• Cb Apg23, 2010

Caschi Bianchi Cile

Un giorno senza fine

Diario del giorno 27 febbraio 2010 a Santiago del Cile. L’epicentro del terremoto è lontano 350 km, ma anche qui si avvertono alcune scosse. Un primo sguardo alla città la mattina dopo.

Scritto da Marco Angelini, Casco Bianco Apg23 a Santiago del Cile

Venerdi 26 febbraio è un giorno come tanti, la mattina al comedor, il pomeriggio, approfittando che l’“Escuelita” per gli adolescenti è chiusa per qualche giorno, in centro a provare strumenti musicali con Jonathan, il ragazzo accolto che vive in casa con me. La sera riunione insieme agli altri volontari per parlare dei progetti. Vado a dormire abbastanza tardi perdendomi nella rete tra articoli vari. Tra mille pensieri mi rigiro tra le coperte e mi addormento a fatica che già è sabato 27. Alle 3.34 il letto comincia a tremare, i cani abbaiano impazziti, Kimberly, una ragazza accolta che vive con noi, urla agitata. Sapevo che il Cile è una zona altamente sismica e mi aspettavo prima o poi qualche movimento della terra, che in realtà già c’era stato, quindi decido di restare nel letto… col passare dei secondi però la scossa, invece di arrestarsi, continua e aumenta sempre più d’intensità. Capisco che non è un tremore come tanti qua, ma molto di più, mi alzo e corro nella stanza di Kimberly: i pochi oggetti in casa cominciano a cadere dai mobili, mantenere l’equilibrio non è più così facile, un rumore sordo e profondo scuote tutta la zona. Insieme a Kimberly c’è già Carolina, la responsabile della casa, le domando sul da farsi…per portarla fuori è necessario prenderla in braccio e non è una cosa cosi`semplice…tempo di andare ad aprire la porta, tornare e il terremoto stava terminando la sua forza. Restiamo a tranquillizzare Kimberly per un po’, ora anche Jonathan è insieme a noi.
La luce è saltata. Fuori si sentono le voci agitate della gente uscita in strada, qualche sirena, i cani quasi non abbaiano più. Nel cielo la luna piena dona un poco della sua luce riflessa alla terra ferita.

Nelle ore seguenti il suolo continua a tremare, ma la nostra casa, prefabbricato di ferro e legno, sembra resistere bene, intorno a noi non si notano danni particolari e così, mentre gli elicotteri iniziano a sorvolare la città, alle 4.30 decido di rimettermi a dormire.

Qualche ora dopo mi alzo, siamo senza elettricità, l’acqua va e viene, i telefoni non prendono, abbiamo bisogno di pile, frutta e verdura, così mi offro di andare al mercato ambulante che ogni sabato si tiene qualche isolato più su. Fuori un sole pallido, coperto da una densa foschia, dona alla giornata un’atmosfera ancor piu`strana. In giro si dice che l’epicentro del sisma sia stato a sud… nel  tragitto incontro qualche muro di recinzione crollato, ma niente di più. Dalla radio di un’auto posteggiata apprendo che effettivamente il terremoto èiniziato nei pressi di Concepcion, a 350 km da Santiago, e inizio a rendermi conto della gravità della cosa. Il mercato sembra sempre lo stesso, se non fosse per la gente che parla della notte precedente e si affretta, quasi convulsamente, a comprare per paura che si esauriscano le scorte di cibo.

Tornato a casa, raccolgo qualche notizia in più e decido di fare un giro in centro per conoscere direttamente la situazione. Camminando vado fino alla “Chiesa di Loreto”, la più antica della zona, che dicono sia crollata. Arrivato, constato che effettivamente tutta la struttura posteriore ha ceduto, resta solo la facciata seriamente danneggiata. Proseguo fino alla prima fermata della minibus,qiu chiamato micro: devo prendere la micro 513 (la metro è chiusa ed è l’unica che mi può portare fino in centro ), ne passano poche, ma dopo mezz’ora finalmente ne arriva una. Durante il tragitto noto che in strada non c’è quasi nessuno, la gente è poca, le macchine anche. Attraversiamo il quartiere di Peñalolen: si notano muraglie crollate che qualcuno sta già sistemando, mattoni, calcinacci…poi “Ñuñoa”: un edificio anni ‘50, spero disabitato, è crollato sulle auto di una concessionaria, Santa Lucia, Plaza Italia…la scalinata del Museo di Arte Conteporanea si è sgretolata…Decido di scendere poco dopo Plaza de Armas, considerata il centro del centro della capitale, inizio a camminare e guardarmi intorno: calcinacci, vetri, qualche edificio circondato con il nastro per isolarlo, ma apparentemente niente di più. In Plaza de Armas la Cattedrale è chiusa, i call center che stanno tutto intorno presentano code chilometriche per accaparrarsi un contatto con il mondo.

Continuo camminando fino al Barrio Bellavista, il quartiere della movida notturna, uno dei più vecchi di Santiago: anche qui intonaco, pietre, una casa ha ceduto ma tutto sommato niente di così irreparabile, almeno a prima vista. Proseguendo verso il Cerro San Cristobal incontro per caso Alessandro, un ex Casco Bianco, anche lui sceso in strada per osservare gli effetti del terremoto. Decidiamo di continuare insieme fino al Barrio Brasil, uno dei quartieri più antichi della capitale e secondo le notizie, uno dei più colpiti dal sisma. Sbagliamo, più o meno coscientemente, strada e facciamo un giro lunghissimo: Patronato, Cerro Blanco, Cemeterio Monumental, per poi tornare indietro percorrendo tutta Avenida LaPaz fino al Mercado Central e tagliare finalmente per Brasil. Il quartiere è sicuramente più danneggiato degli altri, ma la situazione non sembra così grave come era stata descritta, però solo il tempo di spostarci un poco verso il Barrio Yungay e il sisma inizia a mostrare i suoi effetti peggiori, nelle strade comincia la distruzione: diverse case e palazzine sono crollate quasi del tutto. Famiglie intere, sguardo fisso, sono sedute sulle macerie in strada, di fianco a loro quello che sono riuscite a salvare, vestiti, coperte, qualche mobile… Santiago del Cile, cattedrale. Foto di Marco Angelini 2010.
Santiago del Cile, cattedrale. Foto di Marco Angelini 2010.
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Sembrano aspettare qualcosa: non si capisce se il sostegno di qualcuno o semplicemente la prima notte senza una casa. Effettivamente, rispetto a zone della città dove sembra non sia successo nulla, questo è un altro mondo. Dopo chilometri a piedi decidiamo di riposarci un poco nel primo bar che incontriamo sulla strada: in realtà è una casa, un garage con un bancone, due tavolini e qualche sedia, spartano ma accogliente. Le tre persone all’interno per un po’ ci guardano stranite, fino a quando arriva un ragazzo disperato che piangendo lancia imprecazioni contro il mondo, capiamo che, sui circa sei milioni di persone che vivono a Santiago, è uno dei pochissimi che ha perso qualcuno nel terremoto. Poi ci spiegherà che era sua moglie, che aveva 29 anni e una vita davanti. È ora di tornare verso casa, scossi e non trovando le parole per questo giovane quasi nostro coetaneo, salutiamo calorosamente e usciamo.

Camminando ripensiamo e ci meravigliamo delle stranezze e delle coincidenze che a volte la vita ti sbatte davanti senza preavviso.
Pensiamo che in questo periodo di crisi globale e mutamento della finanza, del sistema economico e sociale, della politica, dei movimenti, anche la natura, la Terra tutta, sembra voler partecipare attivamente ai rapidi cambiamenti che gli esseri umani stanno mettendo in atto, o forse, più semplicemente, sono solamente le due faccie della stessa medaglia. Saluto Alessandro.

Seduto nella micro guardo il paesaggio scivolare dal finestrino, la strada e le case scorrono veloci davanti i miei occhi. File di automobili fanno la coda ai distributori di benzina. In quell’istante mi tornano alla mente le immagini tragiche, di distruzione e morte, viste poco prima, quasi di sfuggita, da un televisore posto precariamente in un chiosco sulla strada. La prima finestra sul Sud del Cile, centro della disgrazia, è un orizzonte di angoscia e disperazione, un quadro drammatico e doloroso, scuro e senza sfumature.

Peñalolen è completamente al buio, il silenzio ora avvolge ogni cosa. Ingorghi di pensieri affollano la mia mente. È domenica 28 febbraio, ma per molti, qua, il 27 sarà un giorno senza fine.

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