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Bolivia Caschi Bianchi

Contraddizioni che fanno nascere domande

Marta sta svolgendo il suo Servizio Civile in un centro diurno dell’ass. Comunità Papa Giovanni XXIII a Camiri, in Bolivia. In questo articolo, condivide con noi le contraddizioni che ha vissuto in questi mesi e che continuano a darle spunti per nuove domande.

Scritto da Marta Bergamin, Casco Bianco Apg23 a Camiri

Fa un certo effetto guardare queste due foto una vicina all’altra. Fa ancora più effetto sapere che le due case si trovano a 5 minuti a piedi tra loro, vicino al centro diurno in cui abito, a Camiri. Questa è la contraddittorietà che respiro spesso qui, quella contraddittorietà che fa nascere domande ed interrogativi, quella disuguaglianza che fa inevitabilmente pensare al perchè c’è chi ha tutto, una casa lussuosa, un’auto nuova, chi può iscriversi all’università e viaggiare, e chi si costruisce un’abitazione con quel poco che ha, qualche lamiera, alcuni mattoni, chi vive alla giornata, non sapendo se e cosa mangerà alla sera, chi non può essere curato all’ospedale perchè non ha i soldi per pagare. E quando davanti ai tuoi occhi mancano davvero i bisogni primari dell’uomo, quando un bambino sporco ti guarda e ti vede così diversa e lontana da lui, allora si che rimani senza parole, che le domande diventano più grandi ancora.

È quello che succede con i ragazzi del centro diurno dove svolgo il mio servizio, cassetti pieni di storie troppo grandi per le loro giovani vite, storie di povertà non solo materiale, ma anche relazionale ed educativa. Ho visto le case solo di alcuni di loro, solo dal di fuori. Poco serve a dire che appartengono al secondo tipo, non al primo. Sono casette piccole, aggiustate come meglio si può, al cui interno vivono chissà quante persone tra bambini, ragazzi, zii, nonni, cugini, nipoti e chi più ne ha più ne metta. C’è molta confusione. Loro stessi parlano poco della loro vita familiare, forse per vergogna penso io. Vite disordinate, famiglie disgregate, bambini che crescono più con la compagnia dei fratelli grandi che dei loro stessi genitori. Eppure sorridono, giocano, condividono. Magari non tutti con lo stesso entusiasmo e la stessa curiosità, imparano e trasmettono la voglia di conoscere, fanno domande e cercano risposte.

Pochi giorni fa un ragazzo di 15 anni mi chiese se una ragazza potesse rimanere incinta a 13 anni. Gli risposi che da un punto di vista biologico questo poteva succedere e mi disse che una sua amica aspettava un figlio. Commentò di volerla aiutare economicamente: “Perchè è una mia amica”, disse. Mi venne il sospetto che non fosse proprio così, che la ragazza non fosse solo un’amica e che il futuro papà fosse proprio lui.

Queste sono le cose che, qui a Camiri, mi costringono a buttare giù la barriera dell’indifferenza, quell’indifferenza che mi fa girare dall’altra parte, quella che fa scattare pensieri caratterizzati da frasi come “poveretti, che sfortunati!”: poveretti un corno! C’è bisogno di guardare avanti, non indietro. C’è bisogno di partire dai loro sorrisi e dalle loro storie difficili per costruire qualcosa di più, una speranza, un progetto, una vita piena e bella nonostante tutto. Una casa può essere piccola, di pochi metri, con il tetto basso, ma se ogni giorno la curi, se prendi un seme, lo pianti e lo annaffi, domani nascerà un fiore e la tua casa sarà più bella, colorata e accogliente. Il bello e il difficile è insegnare a questi ragazzi che il pezzo rotto, la casa o la vita che sia, non è da buttare, ma è da curare. E’ così che “acquista un’inspiegabile nuova bellezza”.

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