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Bangladesh Caschi Bianchi

Nella comunità dei Tokai

Sulle strade di Dakka, grazie all’incontro con Padre Riccardo Tobanelli e la sua associazione, Enrico “scopre” il mondo dei Tokai.

Scritto da Enrico Fortunato, Casco Bianco Apg23

Negli ultimi giorni qui in Bangladesh, ho avuto modo e fortuna di incrociare sulla mia strada i Tokai. A dir il vero il mio primo contatto con loro è avvenuto pochi minuti dopo essere sceso dall’aereo in questo nuovo paese ed aver messo piede per le strade di Dacca. Allora sapevo avessero un nome, mi sono limitato ad identificarli generalizzando su di loro con la più facile delle conclusioni, con il concetto meno difficile da elaborare ed affrontare: “Sono bambini poveri in un paese poco sviluppato”. Così è più facile farsene un’abitudine mentale e visiva. Pochi perché e molte generalizzazioni, va anche di moda.

Sono stato ospitato da padre Riccardo Tobanelli, fondatore dell’Associazione Tokai Songho, insieme ai suoi ragazzi. Tokai Songho significa comunità dei Toaki.Volendo spiegare in poche e semplici parole i Tokai sono bambini di strada del Bangladesh e la loro età si aggira tra i tre ed i sedici anni. Ma è stato proprio l’incontro con loro, in prima persona, a “costringermi” a non poter utilizzare poche e semplici parole.

I Tokai sono bambini abbandonati che vivono sui bordi delle strade, tra una discarica e l’altra di Dacca, raccogliendo plastica, carta, lampadine, ferro, scarpe rotte o qualsiasi tipo di materiale che possa essere riciclato e che quindi abbia un qualche valore. Dire che vivono lungo le strade rimane ancora troppo semplicistico. Ancora più corretto, ancora più vero, è dire che sono figli della strada costretti a gestire la propria vita in condizioni di estremo degrado fisico ed ambientale, in un realtà sociale in cui è cancellato qualsiasi loro diritto, schiacciato dall’indifferenza, dallo sfruttamento economico e da abusi fisici e sessuali.

Oltre a dover sopperire al vuoto affettivo causato dall’assenza di una figura matera e/o paterna, si ritrovano a dover gestire fin da piccoli l’intera organizzazione giornaliera della propria vita, la propria sopravvivenza ai margini della società, con lo scopo unico di poter arrivre a fine giornata avendo un posto riparato dove dormire e qualcosa nello stomaco.
Ecco che molto spesso a causa di un pasto che manca da troppi giorni, per una malattia che non riesce ad andar via o a causa della irrefrenabile voglia di una sniffata di colla per addormentarsi più in fretta e senza pensieri, si trovano ad indebitarsi.
Così entrano in un circuito da cui è difficile uscire.
Il meccanismo Mi ricorda molto il sistema del debito nella tratta delle donne africane o dell’est in Italia: donne fatte schiave e costrette a prostituirsi per ripagare il proprio debito e per un padrone è più conveniente mantenere una persona in schiavitù a vita che permettere ad uno schiavo di liberarsi dal debito. E anche per i Tokai l’estinzione del debito è solo un’utopia.

L’associazione Tokai Songho ha l’impegnativo obiettivo di garantire a questi bambini una vita come quella di tutti i loro coetanei nel mondo: offrire loro un tetto, del cibo, la possibilità di andare a scuola e un’assistenza legale contro gli abusi e la schiavitù. A rendere ancora più simile ad una famiglia questa associazione è il fatto che ad aiutare oggi Padre Riccardo ci sono alcuni ragazzi ex Tokai, che sono cresciuti con lui dagli anni novanta.

L’altra incomprensibile faccia di questa realtà è che come alcuni hanno seguito Padre Riccardo in questo progetto, altri hanno preferito tornare lungo le strade perché seppur si tratti di una vita in condizioni disagiate e di schiavitù, è una vita in cui hanno la possibilità di fare ciò che fanno girovagando senza costrizioni, assaporando il senso di libertà, e forse ciò li fa sentire più padroni di loro stessi.

Sono davvero felice di essermi potuto immergere in questa realtà e aver convissuto con questi bambini e col senno di poi, tanto ‘bambini’ non mi sono sembrati. Come posso chiamare bambino un “uomo” di tre anni che si fa il bucato da solo, come posso chiamare bambina una donna di otto anni che consola la più piccola dei Tokai Songho perché le manca la mamma. Magari non sono così consapevoli di quello che questa associazione fa per loro, delle risorse che mette in campo, ma avere la certezza che c’è qualcuno che è sempre accanto a loro, un punto di riferimento, li rende più felici e più bambini.

Intervista a padre Riccardo Tobanelli, fondatore dell’Associazione Tokai Songho. Video di Enrico Fortunato.

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