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La lenta transizione della Georgia: tra retaggi della dittatura e le difficoltà di un domani da costruire

Incontro con Suor Loredana, responsabile Caritas per la Georgia occidentale, da 15 anni missionaria nel Paese.

Scritto da Claudia Sandri e Valentina Prati

Suor Loredana è una suora dell’ordine delle Piccole Figlie di San Giuseppe.
Insegnante alle classi medie di una scuola privata, nel 1996 le è stato proposto di portare la sua vocazione missionaria in Georgia. Ora è la responsabile della Caritas per la Georgia occidentale.
Suor Loredana è arrivata in Georgia il 4 Maggio 1996, a Tbilisi, assieme ad altre due suore. Al suo arrivo in nel paese, si trovò davanti un territorio fortemente segnato dalla guerra per l’indipendenza dall’Unione Sovietica, avvenuta nel 1991: le fabbriche chiuse, i vetri rotti, i serramenti arrugginiti e i muri bucati dalle pallottole trasmettevano un forte senso di abbandono. Le tre suore erano le prime religiose italiane che si recavano in Georgia. Durante gli anni del comunismo, erano rimaste nel Paese solamente due suore cattoliche a Tbilisi (che vestivano abiti civili e lavoravano in fabbrica) e un prete a Borjomi, che lavorava come barbiere in modo tale da non destare sospetti nelle autorità governative. È comunque probabile che i servizi segreti fossero informati della loro reale identità, ma ne tollerassero la presenza in quanto svolgevano con discrezione la loro attività religiosa.
Racconta Suor Loredana che nel 1996 a Kutaisi non c’era praticamente nulla tranne l’indispensabile per sopravvivere: verdure, pesce secco e pasta turca di pessima qualità. Non c’erano negozi e la gente barattava ciò che possedeva o vendeva quel che aveva in casa in modo tale da racimolare qualcosa di cui vivere. Nella prima estate del campo scuola del centro diurno non fu nemmeno possibile trovare un pallone con cui far giocare i bambini.

I progetti Caritas in Georgia Occidentale

A Batumi:

  • un dormitorio notturno per senza tetto;

A Kutaisi:

  • un centro diurno per minori, nel quale operatori locali assistono i bambini e i giovani nei compiti e in attività ricreative tra cui corsi di computer, inglese, italiano e falegnameria;
  • una mensa per i poveri che assiste a domicilio una sessantina di anziani, garantendo  anche assistenza sanitaria;
  • un centro per il controllo naturale della fecondazione (INER).

Durante il periodo comunista, le industrie di Kutaisi producevano seta e pezzi di macchinari agricoli. La città era prettamente industriale; i villaggi intorno erano improntati all’agricoltura, nonostante fossero abitati principalmente da persone anziane, poiché la maggior parte dei giovani si era trasferita in città per lavorare nelle fabbriche. Secondo i racconti degli abitanti del posto, Kutaisi in quel periodo era una città in crescita: lo stato comunista provvedeva a procurare un lavoro e una casa a tutti gli abitanti. In questo modo il livello di disoccupazione era al minimo, tutti avevano il necessario per vivere e nessuno era costretto a mendicare. Nulla sfuggiva al controllo dello stato comunista, che regolava ogni aspetto della vita quotidiana dei suoi cittadini. A nessuno mancava una casa e un lavoro, ma la libertà personale era fortemente limitata.

Molti furono i georgiani deportati nei lager russi per diversi motivi, tra cui quelli religiosi. Le persone non si sentivano libere di parlare per strada per paura di essere spiate e ascoltate e le abitazioni venivano recintate in modo tale che i vicini di casa non sapessero cosa vi succedeva all’interno.

Dopo il crollo del regime comunista, il Paese andò incontro ad una pesante crisi economica. I piani di produzione quinquennali programmati da Mosca per ogni paese dell’Unione Sovietica avevano reso i singoli sistemi industriali fortemente frammentati e dipendenti uno dall’altro: nel caso della Georgia, la produzione era concentrata su thè e agrumi (a Borjomi e nella regione dell’Adjara), pezzi di trattori e automobili, seta, acciaio e manganese (a Kutaisi e nei dintorni) che erano poi esportati nelle altre repubbliche dell’Unione.
Con la disgregazione dell’Unione Sovietica, l’economia georgiana si trovò ad affrontare la concorrenza dei prodotti occidentali. Il pregiato thè in foglie raccolto principalmente da manodopera femminile non resse contro la praticità del thè in bustina turco. Le fabbriche si trovarono costrette a chiudere perché, scollegate dalle altre repubbliche dell’Unione, non erano più in grado di produrre l’intero macchinario, con l’inevitabile conseguenza dell’aumento vertiginoso della disoccupazione.  Il numero di mendicanti crebbe a vista d’occhio e tutt’oggi alcuni anziani, che avevano lavorato sotto il regime comunista e che oggi percepiscono una pensione insufficiente, rimpiangono i tempi del comunismo dove tutti avevano il necessario per vivere.
Nel 1992, con l’indipendenza del Paese, venne eletto Eduard Shevardnadze come presidente della Repubblica di Georgia. Sotto il suo governo, la Georgia passò undici anni di immobilismo economico, sociale e culturale. Il governo fu ripetutamente accusato di corruzione e brogli. Nel 2003 ebbero luogo manifestazioni pacifiche che coinvolsero tutto il Paese: la Rivoluzione delle Rose, che ispirò una serie di movimenti rivoluzionari nonviolenti in molti stati dell’ex Unione Sovietica, pose fine al governo Shevardnadze e vide l’elezione dell’attuale presidente Mikhail Saakashvili.

Negli ultimi vent’anni, la società georgiana è stata protagonista di molteplici trasformazioni, anche se secondo l’opinione di Suor Loredana, perchè vi sia un sostanziale cambiamento di mentalità saranno necessarie ancora diverse generazioni. I giovani d’oggi, che grazie ai moderni mezzi di comunicazione sono entrati in contatto con lo stile di vita e il pensiero occidentale, portano ancora con sé la mentalità delle precedenti generazioni segnate dal comunismo. Anche se si iniziano a formare i primi movimenti studenteschi, i giovani non sono comunque convinti né uniti nell’affermazione dei loro diritti, e spesso il matrimonio è considerato dalle ragazze come la principale via di realizzazione. La famiglia è la struttura sociale che più è stata sottoposta a grandi trasformazioni. Durante il comunismo le unioni restavano solide per tutta la vita, nonostante il matrimonio d’amore fosse poco comune  e al contrario fosse molto popolare era il “rapimento” della ragazza da parte del futuro marito che, aiutato da alcuni amici, “sequestrava” la ragazza e la teneva con sé per un paio di giorni dopo i quali, una volta fatto ritorno a casa, i due erano considerati marito e moglie. Negli ultimi dieci anni, invece, l’unità familiare è diventata più fragile e non è infrequente che un uomo tradisca la moglie e metta al mondo dei figli con un’altra donna. La disastrosa situazione economica del Paese ha certamente un ruolo nella disgregazione familiare, in quanto le donne sono costrette a trasferirsi all’estero (prevalentemente in Grecia, Italia, Turchia) per trovare lavoro, generalmente come badanti; gli uomini invece, abituati all’alta specializzazione del lavoro data dal sistema a catena di montaggio, non riescono ad adattarsi alla flessibilità del mondo lavorativo moderno. Questo causa un alto tasso di disoccupazione maschile che porta con sé gravi problemi sociali quali alcolismo e gioco d’azzardo. Il cambiamento del sistema familiare ha rivoluzionato anche il ruolo dell’anziano, che non riveste più un ruolo “sacro”, ma si ritrova in alcuni casi a vivere allontanato dalla famiglia e spogliato dei propri beni attraverso frodi e inganni da parte dei familiari stessi.
È questo il caso di molti ospiti del dormitorio Caritas di Batumi che offre trenta posti letto a persone senza una fissa dimora, a cui viene proposto un contratto rinnovabile di permanenza di tre mesi. Nonostante non riesca a coprire le richieste di tutte le persone in stato di necessità, il dormitorio è l’unica struttura che offra questo tipo di servizio a Batumi. Anche per questo Suor Loredana sottolinea come occorra una forte opera di sensibilizzazione e un maggiore impegno da parte delle autorità governative nella rimozione delle cause di povertà e disoccupazione e nell’assistenza sociale delle persone.

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