Albania Caschi Bianchi

La sensibilizzazione: iniziative realizzate per stimolare l’approccio al fenomeno

L’intervento di Luca Giacani

Scritto da Luca Giacani, Casco Bianco Apg23 a Scutari

La traccia dell’intervento

Uno degli aspetti del progetto che ci ha visti partecipi in Albania ha riguardato il problema della sensibilizzazione, ovvero l’insieme di azioni volte a far crescere non solo la conoscenza del fenomeno presso la società albanese, ma soprattutto la volontà di partecipare al suo contrasto. Le attività di sensibilizzazione hanno riguardato adulti e bambini, con modalità differenti per risultare più efficaci possibili.

Premessa

Innanzitutto va premesso che in Albania circa il problema della gjakmarrja vige un quadro alquanto variegato: a Tirana ed al sud del Paese quello della gjakmarrja è un problema distante, che riguarda i montanari del nord ed il loro sistema di valori. Pochi se ne interessano poiché l’attenzione è tutta verso il progresso, ed i problemi più sentiti riguardano la criminalità, la corruzione, la cattiva politica e la violenza domestica (questi almeno i temi che si riscontrano più facilmente nei giornali locali). Da Lezha fino all’area di Scutari, di Tropoja e in generale delle montagne del nord invece la gjakmarrja è tema familiare, ma vige al riguardo una forma di omertà dettata probabilmente dalla paura di finire in faccende pericolose che riguardano altri. Nei giornali vengono narrati i fatti di cronaca nera perché fanno scalpore, ma non la situazione delle famiglie costrette a vivere rinchiuse in casa ne i loro diritti negati (anche perché c’è tutt’ora un certo grado di legittimazione sociale verso questa pratica per cui non ci si vuole inimicare il pubblico). Le istituzioni negano il fenomeno se filo-governative, lo accentuano se sono dell’area dell’opposizione, ma mai ne parlano di propria iniziativa. Le associazioni di bajraktar – riconciliatori locali – preferiscono il silenzio per poter lucrare sulla sorte delle famiglie, ed in questo modo contribuiscono a screditare gli unici soggetti che lavorano effettivamente per cercare di risolvere il fenomeno: le associazioni della società civile. Insomma, quello della gjakmarrja è un tema molto scomodo per tutti.

Le attività con i ragazzi degli Ambasciatori di Pace

Come previsto dal progetto io e la mia collega in quota Caritas Italiana ci siamo ritrovati a collaborare in maniera quotidiana con l’associazione locale degli Ambasciatori di Pace, che in passato si era occupata efficacemente di sensibilizzare e lottare contro molti dei problemi che affliggevano la società albanese, come la diffusione incontrollata delle armi nel periodo successivo ai disordini civili del 1997, la tratta delle ragazze, le dipendenze, la gjakmarrja stessa, ecc… In questo modo abbiamo potuto lavorare con una base di ragazzi, circa 200, già abituata a manifestare pubblicamente. La nostra innovazione ha riguardato soprattutto il metodo, che quest’anno è stato fortemente maieutico e partecipativo, coinvolgendo i ragazzi in tutte le fasi del lavoro, dalla definizione del messaggio da trasmettere alle modalità di attuazione e rappresentazione dello stesso, per abituarli a diventare cittadini attivi e per fornire loro strumenti per poterlo essere.

Anche per la compresenza del progetto DCNAN, l’associazione degli Ambasciatori di Pace ha scelto come tema di approfondimento annuale quello della gjakmarrja, con la realizzazione di 1000 calendari e 1000 brochure consegnati nelle parrocchie e nelle scuole, oltre ad una serie di incontri sul tema con i ragazzi in varie zone del paese. Grazie a questi incontri è stato possibile allargare la base dei ragazzi attivi ad alcuni gruppi di altre città del centro nord, oltre che ad un gruppo di 10 ragazzi sotto vendetta, quindi afflitti in prima persona dal problema della gjakmarrja. I ragazzi, con la nostra supervisione, hanno deciso di impegnarsi nella realizzazione di un flash mob (una manifestazione rapida e improvvisa, che ha lo scopo di shockare e incuriosire lo spettatore casuale), flash mob che è stato rappresentato in nove occasioni a Scutari, Lezha, Tirana ed in altre città del centro nord.

L’esito del flash mob è a mio avviso particolarmente positivo perché ottenuto attraverso un effetto a catena: dalla sensibilizzazione di un gruppo di ragazzi si è ottenuta la sensibilizzazione di altri gruppi di ragazzi che hanno cooperato tra loro e sono giunti alla sensibilizzazione di una vasta area del centro nord del Paese. Inoltre un altro grande risultato è stato il fatto che i ragazzi direttamente afflitti dal problema hanno manifestato in prima persona per i propri diritti, per la prima volta in vita loro, e sono ora inseriti stabilmente nel tessuto dell’associazione. Il tutto con un bassissimo dispendio di risorse economiche.

Altre attività di sensibilizzazione con i ragazzi sono state effettuate nel corso del campo estivo annuale degli Ambasciatori di Pace e attraverso i percorsi formativi realizzati nelle scuole dell’area di Lezha.

I campi estivi hanno visto la presenza di oltre 250 bambini, ragazzi e giovani dai 10 ai 23 anni che hanno partecipato, a seconda delle età, ai 3 turni del campo, 10% dei quali in una situazione di faida. Anche in questa occasione si è approfondito il tema del conflitto e del conflitto di gjakmarrja, fornendo ai partecipanti gli strumenti per rendersi parte attiva nella prevenzione e nella mediazione degli stessi. Inutile aggiungere che anche in questo caso l’esperienza è stata particolarmente significativa per i circa 25 ragazzi in autoreclusione, perché per molti di loro è stata la prima esperienza residenziale fuori casa, dove hanno potuto, in condizioni di sicurezza, vivere la libertà senza preoccupazione, socializzare con i coetanei, avere spazi di ascolto e confronto , conoscere alternative di vita fino ad assimilare contenuti specificamente inerenti alla gestione nonviolenta del

conflitto che li riguarda in prima persona. I percorsi nelle scuole sono nati invece da una proposta di Ilaria Zomer, accolta dal provveditore agli studi di Lezhe, di poter usufruire delle ore di educazione civica previste in calendario per poter trattare il tema del conflitto. Si è deciso così di partire con un progetto pilota per 4 scuole dell’area, scelte per la presenza di particolari problematiche legate all’alto numero di studenti provenienti dalle zone rurali delle montagne o da conflitti sul territorio, nonché dalla presenza di vere e proprie situazioni di gjakmarrja e di auto-reclusione di minori. Anche in questo caso la forma di conflitto scelta durante la didattica è stata proprio quella della presa del sangue. I percorsi didattici realizzati nelle scuole hanno permesso di mettere in luce una buona conoscenza del fenomeno da parte degli studenti e una spiccata sensibilità sul tema. In tutte le classi i ragazzi sono stati in grado di individuare i diritti umani violati dalla gjakmarrja e di ideare, a seconda dell’età e della sensibilità, possibili soluzioni al problema. Il tema della risoluzione nonviolenta del conflitto è stato particolarmente apprezzato dai ragazzi perché mai trattato nelle ore curricolari. I percorsi formativi nelle scuole si sono conclusi con una giornata di approfondimento a cui hanno partecipato 140 ragazzi delle classi aderenti al progetto e lo stesso provveditore agli studi di Lezhe, con il quale è sorta una proficua collaborazione. Ai ragazzi è stato anche somministrato un questionario che sarà oggetto di approfondimento da parte del comitato di ricerca.

In ultimo vorrei citare la marcia della pace realizzata a gennaio 2012, che seppur dal tono minore poiché ha coinvolto i soli sei villaggi coperti dall’attività quotidiana degli Ambasciatori di Pace e una decina di ragazzi sotto vendetta, ha rappresentato il banco di prova per l’applicazione del metodo maieutico poi utilizzato nella realizzazione delle successive attività. Anche in questa occasione i ragazzi dell’associazione si sono resi protagonisti attivi nella realizzazione delle attività.

Le attività con le altre associazioni

L’associazione degli Ambasciatori di Pace è parte attiva della rete, ancora informale ma non per questo meno attiva, di associazioni che combattono il fenomeno della gjakmarrja nell’area di Scutari e del nord Albania, e che rispondono al nome di Alleanza per la vita. A questa associazione prendono parte anche l’Operazione Colomba e la Comunità Papa Giovanni. L’attività della rete riguarda principalmente la sensibilizzazione sul tema, demandando alle singole associazioni l’attività di supporto diretto alle famiglie ed ai processi di riconciliazione. Le associazioni si riconoscono in primo luogo nel netto rifiuto verso ogni forma di sfruttamento o lucro della condizione degli assistiti. Entrando nel merito l’attività di sensibilizzazione si svolge attraverso una manifestazione a cadenza mensile nel centro di Scutari, di cui si fa promotrice l’Operazione Colomba, e di varie manifestazioni in tono maggiore in alcune date simbolo. Nel corso del nostro anno d’intervento ne sono state realizzate 2: una il 14 giugno in occasione della giornata mondiale della donazione di sangue (ed il collegamento è facilmente intuibile), l’altra lo scorso 8 ottobre, in occasione dell’anniversario dell’uccisione di uno dei fondatori della rete per gjakmarrja.

Le manifestazioni a cadenza mensile, realizzate nel centro della città, hanno avuto lo scopo di rompere il muro di omertà che circonda il fenomeno, di rendere edotta la popolazione circa la condizione delle famiglie colpite e di invitarla ad attivarsi concretamente. La partecipazione ha avuto un andamento in crescendo: se nel corso delle prime manifestazioni c’era una sostanziale indifferenza circa la nostra presenza, col corso dei mesi e con l’affinamento delle tecniche di manifestazione siamo riusciti ad attirare l’attenzione della cittadinanza, che più volte ci ha incoraggiato o ha preso parte, anche solo in maniera simbolica, alle stesse.

In merito alle due grandi manifestazioni realizzate per dare maggior risalto alla nostra attività va riportato come il corteo che ha attraversato la città fermandosi dinanzi alle istituzioni locali per chiedere la fine dell’omertà delle stesse riguardo il fenomeno ha attirato l’attenzione della stampa, e come il dibattito che ne è seguito ha permesso di portare in televisione la voce di un ragazzo in autoreclusione che ha chiesto alle istituzioni di intervenire concretamente. Da non sottovalutare il fatto che i cittadini di Scutari non sono abituati a manifestare per i loro diritti, forse lascito del regime comunista caduto solo 20 anni fa, e che si stanno progressivamente abituando a questa nuova forma di partecipazione attiva alla vita del proprio Paese.

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