiorni problemi è l’assenza di uno status legale per gli eco-migranti. Tuttavia, secondo Khakhutaishvili (IoD), lo status farebbe sorgere ulteriori problemi, poiché significherebbe stabilire non solo i requisiti di idoneità ma anche quando lo status dovrebbe decadere: “Dovrebbe decadere quando le famiglie ritornano al luogo d’origine o quando la loro situazione socio-economica è risolta? Invece di discutere sullo status legale, bisognerebbe dare alle municipalità locali più risorse finanziarie e mezzi per sviluppare competenze adeguate.” Tra le svariate raccomandazioni che IoD ha inviato al governo, ci sono quella di rafforzare la comunicazione tra il governo centrale e le municipalità locali passando da una forma di comunicazione verbale ad una per iscritto, e quella di fissare degli standard comuni per le persone vittime di disastri naturali.

A conti fatti, la questione degli eco-migranti sembra molto lontana dall’essere risolta. Sono molti i fattori che devono essere presi in considerazione, specialmente se si considera che circa 2000 famiglie in Georgia sono in condizioni di vulnerabilità o sotto rischio permanente di essere colpiti da una calamità naturale.

Il Forum a Tbilisi si è concluso con sorrisi e strette di mano come per ricordare a tutti i presenti che è necessaria una volontà politica congiunta coordinata con l’azione della società civile. Il nostro augurio è che dalle parole e dai convenevoli si passi ai fatti, cosicché la voce di coloro che hanno perso tutto non resti solo un’eco inascoltata.

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